Il vuoto è il primo romanzo di un autore, Luca Vaglio, già emerso in campo poetico, ma capace di sprigionare contenuti lirici anche in prosa. Una prosa che, come il titolo suggerisce, racconta il senso di assenza (mi si passi l’ossimoro) presente nella quotidianità italica – in particolare, milanese – di oggi. Protagonista, Mattia, un giornalista di 36 anni costretto a lasciare un lavoro dov’era bersaglio di atteggiamenti mobbistici, e che cerca di ritrovare un senso ai propri giorni tarandoli su abitudini diverse.

Il pretesto di una foratura a una ruota dell’auto – che suppone essere stata clandestinamente usata dai parcheggiatori del garage presso cui la lascia ogni notte – innesca una sua indagine privata che è una sorta di filo conduttore del libro. Ciò che però lo sostanzia veramente sono i tanti (apparenti) divertissements – chiacchiere con la “fauna umana” dei bar del quartiere, coi frequentatori del parcheggio, con una giovane squillo, coi genitori. Sono questi a popolare lo spazio narrativo, prima ancora delle azioni del protagonista. La sua è tutta una confessione intima, e si riversa su una Milano che, allo stesso tempo, lo ha formato e ne viene (ri)creata. Il capoluogo lombardo, così, si palesa come un pieno capace di offrire sia pur temporaneo conforto da un vuoto esistenziale inadeguatamente riempito da parole e pensieri.

Al nucleo di tutto c’è la solitudine: ma una solitudine non sofferta, né, al contrario, autocompiaciuta. Direi piuttosto neutra e voluta; frutto di una scelta di libertà che, tuttavia, ha il suo prezzo, come del resto il suo opposto. La situazione professionale cui Mattia si è sottratto è mirabilmente descritta in una tra le pagine più efficaci che abbia letto sullo sfruttamento dei giovani lavoratori nella società italiana di oggi. Eccone un estratto:

«La cosiddetta gestione del personale, per quanto ho visto e sentito da parte di amici e conoscenti, è fatta spesso di queste cose, di offese e minacce striscianti, il cui sottotesto è: se sei qui è perché ti faccio un favore, fuori ce ne sono mille e ancora mille come te. E ancora di insulti e di varie forme di mobbing. E poi di critiche sferzanti e plateali fatte in pubblico, nel mezzo di una riunione e in assenza di veri errori, oppure giustificate con sviste insignificanti o dovute a un ritardo di pochi minuti, senza che questo abbia determinato problemi o disagi. Piccoli e grandi soprusi, atti arbitrari, arroganze improvvise. Il tutto calato dentro una narrazione o una retorica per cui l’azienda in questione è una specie di famiglia, un posto dove tutti sono amici e dove il direttore sente per i suoi dipendenti una responsabilità simile a quella di un padre per i figli e dove l’insulto o il rimprovero violento vengono alternati a complimenti per il buon lavoro svolto, a dichiarazioni pubbliche di stima e a battute cameratesche.»

Rispetto a questo, tutto è meglio: anche il limbo – sia pur economicamente ammortizzato da un sussidio – che gli si spalanca davanti nell’anno seguente alle inevitabili dimissioni. Mattia è talmente spalmato su Milano e il suo microcosmico vuoto da finir quasi per fare tutt’uno con esso. Viene dunque da chiedersi se il vero personaggio-chiave sia lui o, piuttosto, la città stessa, capace di avviluppare misteri e risposte, tra cui quelle alla sua piccola investigazione.

Una fantasia in grigio condotta con mano sapiente e gradevolissima. Un romanzo che cattura con garbo, conducendo in un itinerario tutto sommato da incubo, ma reso con la leggerezza di un brutto sogno ricordato a distanza. Un ottimo esordio. Un libro da leggere.