È inevitabile. Per alcune generazioni come la mia e numerose altre, Carosello è indissolubilmente legato alla canonica frase del titolo di questo libro. La pronunciavano le mamme: Carosello era un segnale dopo il quale i bambini erano invitati, nonostante le loro proteste, ad andare a nanna.

Chi è stato bambino negli anni tra il 1957 e il 1977 legge questo libro come una sorta di amarcord. Non si possono dimenticare Topo Gigio e il pulcino Calimero, il pianeta Papalla e Carmencita e Caballero o il tenente Sheridan, cui rimase per sempre legato l’attore Ubaldo Lay, o Joe Condor e il Gigante buono della Ferrero (e quindi della Nutella e del Kinder).

C’è tutta una schiera di personaggi e di attori, di scenette, di modi di dire che hanno invaso l’Italia di quegli anni attraverso la televisione e che si sono fissati indissolubilmente nella nostra memoria di bambini, hanno influenzato anche il nostro linguaggio diventandone parte integrante e, a modo loro, omologandolo.

Era universale il “E mo’ e mo’, Moplen” di Gino Bramieri, così come era consuetudine riferirsi a chiunque facesse lo sbruffone dicendogli: “Cala, Trinchetto!” E tutti collegavano subito l’esclamazione a un noto personaggio della pubblicità.

Nel bene o nel male dunque Carosello ha influenzato – si può discutere a quale livello, se culturale o meno – la vita, il pensiero, il linguaggio degli italiani, orientandone le scelte, facendoli sicuramente diventare consumatori durante gli anni del boom economico e accompagnandoli poi nella crisi, nel periodo dell’austerity e degli anni di piombo.

Il considerevole volume di Vito Molinari, una sorta di enciclopedia di Carosello, può venir letto da una certa fascia d’età, a due livelli: il primo è appunto quello emozionale, memorialistico, il secondo è d’informazione e scoperta di particolari, cui ovviamente da bambini non facevamo caso.

Veniamo ora a presentare rapidamente Carosello per i più giovani che non l’hanno mai visto.

Carosello inizia le sue trasmissioni Rai il 3 febbraio 1957 alle 20,50. Si tratta praticamente di un “siparietto” pubblicitario di dieci minuti nel quale vengono presentate varie scenette – in genere comiche o in seguito anche in animazione – che hanno lo scopo di introdurre un prodotto, la cui presentazione vera e propria è di fatto concentrata in un breve codino finale. Solo lì il prodotto può essere nominato o scritto e non più di sei volte.

Quando iniziò le trasmissioni, che furono sempre rigorosamente in bianco e nero (la Tv a colori arrivò poco dopo la fine di Carosello) nessuno pensava che sarebbe durato vent’anni. Il titolo Carosello non ha alcun legame con i tornei medievali, ma fa forse riferimento al termine napoletano usato per indicare una palla usata in un gioco di origine araba o al termine, sempre napoletano, che indica i salvadanai di creta, di forma tondeggiante come la testa dei bambini, detti carusi in dialetto. Carosello aveva anche una sua sigla, animata, e una colonna sonora inconfondibile, una tarantella del repertorio napoletano degli anni Venti.

In vent’anni andarono in onda 35.000 caroselli e in breve tempo alla sua realizzazione parteciparono registi, attori, sceneggiatori importanti o che in seguito divennero famosi. Tra i registi: Luciano Emmer, i fratelli Taviani, Nelo Risi, Gillo Pontecorvo, Valerio Zurlini, Daniele D’Anza, Mauro Bolognini, Luciano Moltaldo., Ermanno Olmi. Tra gli attori molti comici, ma anche attori di teatro: Aldo Fabrizi, Ernesto Calindri, Tino Buazzelli, Nando Gazzolo, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Peppino De Filippo, Renato Rascel, Walter Chiari, Dario Fo.

E poi nomi come Lina Wertmüller, Age e Scarpelli, Terzoli, Armando Testa, un insospettabile Francesco Guccini, Giorgio Gaber, Enzo Iannacci e l’infaticabile e bravissimo Marcello Marchesi. Rifiutarono sempre invece Marcello Mastroianni e Anna Magnani.

Carosello, di fatto, era un ottimo trampolino di lancio, era nazional popolare e rendeva molto bene economicamente. Fece aumentare molto anche gli ascolti Rai.

Su Carosello è stato detto e scritto un po’ di tutto, il libro di Vito Molinari – autentica autorità nell’ambito della televisione – è un testo molto completo, direi enciclopedico, che ci racconta dall’interno le vicende della trasmissione anno per anno. Lo schema dei capitoli si ripete: breve summa delle vicende di attualità dell’anno in questione, vari paragrafi dedicati ai Caroselli dal vivo o in animazione, sezione “Protagonisti”, in cui vengono presentati ogni volta alcuni attori che hanno segnato la storia di Carosello, “Carosellerie”, che contiene notizie e considerazioni varie.

Il libro costituisce una vera miniera di aneddoti, notizie, particolari, fatti curiosi legati a Carosello, raccontati da chi ha seguito dall’interno le vicende della trasmissione, ci ha creduto e ha conosciuto anche quasi tutti gli attori, i registi, gli sceneggiatori di cui si parla. Ad alcuni dedica dei veri e propri omaggi, pieni di stima e ammirazione. I ritratti finali sono per tre “Protagonistissimi” come Luciano Emmer, Marcello Marchesi e Armando Testa.

Ritornando a Carosello, dopo tanti anni, si può dire che sicuramente contribuì a unificare – anche a omologare – la lingua degli italiani in anni in cui l’analfabetismo era ancora diffuso e molti parlavano un solo dialetto, influenzò i costumi e accompagnò gli italiani verso il consumismo, facendo credere necessari prodotti di vario genere. Fu un fenomeno tutto italiano, attraversò in televisione gli anni di Bernabei (fino al 1974), quelli con una censura degna del MinCulPop , ma vide anche grandi attori, registi e sceneggiatori e molta creatività e fantasia sia nelle “miniserie” recitate che nelle animazioni, fatte con materiali poveri e certamente senza l’attuale tecnologia. A volte ebbe un taglio culturale (Nando Gazzolo recitava poesie di grandi classici) a suo modo.

Fu accusato di essere “antipubblicitario”, perché il pubblico ricordava più le scenette che il prodotto. Col tempo esaurì il suo ruolo, Molinari dice che subentrarono le grandi agenzie americane e i pubblicitari, la pubblicità stava cambiando, i produttori non tolleravano più i limiti di tempo imposti alla possibilità di reclamizzare i prodotti, anche il pubblico era diverso e la televisione pedagogico-educativa era superata.

Se ripenso alle scenette di allora le trovo ingenue a loro modo, semplici, perché probabilmente il pubblico non avrebbe capito un linguaggio più complesso. La pubblicità attuale , spesso subliminale, che per presentare un prodotto inizia a parlare di tutt’altro, mi sembra molto più subdola, intrigante e ossessiva. Carosello rimane lì, nel baule dei ricordi divertenti del passato, con i suoi tanti personaggi memorabili.