L’anno che Bartolo decise di morire (Arkadia Editore, 2019, collana “Senza rotta”), secondo romanzo di Valentina Di Cesare dopo Marta la sarta (Tabula Fati, 2014), è un’eccellente conferma per una scrittrice di alta qualità. “Figlia” della sapiente mano della tradizione del miglior realismo italiano, l’autrice abruzzese ambienta questa storia minima (si noti il corsivo, a indicare la valenza speciale dell’aggettivo) in un paese della sua regione: qui, una piccola comunità, raccolta attorno ai propri legami e alle proprie frustrazioni sovrapposte, s’interroga sulla scomparsa di un uomo buono e generoso, Bartolo – sempre attento alle preoccupazioni degli altri, affezionato agli amici e sdegnato da chi li dimentica.

Un giorno, semplicemente, Bartolo – che si suppone, quasi come in un teorema, che abbia “rinunciato a vivere” – semplicemente scompare, lasciando intorno a sé i tardivi interrogativi di coloro che, fino a poco tempo prima, vivacchiavano, tutto sommato fregandosene delle difficoltà dei più sfortunati. Come Lucio, che ha perso il lavoro e la famiglia.

Bartolo è l’unico che abbia conservato una capacità critica e di empatia, in un villaggio reso cinico e ottuso dall’indolenza e dalla monotonia di abitudini protratte indefinitamente. È la coscienza di un universo inaridito, che forse solo alcuni anziani riescono a conservare, anche se lui è giovane: giovane e come “a parte”, scisso dalle regole di questo mondo e ancorato a una precisa etica dei rapporti umani.

Eppure, è proprio lui che “decide di morire”. È come se venisse risucchiato fuori da questo microcosmo, o magari dentro, nelle sue fibre intime, ritraendosi fino a svanire. Non si comprende – e magari è una domanda oziosa – se si tratti di un suicidio, di una “morte civile” o di un’inquietante metafora di qualcosa che sfugge. Ma senza dubbio è il buco nero di questa comunità, la stella implosa al cuore di una sinfonia locale che è la declinazione claustrofobica di una serie di variazioni su un unico tema.

I capitoli sono una successione di movimenti musicali condotta con mano pittorica e scultorea, che richiama alla mente l’Ignazio Silone di Fontamara o l’Elio Vittorini di Conversazione in Sicilia. La parola, qui, è sasso, è terra di campo e mattone di casa, e al contempo si fa sguardo, gesto, azione – anche laddove gli sguardi diventano spenti, i gesti smorzati, le azioni carenti. La prosa di Valentina Di Cesare collega senza soluzione di continuità il mondo minerale di questi scorci di paese alla natura organica dei suoi abitanti, che ne sembrano quasi delle emanazioni, come degli elementali di un universo di provincia, evocati da un rituale di preghiera collettiva coincidente col brusio di fondo delle chiacchiere e del ticchettare monocorde del tempo – salvo scomparire, per propria scelta o per il prosciugarsi della linfa vitale intorno a loro, quando le parole non vengono più spese per creare ponti, per quanto minimi, tra ogni persona e il suo vicino.

Un ottimo romanzo corale, imperniato su una figura in particolare, quella di Bartolo, e sulla sua ineluttabile assenza. Un libro di pregio.