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In una recente intervista lo scrittore Andrea Appetito ha ricordato la genesi del titolo “Vietato calpestare le rovine”: qualche anno fa, poco fuori Cinecittà, il nostro autore, in quel momento impegnato a realizzare un documentario, …

j'Sab, 25 Mag 2019 23:22:59 +0200p*https://www.lankenauta.it/?p=17519eLankenautafVietato calpestare le rovine

In una recente intervista lo scrittore Andrea Appetito ha ricordato la genesi del titolo “Vietato calpestare le rovine”: qualche anno fa, poco fuori Cinecittà, il nostro autore, in quel momento impegnato a realizzare un documentario, aveva letto un cartello con una frase simile e che subito gli aveva dato l’impressione appunto di un “culto delle rovine”, di fatto la riproduzione “di un mondo, reale e simbolico, ormai disfatto”. Se poi andiamo ad analizzare le storie presenti in questa raccolta di racconti – ce lo rammenta Massimo Bucchi – non è difficile cogliere gran parte delle atmosfere già presenti in “Tomàs”, il suo precedente romanzo, che si concretizzano nell’evocare una costante distruzione di valori, perdita di coordinate, sentimenti umani, almeno quelli positivi, che vengono travolti e che comunque scivolano via impalpabili di fronte alle catastrofi e al trascorrere del tempo. Se l’idea “filosofica” di Appetito appare proprio quella di uscire “dalla situazione di stallo in cui viviamo da anni”, quanto messo nero su bianco rappresenta un “caleidoscopio impazzito”, per usare ancora le parole di Bucchi, significativamente racchiuso tra due parole chiave – ovvero tra un incipit e  un epilogo costituito da due microracconti, “San Pietroburgo” e “Mèng” (forse la traduzione di “sogno” piuttosto che un luogo determinato) – identificabili con deriva e smarrimento.

Uno stallo che, per essere tale, vuol dire incessante riproduzione nel tempo e nello spazio di disvalori, di comportamenti criminali e autolesivi: in questo senso allora funziona l’idea di brevi racconti ambientati sia in epoche remote, sia in epoca contemporanea – evidente il riferimento alle repressioni e ai totalitarismi del XX secolo – , sia in un prossimo futuro, inevitabilmente distopico. Se in “L’isola delle nebbie” la narrazione procede in prima persona e, proprio per l’intenzionale omissione di un luogo e un tempo determinato, potrà ricordare subito l’impostazione del citato “Tomàs, in “Norwich”, oppure in “Arkhangelsk”, compare una terza persona che non vuol dire necessariamente sguardo distaccato: un tono di solidarietà e compassione per chi è vittima di questo antico e moderno disfacimento non viene mai meno, al punto da evidenziarsi come una costante dalla prima all’ultima pagina.

Una tenace partecipazione umana che tanto più appare significativa, in relazione ad un potere sovrano sempre fedele ai suoi istinti di sopraffazione, quando si leggono racconti “incuranti del tempo cronologico” e, possiamo aggiungere, incuranti dello spazio e delle distanze. Le vicende che scaturiscono dalle pagine di Appetito, vuoi osservate dall’esterno, vuoi ricordate, davvero non sembrano seguire un percorso prestabilito, se non nel senso di una rappresentazione di vicende universali nella loro tragicità; ed allora il lettore potrà ritrovarsi dalle parti dell’ oblast’ di Arcangelo, situata nell’estremo nord della Russia europea, e subito dopo a Tampere in tempi decisamente più recenti; nella colombiana Mompox. oppure ancora nella Praga del 1945 e del 2002. Altrettanto multiformi le personalità di coloro che popolano le pagine delle “Rovine”: da un lato personaggi forse di pura invenzione, magari sopravvissuti in tempi e luoghi che possono sembrare sia fiabeschi che orrorifici; altri che in tutta evidenza di riferiscono a celebri protagonisti della storia e della cultura, realmente vissuti. Pensiamo in “Tripoli” a ʿOmar al-Mukhtār, il guerrigliero libico cirenaico che fu impiccato dai nostri civilissimi connazionali – i celebri “italiani brava gente” –  il 16 settembre 1931, e qui ritratto in tutta la sua dignità di condannato: “Con gli occhi aperti recitò una sura del Corano. Nel frattempo guardava la sua gente. Sembrava che li fissasse uno per uno. Omar sapeva vedere la grandezza nelle piccole cose” (pp.15). Non soltanto la repressione del potere, ma anche un destino che sembra non offrire vie di scampo – si veda la parabola ineluttabile e nerissima di Ipuana, il pugile indio – se non la presenza salvifica di coloro che sanno cos’è la compassione e il perdono: “Kamil fu devoto e grato per tutta la vita alla donna che l’aveva salvato” (pp.32). Ed ancora una Roma che, osservata in un futuro prossimo di catastrofe ecologica, ormai affondata “in una distesa di acqua oleosa” (pp.47), scioglie il mistero del titolo di “Vietato calpestare le rovine”. Uno stile asciutto, pochi aggettivi, per tante storie, mai scontate, spesso sorprendenti, che sembrano quasi procedere per induzione, dal particolare all’universale, rappresentando quindi quelle esigenze morali, che non conoscono confini di tempo e di luogo, spesso sconfitte ma sempre presenti, che da sole possono significare la salvezza dell’essere umano.

L’autore ha affermato di voler “esprimere una visione della realtà in modo non accademico” e, proprio in virtù di questo stile controllato, l’ha fatto con delle pagine che mostrano la  dote sia di manifestare empatia nei confronti dei suoi personaggi, dal Gabriel di Buenos Aires alla Leontina di Lisbona, per capirci; e nel contempo la capacità di raccontare, senza soluzione di continuità, le tante variazioni sul tema crudeltà, dai tempi remoti e malsani di “Norwich” per giungere agli chef estremi e distopici di “Hogansport”.

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