Mésalliance è anagramma di miscellanea, come Massimo Sannelli, l’autore di cui si parla in questo e-book (e che interviene direttamente in due vivaci interviste), ha scritto in una sua opera-diario. L’autrice, Elisabetta Brizio, letterata marchigiana di grande acume e altrettanta vis recensoria – non sforzatevi di cercare sue notizie in rete o altrove: troverete i suoi lavori e articoli, per il resto è figura poliedrica e sfuggente –, che ho il piacere di avere tra i miei contatti, è la prima a chiedersi: «Perché miscellanea se tratto un singolo autore, che per altro non discrimina tra generi letterari?». La risposta pare più semplice di quel che sembra. Viene messo insieme il Sannelli che in arte promuove la dispersione della gerarchia dei temi e dei sistemi espressivi, il poeta in lingua italiana con l’artista eterodosso che dichiara di aver preso le distanze da tutto questo, che scrive anche in inglese o scrive musica o…

Nel precedente Lotta di classico. Il caso Massimo Sannelli (2016) la Brizio si domandava: «C’è davvero un caso Massimo Sannelli?». A prima vista sembrerebbe un autore conosciuto, che ha lavorato nell’editoria e nel cinema, e come poeta (per quanto lemma che in Digesto così appare: poeta) figura in antologie militanti che hanno un loro peso specifico. L’idea di indicarlo (anche se non è un’etichetta, lo vedremo) come caso fa pensare a un problema da ricondursi all’estrema versatilità dell’artista; ma seguitemi e cercherò di districare meglio l’arcano Sannelli per chi – come me – lo ha scoperto per interposta persona.

Conoscevo l’opera di Sannelli solo vagamente prima di leggere Mésalliance. Perciò, con spirito di servizio, rendo conto al lettore distratto (parlo ancora di me) di alcune note biografiche. Massimo Sannelli è nato il 27 novembre 1973. Vive a Genova. Si occupa di cinema (come attore, sceneggiatore e direttore artistico), teatro, arte e letteratura. Allievo di Edoardo Sanguineti, si è laureato a Genova nel 1996 e ha conseguito nel 2004 il Diploma di Alto Perfezionamento in Filologia latina medievale presso la Sismel di Firenze. Ha pubblicato libri di poesia (alcuni sconfessati in seguito all’abiura del 2013) e di teoria letteraria – per i quali vi rimando alle note biografiche in calce a questo articolo –; è stato, ed è tuttora, attore, artista visivo, editor, grafico, traduttore, critico cinematografico, assecondando il suo motto: «tutto è in tutto», ogni gesto è un frammento dell’unità.

Leggiamo alcuni versi di Sannelli:

Un odore e un colore (di incenso) (noi
avevamo confidenza…)
Un riflesso, una sosta, una pace all’altare – una corsa
civile… Ma io voglio sapere dove eri. E io voglio sapere come
stavi. E perché eri perduto? (ha parlato
la femmina).
perché non eri qui? – quando non ero
nato, fu una mossa infelice, fu questa,
che si vede: due esseri e due averi, ma tutto
si salverà. e tu fatti centauro, no? fatti centauro.

