Todd Aaron ha solo tredici anni quando sua madre lo accompagna al Payton LivingCenter, il sesto centro specializzato per bambini problematici a cui viene destinato. È una giornata grigia e piovosa e allora nessuno sapeva che Todd sarebbe rimasto in quella comunità per ben quarantuno anni. Ora è un uomo maturo, i suoi genitori sono morti e suo fratello si fa sentire e vedere quando può. La vita di Todd è sempre uguale, scandita da una routine che ormai conosce a memoria e che rispetta alla lettera. Todd serba ricordi dolcissimi di sua madre e ricordi atroci di suo padre. La mamma è colei che sapeva spiegargli con calma e con parole semplici tutto quello che serviva sapere, il papà era un uomo irascibile e violento che non aveva mai accettato l’esistenza di un figlio diverso. Perché Todd è diverso dagli altri, Todd soffre di una forma di autismo. Una delle tante forme possibili. D’altro canto anche gli specialisti parlano di spettro autistico proprio per definire una serie di variabili attraverso cui questo disturbo del neurosviluppo si manifesta.

La voce di Todd, il suo modo di sentire e percepire il mondo, il suo linguaggio immediato ed essenziale sono i punti di forza di “Un ragazzo d’oro”. L’autore, il newyorkese Eli Gottlieb, ha un fratello autistico, Joshua, a cui si è ispirato per la redazione del romanzo e a cui il romanzo stesso è dedicato. Inizialmente Gottlieb era ricorso alla narrazione indiretta ma, in un secondo momento, ha deciso di cambiare registro e di passare all’unica voce narrante, quella del protagonista, quella di Todd. Una scelta che gli ha consentito di inoltrarsi, immagino non senza fatica, negli intricati e inesplorabili territori di una malattia che, ancora oggi, nessuno conosce in tutte le sue sfumature e in tutte le sue potenziali espressioni. Todd è un ragazzo gentile e rispettoso, il “ragazzo d’oro” che tutti si aspettano che sia. Esattamente come gli aveva raccomandato la mamma quando lo aveva affidato alle cure del Payton LivingCenter: “Nel cuore della vita c’è un canto di gioia, ma puoi sentirlo soltanto se lavori sodo e resti sempre un ragazzo d’oro e fai tutto quello che ti viene detto“.

Todd prende tutte le sue medicine, segue diligentemente le attività che gli vengono affidate, cerca di non creare problemi agli operatori del centro. Certo, la vita in casa con il nuovo compagno Tommy Doon non è semplicissima perché lui ascolta sempre la TV a tutto volume e spesso cerca di fargli saltare i volt, una cosa che succede ogni volta che si agita troppo. E quando succede, Todd sente che la mano deve finirgli nella bocca per essere morsa e calmarlo pian piano. “Sul palmo ho una grande chiazza rossa di tessuto cicatriziale a forma di gobba per via dei morsi…“. Ogni giorno a Todd viene assegnato un lavoro, qualcuno gli piace di più, qualcuno di meno. “I lavori sono Squadra Prati o Falegnameria o il mio preferito che si chiama Brigata di Cucina nella mensa della scuola superiore qui vicino. La scuola si chiama Demont Memorial. A mezzogiorno nella scuola suona una campanella che fa il rumore di un attacco cardiaco. Poi la mensa si riempie di studenti tutti eccitati che fanno il rumore di un tuono mentre i vassoi sbattono sui tavoli come un’esplosione e le posate chiacchierano e ridono cadendo sulla plastica. Tutti i suoni sembrano molto più forti di come dovrebbero essere, al punto che certe volte ho paura che mi vengano i volt, anche se mi tranquillizza «impiattare» con un cucchiaio dal manico lungo i cibi che mi chiedono gli studenti o infilzare con un forchettone gli hotdog che galleggiano nell’acqua calda come pezzi di cacca“.

La vita di Todd, il “vecchio” del Payton LivingCenter, viene però sconvolta dall’arrivo di due persone. La prima è un certo Mike Hinton, un nuovo operatore che lascia Todd completamente spiazzato. Quell’uomo gli ricorda suo padre, ha gli stessi occhi da coyote cattivo, gli stessi denti gialli e crudeli. Todd pensa che suo padre sia tornato a parlargli e forse a picchiarlo come faceva quando era bambino. Un’altra faccia e un altro nome, ma le stesse tremende sensazioni. La seconda persona che stravolge i pensieri e la tranquillità di Todd, invece, si chiama Martine Calhoun, una ragazza “ad alto funzionamento” che parla molto e ha una benda su un occhio che non c’è più. Se Mike terrorizza Todd, Martine lo affascina. Lei lo spinge a pensare diversamente e gli insegna a disobbedire riuscendo persino a intaccare la fama di “ragazzo d’oro” del Payton LivingCenter. Dopo aver conosciuto Martine, infatti, Todd pensa che, dopo tanti anni, potrebbe essere giunta per lui l’ora di abbandonare la comunità in cui vive. Comincia a immaginare di tornare a casa, pur sapendo che sua madre è morta da anni. Tornare a casa e ritrovare le stesse luci, le stanze conosciute, gli alberi e persino i suoni del quartiere. Magari persino lo stesso amore. Un sogno di fuga che Todd costruisce in segreto e con cura fino a tramutarlo nella più spericolata avventura della sua vita.

La narrazione in prima persona ci consente di accedere ai percorsi mentali che precedono i gesti e anche le parole di Todd. È lui che ci accompagna tra le sue paure, i suoi silenzi, le sue dissociazioni. Impariamo che per Todd il futuro è inevitabile e mai inaspettato. Non resta altro che rassegnarsi al suo arrivo e sedersi con pazienza a vederlo arrivare. Todd non ha alcuna coscienza dei suoi cinquanta anni, sa solo che deve difendersi istintivamente da tutto quello che per lui rappresenta un pericolo, una novità ingestibile, uno squilibrio composto da fatti mai affrontati. Todd percepisce gli altri e il resto del mondo attraverso sensazioni pure e trasparenti: il calore di una parola, i denti di un sorriso, i chiodi di uno sguardo, l’anello rosa di una bocca, i rumori di una gola, gli occhi che perdono acqua. I minimi dettagli di un suo movimento o di una sua frase possono divenire le manifestazioni della malattia che Todd stesso ci insegna a capire e osservare meglio. Todd consulta Internet, che lui chiama Signor C, per scoprire le caratteristiche dell’autismo, prendendo coscienza del fatto che è complicato per chiunque individuarlo e definirlo con sicurezza. Lo spettro dell’autismo, ci racconta Todd, “è talmente ampio che dentro può starci praticamente chiunque. Una persona schizzinosa nel mangiare o amante della solitudine potrebbe essere all’interno dello spettro. Se qualcuno ha un talento innato per la musica potrebbe essere dentro. Se ha una buona memoria per i dettagli o una predisposizione per il disegno, potrebbe essere nello spettro autistico. Isaac Newton fu la più grande mente logico-scientifica della storia dell’uomo, e stava nello spettro. Queste persone nello spettro non devono prendere medicine o essere accompagnate con il pulmino a lavorare in una mensa scolastica. Possono avere figli e completi eleganti e orologi e prendere l’aereo. Possono mettersi in posa per le foto e recitare nei film. Queste persone sono Steve Jobs, Albert Einstein, Lewis Carroll e Andy Wharol. Prendono l’ascensore insieme a voi e vi preparano il cibo. Magari li avete addirittura sposati“.