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j'Dom, 07 Apr 2019 18:55:49 +0200p*https://www.lankenauta.it/?p=17229eLankenautafCharlot sotto inchiesta

“Charlot sotto inchiesta” altro non è che un testo (breve) pubblicato originariamente sulla storica rivista “Linea d’ombra” e ora curato da Charles J. Maland, con prefazione di Goffredo Fofi. La presenza del prefatore e del curatore, comprese le note esplicative tra parentesi, consente di catalogare questa pubblicazione della Marietti 1820 in tutto e per tutto come “saggistica”; non fosse altro che il nucleo centrale del (breve) libro è un estratto di un interrogatorio subito da Charlie Chaplin. Correva l’anno 1948 – ormai periodo di guerra fredda, anche se il culmine si sarebbe raggiunto all’inizio degli anni ’50 col cosiddetto maccartismo – e Chaplin fu appunto interrogato da un tal John P. Boyd per conto dell’INS (Servizio Immigrazione e Naturalizzazione): in “Charlot sotto inchiesta” possiamo leggere una versione abbreviata di quanto è stato trovato in un dossier FBI e che documenta, come scrive Charles J. Maland, “le considerazioni più esplicite mai espresse sulle sue [ndr: di Chaplin] idee politiche, specie a proposito della seconda guerra mondiale e della guerra fredda” (pp.24). Sostanzialmente gli orientamenti di un liberale, come egli stesso si definisce, progressista che non intende ripudiare le manifestazioni “sul secondo fronte” degli anni 1942 e 1943 e che non vuole unirsi ai giudizi di condanna dell’Unione Sovietica. Possiamo infatti ricordare che dopo l’invasione dell’Urss da parte dei nazisti anche negli USA molti americani chiesero che la guerra fosse subito estesa al fronte europeo contro le potenze dell’Asse. Fu allora che Charlie Chaplin si impegnò attivamente per mettere alla berlina e denunciare la pericolosità della Germania hitleriana.

Poi, dopo la fine del conflitto, le cose cambiarono rapidamente. Goffredo Fofi, che nella prefazione delinea il contesto politico culturale che vedeva Chaplin riconoscente e nel contempo critico nei confronti sistema capitalistico americano, anticipa le parole di Charles J. Maland sui motivi del “Charlot sotto inchiesta”: “Quando dopo la fine della guerra l’opinione generale cambiò e agli occhi degli Stati Uniti la Russia si sostituì ai nazisti nel ruolo di avversario principale nell’arena internazionale, Chaplin divenne il bersaglio di un’inchiesta dell’FBI sulla sicurezza interna” (pp.21). La “colpa” – un vero paradosso – da quanto possiamo capire, era stato appunto il suo recente impegno nel consolidare l’alleanza URSS – USA contro il nazismo; il tutto amplificato dal pregiudizio di una destra americana che, dopo film tipo “Tempi moderni” e “Monsieur Verdoux”, vedeva in lui un pericoloso “radical”.

Leggendo gli estratti dell’interrogatorio, almeno agli occhi di un lettore del 2019, difficilmente si potrà cogliere l’animo di un estremista come lo intendiamo noi. Goffredo Fofi ci racconta di un uomo forse cinico, ma alla stregua di “Diogene l’ateniese, di uno che ha saputo guardare in faccia i limiti della nostra condizione”, soprattutto in riferimento all’opera e alle riflessioni del regista di “Monsieur Verdoux”. Semmai, nel contestualizzare le parole di Chaplin all’anno 1948 – periodo in cui, tra propaganda contrapposta e penuria di mezzi di informazione, non erano ancora di pubblico dominio le atrocità del totalitarismo stalinista –  potremo comprendere il nascente clima di guerra fredda, che non consentiva di considerare le ingenuità ed anche le scempiaggini per quello che erano. Chaplin più volte si mostra, a ragione, infastidito dalle domande e, nel ribadire il suo liberalismo, il suo non appartenere a movimenti politici e una conoscenza poco approfondita della politica internazionale, si limita a ricordare i motivi della sua benevolenza nei confronti della Russia antinazista: “Io non nego di aver parlato della Russia, di averla lodata, esaltata, anzi, perché lo ritenevo necessario, perché personalmente io credo e ritengo in tutta franchezza che stessero facendo una cosa straordinaria: sono convinto che se non fosse stato per loro forse ci saremmo trovati i nazisti in casa e sono fermamente convinto che non ci sia oggi ragione di essere ostili nei riguardi della Russia” (pp.55). In realtà c’erano innumerevoli ragioni per essere ostili all’Urss, come ora ben sappiamo; ma la feroce contrapposizione ideologica e militare tra le due superpotenze da lì a breve non avrebbe permesso grandi distinguo tra le autentiche complicità di spioni sovversivi e le legittime aspirazioni di un liberale, di liberali che, magari con molte ingenuità, in realtà volevano “difendere la democrazia che abbiamo” (pp.58).

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