“Circe” è un romanzo contemporaneo dalle origini molto antiche. Un romanzo in cui si muovono personaggi complessi e affascinanti i cui nomi e le cui esistenze ci trasportano indietro di millenni, fino alla nascita stessa della letteratura e dell’impagabile arte di raccontare. Ci riportano al mito greco, a un universo popolato da divinità di ogni natura, da avvincenti battaglie per il potere, da capricciose creature immortali che tracciano la linea del destino degli uomini. La costruzione di “Circe” parte dall’approfondita conoscenza delle fonti, dallo studio dei grandi classici greci e latini, da una tradizione che, secolo dopo secolo, ha condotto la memoria di dèi ed eroi fino ai nostri giorni. Madeline Miller ha elaborato e perfezionato storie e leggende, le ha ordinate e composte fino a restituire alla potente maga Circe una personalità letteraria di enorme spessore. Circe, nata dal dio del sole Elios e dalla naiade Perseide, porta in sé il sangue immortale dei Titani ma anche le fragilità di una forma di divinità appena sufficiente e quindi trascurabile. Circe non bella come le sue sorelle, Circe che vorrebbe affetto e attenzione, Circe che sa essere cattiva ma anche spietatamente amorevole. “Nacqui quando ancora non esisteva nome per ciò che ero. Mi chiamarono ninfa, presumendo che sarei stata come mia madre, le zie e le migliaia di cugine. Ultime fra le dee minori, i nostri poteri erano così modesti da garantirci a malapena l’immortalità. Parlavamo ai pesci e coltivavamo fiori, distillavamo la pioggia dalle nubi e il sale dalle onde. Quella parola, ninfa, misurava l’estensione e l’ampiezza del nostro futuro. Nella nostra lingua significa non solo dea, ma sposa“.

È lei che ci parla, Circe. Lei che, in prima persona, narra se stessa e le sue vicissitudini e lo fa con passione e autenticità. Conosciamo le sue angustie, riconosciamo le sue frustrazioni, ci specchiamo (seppur da mortali) nelle sue innumerevoli debolezze. Dei suoi antenati Circe mantiene occhi sfavillanti come oro ma, al contrario dei divini, lei possiede una voce che nemmeno sua madre e i suoi fratelli riescono a sopportare. Una voce che stride all’udito degli immortali, una voce che nessuno nell’Olimpo ama ascoltare perché gracchiante e piccola, proprio come quella degli uomini. E di umano, forse, Circe ha più della voce. In lei soggiornano sentimenti di misericordia che gli dèi solitamente deridono e forse non è un caso che il suo primo grande amore è Glauco, un pescatore che conosce su un’isola. Circe, come tutte le ninfe, è nata per sposare un immortale suo pari ma lei vuole Glauco e per averlo si impegna affinché diventi un dio. Usa erbe magiche che nascono dal sangue dei Titani per tramutare un mortale in una creatura senza tempo. Non sa ancora molto di magia ma capisce presto quanto possa essere grande il dolore di un amore non corrisposto.

La magia. La pharmakeia. L’utilizzo delle piante per mutare ciò che è. Un potere che gli dèi non possono accettare. Circe ha usato delle facoltà che non avrebbe mai nemmeno dovuto conoscere. “Lei è un’onta per il nostro nome. Ingrata verso tutte le attenzioni che le abbiamo mostrato. Si è deciso con Zeus che per questo dovrà essere punita. Sarà esiliata in un’isola deserta dove non potrà più nuocere“. Una ninfa che si tramuta in maga, la figlia di Elios che può amministrare poteri troppo grandi e temibili. Un’onta per l’Olimpo, un pericolo per le stesse divinità. Circe è esiliata nella piccola isola di Eea di cui le fonti antiche ci dicono poco o nulla. L’autrice inventa per lei la ragione per una condanna eterna. Ma è proprio su Eea che Circe affina le sue arti magiche: raccoglie erbe, sperimenta pozioni, mette alla prova le sue conoscenze. Sa tramutare animali e anche uomini. Marinai ingordi e vigliacchi che cercano di violentarla si ritrovano a grugnire in porcili sommersi dal fango. Lo stesso destino che tocca ai compagni di Odisseo. Del suo leggendario viaggio verso Itaca ci parlano migliaia di libri e lo fa anche “Circe”.

La maga, come sappiamo, trattiene Odisseo fin quando può. Lo vede partire e non sa che quel mortale non l’ha lasciata sola, come vorrebbero gli dèi. Quel mortale l’ha tramutata in madre. Le leggende si mescolano e si sovrappongono rievocando altri poemi e altre scritture. Circe partorisce Telegono, nome parallelo a quello di Telemaco, il figlio che Odisseo ha avuto da Penelope. La maga Circe ha a che fare con un bambino irrequieto e impossibile, un esserino che la stravolge e la ricostruisce diversa da quello che è. Circe è una madre attentissima perché capisce che qualcuno, molto più potente di lei, vuole la morte di Telegono. Lei, esiliata e sola, si ribella a un destino ordinato dagli dèi e lo rimette in linea con i suoi sogni. Suo figlio non è immortale, suo figlio deve vivere.

Figura meravigliosa, Circe. Il cuore pulsante di un romanzo in cui confluiscono leggende e racconti vecchi quanto il mondo. Circe incrocia Prometeo ma anche Minosse, fa amicizia con Dedalo e conosce la fine di Icaro, vede nascere il Minotauro e ne percepisce l’immenso pericolo, conosce Odisseo fino a sbriciolarne il mito, tramuta Scilla in un mostro a sei teste, raccoglie i favolosi racconti di Ermes e si immerge negli abissi per farsi consegnare da Trigone la sua pericolosa coda velenosa. Incastri perfetti che fanno di “Circe” una lettura appassionante e mai scontata. Madeline Miller scrive frasi sempre brevissime dando continuo slancio e rapidità agli eventi e donando profondità, a volte anche lirica, alla psiche di ogni personaggio. Conosciamo la Circe divina ma amiamo anche di più la Circe umana, quella che sceglie di avvicinarsi a esseri finiti e imperfetti che, nonostante tutto, le permettono di avere ciò che nell’Olimpo non riusciva nemmeno a immaginare. Una ninfa, una maga, una madre, una donna. Anche una donna.