Maria Messina appartiene al nugolo delle scrittrici dimenticate o, quanto meno, scarsamente lette e conosciute. Vissuta tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, il ricordo di Maria Messina e dei suoi scritti è stato quasi del tutto perduto dopo la sua morte, avvenuta nel 1944. Leonardo Sciascia, siciliano come lei, negli anni ’80, volle riportare alla luce le opere di Maria e, con esse, il suo talento. Maria Messina è autrice di molte novelle, di diversi romanzi e di testi per ragazzi. La caratteristica fondamentale dei suoi libri è lo spirito di ispirazione verista che ha indotto molti critici ad avvicinare le opere della Messina a quelle di Verga, Capuana e Pirandello. Negli scritti di Maria, infatti, si ritrova la descrizione minuziosa di povere vite e povere case, abitate da gente semplice ma, soprattutto, nelle sue pagine si trova la celebrazione, e quindi la denuncia, della posizione di estrema debolezza della donna siciliana. Nei suoi racconti ci sono donne sempre pallide, smagrite, vestite di scuro che soccombono a un’esistenza solitaria e inondata da silenzi inesorabili. Donne dedite alle solite fatiche domestiche e abituate a non pensare, a non volere, a non sognare. Mortificate dalla loro stessa natura femminile, destinate, al massimo, a servire un padre prima, un marito poi e a partorire figli, meglio se maschi.

Il merito tutto moderno di Maria Messina è nell’essersi soffermata, forse per prima in ambito letterario italiano, sul drammatico destino della donna di Sicilia. Maria entra nelle case della sua terra natia, si muove tra le stanze più raccolte e si permette di descrivere la mentalità, a lei evidentemente ben nota, secondo la quale ogni ragazza siciliana, tenuta volutamente nell’ignoranza, deve mantenersi costantemente e rigorosamente docile, umile e muta, pronta ad assecondare ciò che il padre o un altro uomo di casa decide per lei. Esattamente il genere di vicende che si trovano raccontate nelle otto novelle raccolte in “Ragazze siciliane”, un libro uscito per la prima volta nel 1921 e qui nuovamente presentato dalla casa editrice Sellerio in una pubblicazione del 1997.

Quel che colpisce è una sorta di inerme accettazione di un fato ineluttabile: ogni figura femminile raccontata in “Ragazze siciliane” non è libera di scegliere né di desiderare. La Bobò di “Rose rosse”, ad esempio, è vittima di una famiglia che ormai la vive e la vede come una serva, un essere senza pretese e senza volontà. Eppure Bobò, che in verità si chiama Liboria, un uomo che l’avrebbe sposata ce l’aveva. Un uomo che lei, ormai anziana, ama ancora e che, con gli anni, non ha mai dimenticato. Le basta rivederlo qualche istante, appesantito e ingrigito dal tempo, in occasione del matrimonio di una nipote, per ritrovarsi ad arrossire come una ragazzina. Ma quel “sei ridicola, vecchia rimbambita” pronunciato rabbiosamente da sua cognata la precipita repentinamente nel ruolo di vecchia zitella che le compete e dal quale sa di non poter sfuggire.

Le ragazze siciliane di cui ci parla Maria Messina sono incastrate in una società ferocemente patriarcale dalla quale pare non esserci nessuna possibilità di liberazione. È così perché così è sempre stato e così deve essere: le donne sono sole in case fredde e spoglie ad accudire silenziosamente figli, mariti e anziani familiari. Ovviamente ognuna aspira a un matrimonio da compiersi all’età giusta e solo con un uomo di specchiata onorabilità, presentato prima di tutto ai genitori e solo da persone fidate e conosciuto in presenza di tutti i parenti del caso. Meccanismi arcaici e consolidati da secoli che niente e nessuno può intaccare. Il destino delle donne è tracciato da consuetudini che si ripetono con drammatica cadenza e che loro accettano con estrema pazienza e rassegnazione. Nessuna delle protagoniste di queste storie si ribella, nessuna si oppone a divieti, chiusure, umiliazioni. Il mondo le esclude e loro restano vittime tacite di un ambiente che le mortifica in mille modi.

Lutti che durano anni, scialli scuri a coprire e nascondere, finestre pronte a chiudersi, occhi da tenere perennemente abbassati, bocche destinate a rimanere in silenzio ed esistenze che si spengono implacabili. L’umanità femminile che Maria Messina fissa in queste novelle ripete gli stessi gesti, moltiplica le stesse pene. La sua scrittura ci riporta a motivi e parole che possono sembrare distanti ma che, in realtà, rappresentano un momento molto speciale della nostra letteratura otto-novecentesca. La narrativa di Maria Messina si lega alle figure di perdenti e umiliati che, nel suo tempo e secondo la sua esperienza, altro non sono che le donne. Una donna che scrive e racconta il silenzio di altre donne forse proprio perché consapevole che nessun altro sarebbe stato disposto a farlo. Così scrisse Ada Negri nella prefazione a “Le briciole del destino” in riferimento agli scritti della Messina: “Tu hai voluto studiare questi cantucci di umanità, che sanno di vecchia polvere, di vecchi stracci abbandonati, di vecchie ragnatele, di vecchie lagrime rancide. Tu vi sei riuscita, piccola sorella Maria. Come? Non so. La tua anima fresca si compiace stranamente degli oscuri meandri ove pullula la povera gente senza risorse, senza fortuna, e, anche, sì – senza appoggio. E l’intuizione, che aiuta il novellatore assai più che l’esperienza, ti conduce talvolta a misteriose profondità“.