Subito dopo la pubblicazione in lingua italiana di “Challenger” potevamo scrivere di un linguaggio che “di volta in volta ha a che fare con il noir, col fantastico, col pulp, con l’horror, con la critica sociale e con molto altro” e soprattutto di uno scrittore, Guillem López, che “ha connesso una molteplicità di generi letterari”. Anche dopo la lettura di “Ventuno”, nuovo romanzo pubblicato dalla Eris, potremmo infatti parlare di contaminazioni e di libertà creativa non condizionata da rigide classificazioni; del resto con piena approvazione dello scrittore spagnolo che in più occasioni – interviste e articoli –  ha ammesso di spaziare sempre più, “di mettere insieme molti aspetti dei vari generi”. Se però “Challenger” era una sorta di romanzo sperimentale di fatto costituito da 73 capitoli e 73 short stories, caratterizzate di volta in volta da diverse prospettive, vuoi più realistiche, vuoi più fantascientifiche, nel caso di “Ventuno” la contaminazione dei generi fa i conti con un protagonista che narra in prima persona e l’unico punto di vista possibile ci propone un’umanità a dir poco degradata in una società che non conosce la luce del sole e che soprattutto non conosce niente altro se non sopraffazione ed esplicita violenza.

Proprio come in un romanzo new weird che si rispetti non è dato sapere cosa abbia generato e cosa significhi davvero il mondo di “Ventuno”: sappiamo di un pozzo, di un “abisso pieno di gallerie e tunnel”, di un lavoro che vuol dire “scavare senza sosta cave e cunicoli”, senza sapere perché e perché un tempo “gli uomini e le donne della superficie iniziarono a scavare come matti, e arrivarono talmente in profondità da oltrepassare l’inferno”. Interrogativi decisamente superflui almeno per Ventuno, che “non è ancora adulto ma non è più bambino”, e che soprattutto è perfettamente consapevole che la sua storia “ci parlerà di drogati ed emarginati, di sesso, di violenza e di morte” (pp.7). López, bisogna ammetterlo, è stato di parola; e subito ha voluto raccontare un mondo sotterraneo, ammorbato da putrefazioni in ogni dove, dominato da una casta di spietati sacerdoti di un dio altrettanto crudele, da un’aristocrazia criminale a cui forse è consentito guardare un cielo, dalle violenze di mostruosi sicari, oppresso da un lavoro umiliante vuol dire scavo e miniera, dove gli unici sogni degni di questo nome sono prodotti dalle droghe – non è infatti un caso che il titolo originale del romanzo sia “La polilla en la casa del humo” – ma soprattutto dove è facile immaginare che la sopraffazione sia l’unico strumento possibile di fuga. Gli elementi di denuncia sociale, ovvero il racconto di un popolo delle miniere sottoposto ad una raccapricciante degradazione fisica e morale, si fondono con elementi fantascientifici ed horror – c’è chi ha scritto addirittura di una sorta di steampunk – come le descrizioni di esseri umani ricostruiti pezzo per pezzo con protesi metalliche, fino a diventare, sempre per consentire una maggiore produzione e scavo, veri e proprio assemblaggi di ferraglia con qualche piccolo pezzo di carne attaccato sopra.

Il narratore, forse giovanissimo, forse no, evidentemente non è rassegnato a questa vita dove la spersonalizzazione è talmente profonda che è uso distorcere gli stessi nomi dei familiari, ammesso che siano tali, per renderli ancor più indeterminati ed anonimi. Se però gli unici esempi di realizzazione personale sono quelli dei più  feroci criminali, allora l’immaginata via di fuga, almeno per il disperato Ventuno, passa necessariamente per il tradimento e la menzogna: l’illusione di potersi comprare una via di fuga per la superficie produrrà così una discesa ancor più profonda negli abissi dell’immoralità. Un destino segnato, come abbiamo potuto leggere, fin dalla prima pagina del romanzo e che López tratteggia con particolare accanimento: il suo è un “weird” che viene  rappresentato da immagini spesso stomachevoli, sempre sanguinarie. Forse questo è l’aspetto più discutibile e che potrà piacere meno ad alcuni lettori del suo “Ventuno”; quasi un voler fare a gara con Bukowski in tema di degradazione e disperazione, tanto più quando lo scenario di queste cruente meschinità sono luoghi impenetrabili che non conoscono la luce del sole.

L’epilogo, preceduto da una sorta di “rottura della quarta parete” che non però ha proprio nulla di rassicurante, mostra cosa vuol dire in quel mondo sotterraneo non rimanere al proprio posto e poi commettere anche un solo errore. L’esecuzione finale – chiaramente meglio non anticipare di chi o di cosa – fa pensare ad una versione più spettacolare della storica “hanged, drawn and quartered”, ben nota fino al XVIII secolo anche nella civilissima Gran Bretagna. Come per dire: mondo sotterraneo, malatissimo e decadente, fantastico finché si vuole ma pur sempre esasperazione di qualcosa che è davvero accaduto o che potrebbe ancora accadere.