“La scienza, la morte, gli spiriti” non è certo il primo libro che racconta dei progenitori del poliziesco italiano; ed infatti lo stesso autore, Andrea De Luca, ha dato conto di quanto hanno scritto Loris Rampelli, Renzo Cremante, Luca Crovi e Maurizio Pistelli su questa “affascinante, ma  a volte confusa storia” (pp.35). In poche parole chi ha preceduto De Luca nel tentativo di  indagare le origini un genere letterario di così grande successo – e, diciamolo, anche inflazionato – è partito vuoi dalla collana “gialla” della Mondadori, vuoi dal romanzo giudiziario, vuoi da De Marchi, vuoi ancora da Francesco Mastriani.

Il nostro autore invece, con questo suo saggio che almeno stilisticamente appare a mezza strada tra ricerca universitaria e saggio divulgativo, ha mostrato uno sguardo decisamente onnicomprensivo, senza sposare in tutto e per tutto una tesi predeterminata, mettendo quindi in luce “i problemi di demarcazione e di confine che da sempre ha avuto questo genere” (pp.37), si è soffermato per lo più su autori a tutti gli effetti ottocenteschi, almeno rispetto quanto contenuto nei manuali di altri noti esperti del poliziesco e ha proposto semmai una trama costruita da diversi fili rossi, o neri che dir si voglia. Non soltanto gli antenati “gotico e fantastico” ma anche una lettura forse non molto consueta di Edgar Allan Poe: “non era affatto un folle paranoico ossessionato dalla morte e dalle tenebre: al contrario, ponderava ogni sua scelta letteraria, sviluppava personaggi e storie con estrema razionalità” (pp.14). Razionalità, era positivista e nel contempo tradizioni, culti ancestrali, tenebre (morte, spiriti, occulto, ignoto), nonché i sempre più pressanti problemi sociali, analizzati e a volte equivocati dalle scienze umane del tempo (antropologia, sociologia, demografia, politica) rappresentano infatti i punti di partenza dei ragionamenti di De Luca alle prese col nascente poliziesco e ancor di più con quanto di “noir” e di “giallo” si poteva trovare nei feuilleton e nelle narrazioni di argomento giudiziario. Significativi i titoli dei capitoli: “Alle origini del male”, “Ladri, briganti, assassini: il Sud tra letteratura e criminologia”, “L’eredità di Mastriani: la scuola napoletana di denuncia”, “Dalla scienza agli spiriti: uno sguardo sull’aldilà”, “Francesco Mastriani e Arthur Conan Doyle: un rapporto da riscrivere”, Nebbia il Valpadana: il giallo al Nord”.  Non deve sorprendere che accanto alle citazioni di grandi romanzieri come Dickens (suo “Il mistero di Edwin Drood”), di Wilkie Collins e di altri noti scrittori anglosassoni, De Luca analizzi quanto pubblicato da Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio, Salvatore Di Giacomo, Capuana, Cletto Arrighi, Giulio Piccini, nonché le più celebri opere di Carolina Invernizio, di Francesco Mastriani e Emilio De Marchi, con tanto di trame (Il bacio di una morta”, “Il cappello del prete”, “Il mio cadavere”, ad esempio).

Emerge ripetutamente la già citata difficoltà nel tracciare una netta linea di separazione tra generi proprio in questo periodo “pionieristico”, tra giudiziario, giallo propriamente detto, gotico, horror e denuncia sociale. Tornando infatti al più volte ricordato “Il mio cadavere” (1852) di Mastriani viene evidenziato come la critica italiana e internazionale abbia sempre avuto molte remore a considerare quest’opera alla stregua di poliziesco “mistery” a causa sia della mancanza di un investigatore sia per la presenza di una esplicita commistione di verismo e denuncia sociale. Remore, ad avviso di De Luca, poco coerenti visto che lo stesso “The Moonstone” di Collins non contempla alcun investigatore nonostante sia unanimemente considerato un prototipo di giallo. Ancor più interessante “l’investigazione sugli investigatori”, ovvero i fili rossi e neri – sostanzialmente lo spiritismo incarnato in figure controverse come quella di Eusapia Palladino – che sembrano aver avvicinato “il padre di Sherlock Holmes e il padre del primo giallo italiano” (Mastriani) […] “grazie all’attrazione per l’aldilà”, per poi “seguire strade parallele e giungere allo steso traguardo, quello del romanzo investigativo” (pp.114).

Le conclusioni di De Luca sono coerenti con le premesse e con l’idea di una genesi complessa – una sorta di Dna multiplo –  e perciò tutt’altro che scontata: “nel confuso contesto della gestazione del giallo abbiamo visto come ci siano poche certezze e tante campane che legittimamente assegnano ad autori diversi la paternità del romanzo investigativo in Italia”. Nessuna intenzione di legittimare un progenitore ufficiale una volta per tutte, semmai l’idea che questa commistione di “scienza, morte, spiriti” si sia rivelata molto più virtuosa del previsto e di conseguenza la rilettura di un “percorso formativo che non ha simili in altri paesi” potrebbe consentire una rivalutazione critica dei nostri scrittori in bilico tra feuilleton, denuncia sociale, scienza e spiritismo: quelli che furono considerati mediocri epigoni dei più celebrati autori stranieri in tutta evidenza sono giunti al “poliziesco” grazie a percorsi peculiari ed anche all’intuizione di poter spiegare con la scienza il mistero della morte.