“Shoah, Ruanda” è un piccolo libro, dalle dimensioni quasi di un opuscolo, ma con contenuti tali da consentire qualche risposta ad interrogativi tutt’altro che retorici. Scriveva Primo Levi nel suo “I sommersi e i salvati”: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare degli incantatori, da quelli che dicono belle parole non sostenute da buone ragioni”. E difatti appena venti anni fa il “mai più”, monito del dopo Shoah, è stato messo pesantemente in discussione dall’ennesimo massacro di massa, quello del Ruanda. Intendiamoci: Niccolò Rinaldi, fin dalle prime righe del suo libro, ha voluto chiarire che questo suo voler mettere a confronto i due genocidi non ha significato affatto oscurare l’Olocausto – per i tipi di Giuntina sarebbe stato davvero paradossale – ed anzi, riprendendo le parole di Primo Levi, la tragedia ruandese, “lo ha quasi rilanciato, lasciando capire che quanto accaduto può ancora ripetersi. Ne consegue la centralità della Shoah, pietra angolare dei genocidi” (pag. 65). Confronti difficili, possibili ma rischiosi: “La mappatura degli stermini di massa è un esercizio che si presta al rischio di abusare dei termini, come lo è l’esercizio degli accostamenti, inevitabilmente esposto a superficialità e confusione. La Shoah non è stata né il primo né l’unico genocidio del XX secolo, ma la sua dimensione e la sua modalità non hanno precedenti e sono unici. Il Ruanda non è stato il solo genocidio del dopoguerra, ma più di altro ha avvertito che, per dimensioni e modalità, un altro Olocausto di un intero popolo è stato possibile. Anche il Ruanda del 1994 è una storia irripetibile. Eppure il genocidio si è ripetuto. Eppure il genocidio non era così unico”(pag. 7).

Fatte queste necessarie premesse e constatato che cinquant’anni dopo la Shoah nessuno di noi è sicuro che dalle nostre parti siano presenti abbastanza anticorpi per dire “mai più”, Rinaldi, supportato da una buona capacità di sintesi e senza cedere ad eccessi di retorica, ha potuto così delineare le differenze e le inquietanti somiglianze tra i due genocidi: prima quello avvenuto nel cuore dell’Europa Occidentale e poi il suo “figlio maggiore”, perpetrato cinquant’anni dopo nel cuore dell’Africa nera. L’analisi, pur nelle strette di meno di cento pagine, ha voluto dire quindi ferma e motivata contestazione di quel negazionismo che rappresenta tutt’ora uno degli elementi comuni che ha distorto il racconto della Shoah e del Ruanda del 1994. La citazione di Mattogno con la sua “storia immaginaria delle camere a gas” anticipa altro revisionismo, peraltro non estraneo a lobby francofone, tipo quello attribuito a Beule e Soyen in “Ruanda-diritti umani” pubblicato dalle “Edizioni Missionarie Italiane”: “l’autore del libro, mi dicono era l’amministratore delle proprietà del dittatore hutu Habyarimana […] prosegue insabbiando prove, mescolando colpevoli, alterando responsabilità […] E’ un’altra lezione del genocidio: all’assenza di limiti della crudeltà corrisponde poi l’assenza di limiti della spudoratezza” (pag. 52). Negazionismo secondo Rinaldi significa anche considerare quanto accaduto in Ruanda come un semplice “scontro tribale”, così come equivocato in un Occidente che ancora ha replicato atteggiamenti e parole d’ordine già conosciute durante la seconda guerra mondiale. Invece, al pari della Shoah, il genocidio ruandese fu un progetto pianificato, basato su antichi e immotivati pregiudizi; e che lo sfruttamento colonialista non ha fatto altro che amplificare. Chiaramente poi Rinaldi si è proposto, con le sue “venti stazioni”, di confrontare la meccanica dei due stermini di massa e, tra le differenze, possiamo ricordare ad esempio il metodo di massacro. Mentre “nel meticoloso schieramento dei genocidari, la Germania risultò più disciplinata, privilegiando le uniformi, il Ruanda meno ipocrita e più sincero, le divise cui si era assegnata la missione e la vasta zona grigia sono diventate una partecipazione informale e universale, sacrificando ogni tipo di vincolo sociale, e agendo di persona, senza intermediari […] il vicino uccide il vicino, la moglie il marito, il professore i suoi studenti, il parroco i suoi fedeli […] A differenza della Germania, anche i bambini parteciparono attivamente agli omicidi, ed erano gli aguzzini più temuti, perché i loro colpi di machete raramente riuscivano ad uccidere, lasciando le vittime con atroci ferite ed amputazioni” (pag. 16). La descrizione di alcune delle atrocità perpetate dagli estremisti hutu per uccidere gli 800.000 tutsi e hutu moderati stride e non poco con la diffusa minimizzazione che è stata marchio di fabbrica dei media occidentali e di governi pesantemente complici col regime di Juvénal Habyarimana. L’avevamo già capito da un pezzo ma, anche col pretesto della lettura di “Shoah, Ruanda”, possiamo ripeterlo: il “mai più” è rimasta una parola sostanzialmente retorica e rimane il dubbio che “il mostro”, piuttosto che essere tornato nell’indifferenza di molti, proprio non sia mai andato via.