Sono tratti da Memoriale della lingua italiana (2017); emblematici, forse, nel loro svelarci la natura di Sannelli, come la Brizio rileva: «L’intenzione è il farsi centauro. Ma il riferimento non è all’astrologia di un autore nato il 27 novembre, sarebbe troppo semplice e anche ingenuo. Stiamo invece alla prospettiva mitologica: il centauro è una figura ibrida e anche magistrale, combattiva e contemplativa, e lo è contemporaneamente (forse piú sommessamente anche i poeti, come il Principe machiavelliano, sospesi e scissi tra istinto e ragione, tra corpo e mente, tra visceralità e sublimazione, furono «dati a nutrire a Chirone centauro»). È chiaro che Sannelli tende a questo: ibridismo delle forme e dei mezzi, un magistero molto informale, azione, contemplazione – e tutto nello stesso tempo. E i versi citati – tanto leggibili quanto illeggibili, tanto dolci-docili quanto perentori – costituiscono un imperativo: amare la dualità («due esseri», il maschio e la femmina, evidentemente due lati, «due averi», che Sannelli riconosce in sé) purché risolta in unità, il centauro, l’ibrido, appunto. Né moderno né postmoderno, ma classico. Ma chi è classico? Foscolo, Mozart, Balthus? Oppure è classico chi pratica la molteplicità, vivendo – da mortale ovviamente, inevitabilmente – come se fosse non ovviamente immortale? È classico chi aggredisce il presente con uno sguardo tanto multimediale quanto intemporale. E tra le due condizioni non c’è incompatibilità, visto che il mediale non comporta affatto l’evanescenza. Anzi, forse proprio in forza della concretezza, e quindi della permanenza, dei contenuti mediali – caratteri messi in chiaro dalla filosofia contemporanea più avanzata –, questo sguardo implica una tensione, una lotta. Perché classico – come diceva Mandel’štam, autore amato da Sannelli, anche per la Conversazione su Dante – è qualcosa che deve ancora venire. Di qui la sensazione, di fronte a Sannelli, di un autore inattuale: inattuale fisionomicamente e fisiognomicamente. La dimensione centaurica sembrerebbe ora un obiettivo realizzato, ma la lotta di classico è qualcosa che dura una vita. È usus vivendi piú che usus scribendi. Questa brevissima nota è già un segnale, un indizio per una aggiunta a Mésalliance, che è una aggiunta a Lotta di Classico. Il caso Massimo Sannelli. Quindi, una estensione dell’estensione».

Una fonte di ulteriore svelamento questo inciso, che suscita in me una visione di Sannelli come caso di artista tout-court seducente e classico (nella misura appena espressa: cioè che deve ancora venire): da un po’ di tempo a questa parte Sannelli bypassa l’editoria e si autoedita. Perciò non troverete in libreria questo e-book, ma lo potrete scaricare gratuitamente a questo link: https://lottadiclassico.files.wordpress.com/2019/03/me.pdf

«Autopubblicarsi significa anche avere una certa stima di sé, tale da darsi l’imprimatur – scrive la Brizio – Autoapprovarsi, sentirsi all’altezza». E lo invita a guardarsi dal di fuori, a chiedersi: «Lei quanto vale, oggettivamente?». La risposta è quasi salomonica: un bottone cade dalla giacca di Leopardi ma forse non si è smarrito per sempre. Viene salvato e cucito su un’altra giacca. «Ci sono situazioni in cui apparire è più urgente che essere», commenta Sannelli. «Bisogna spiegare ai migliori giovani che la loro eccellenza può essere eccellenza assoluta: il livello 10 rispetto allo 0 o al 5. Appunto, il livello di Fortini o di Luzi, nobilissimo e altamente umano, quindi un livello possibile. Se il livello è possibile, è ripetibile».

Nella Nota conclusiva a Neuromelò («Lotta di classico», 2018) Sannelli sancisce, oltre che della poesia (che in lui assume un’accezione particolare, andando oltre la imprescindibile perizia metrica: la poesia è un’«opera musicale e biologica», dove biologico allude a qualcosa che non ha limiti), l’abbandono di diverse forme d’arte. Ma continua a lavorare alla musica, alla grafica, al cinema: è direttore artistico, critico, co-sceneggiatore (che altro?). Consiglia film, libri, testi, fissa vertigini da condividere. Non è un caso, almeno non si considera un caso, dall’interno. «Cerco di essere un’occasione». E si sottrae deliberatamente al suo pubblico, a quel pubblico che pure continua a essere il fine ultimo dell’opus. Il pubblico, che Sannelli non esita a provocare, è infatti per lui condizione necessaria dell’esistenza dell’opera. Andate a scoprirlo, in questo contributo della Brizio o nelle opere conservate nel suo sito ricco di letture scaricabili gratuitamente: www.massimosannelli.net. Ma attenzione: l’opera di Sannelli è sempre in fieri e costantemente soggetta ad abiura. In appendice, il saggio di Elisabetta Brizio riporta una bibliografia di riferimento, ma allo stadio editoriale in cui le opere di Sannelli sono disponibili oggi, mentre mi leggete. Domani chissà.