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j'Sab, 01 Giu 2019 07:52:19 +0200p*https://www.lankenauta.it/?p=17561eLankenautafL'altra Grace

Per molti “L’altra Grace” è la miniserie televisiva realizzata da Netflix e diretta da Mary Harron. Della serie tv non so granché, però ho appena terminato la lettura del libro di Margaret Atwood da cui la serie in questione è tratta. “L’altra Grace” è un romanzo storico ma anche un thriller psicologico e, nel contempo, una biografia romanzata. La Grace richiamata nel titolo altri non è che Grace Marks, una donna realmente esistita il cui nome è legato a uno dei delitti più efferati del XIX secolo avvenuti in Canada. Gli eventi, risalenti al 1843, sono descritti e raccontati da numerosi cronisti di nera dell’epoca: il ricco possidente Thomas Kinnear e la sua amante, la governante Nancy Montgomery, vengono uccisi brutalmente in casa. Per il delitto sono arrestati lo stalliere James McDermott e la sedicenne Grace Marks, al tempo domestica di casa Kinnear. La vicenda processuale, che Margaret Atwood ha studiato nei minimi dettagli, per le sue caratteristiche e la sua violenza, attira la morbosità di molti lettori anche fuori dai confini canadesi. James McDermott viene condannato all’impiccagione, pena eseguita nella prigione nuova di Toronto il 21 novembre 1843. A Grace Marks è riservato un altro destino: manicomio e carcere a vita.

Se fosse un classico giallo, Margaret Atwood si sarebbe concentrata sulla ricerca della verità rintracciabile nei fatti. Ma Margaret Atwood non è una scrittrice di gialli e “L’altra Grace” non è un giallo da risolvere. La verità deve trovarsi altrove. Grace Marks è davvero pazza? Grace Marks è colpevole? Grace Marks ha mentito? Grace Marks ha ucciso? In realtà Margaret Atwood ci fa capire in maniera lampante che una verità, in questa vicenda come in tante altre, non si può individuare distintamente. Perché spesso la verità è solo un’interpretazione, un punto di vista, una versione accettabile, una possibile narrazione degli eventi. La verità si trova in una delle tre versioni dei fatti che ha raccontato Grace davanti ai giudici? Oppure una delle due dichiarate da James McDermott? Nella storia di Grace sembra che la verità si disperda e si moltiplichi, si contorca e si spezzetti. Di certo, come dice la stessa Grace: “Solo perché una cosa è scritta, signore, non vuol dire che sia la verità sacrosanta“.

La Atwood rende voce a Grace e le concede pensieri in grado di delineare una personalità molto interessante, dal punto di vista letterario. Grace pensa, ricorda e racconta ma appare costantemente ambigua, fugace, indecifrabile. Solitamente dice e fa ciò che immagina che gli altri vogliono che dica e faccia. I suoi sforzi sono sempre tesi a prevedere le aspettative altrui e a tali aspettative lei cerca di attagliarsi, come un fluido che si conformi a ciò che lo contiene. Per questo la sua sincerità ha per lo più l’aspetto di una maschera, la sua buona fede cerca di travestirsi da interpretazione utile a soddisfare chi le sta di fronte. “Sono una prigioniera modello, non creo problemi. È così che dice la moglie del Direttore, l’ho sentita. Sono brava a sentire quel che la gente dice senza farmene accorgere. Se sto abbastanza buona e tranquilla, forse mi lasceranno andare, dopotutto; ma non è facile stare tranquilla e buona, è come stare appesa all’orlo di un ponte dopo che sei già caduta: sembra che non ti muovi, che stai solo lì penzoloni, eppure ci vuole tutta la tua forza per stare lì“. Un modo come un altro per proteggersi e non avere fastidi, un modo come un altro per non guastarsi ulteriormente la vita. Un atteggiamento, quello di Grace, che si ripete, con costanza, soprattutto durante i vari colloqui che ha con il dottor Simon Jordan, un giovane psichiatra a cui un comitato di persone che la ritengono innocente, chiede una consulenza. Forse Grace non è affatto pazza come molti si ostinano a sostenere, forse le sue crisi hanno ragioni psichiche profonde e lontane. Ma la scienza psicologica, a metà dell’800, ha ancora molto da conquistare e molto da dimostrare.

È al dottor Jordan, dunque, che Grace racconta nel dettaglio la sua storia perché Jordan, che pratica un approccio psicologico piuttosto anticonvenzionale per il tempo, ritiene di poter scovare, con la pazienza dell’ascolto, qualche elemento che gli consenta di arrivare alle origini dei problemi di Grace. Al dottore non interessa capire se Grace sia innocente o colpevole, a lui interessa scoprire esattamente il punto di rottura, l’origine precisa di ciò che ha condotto Grace a diventare un’ipotetica assassina. …assassina è una parola pesante da portarsi dietro. Ha un odore, quella parola, un odore muschiato e opprimente, come di fiori morti in vaso. Qualche volta, di notte, me lo ripeto a bassa voce: Assassina, assassina. Fruscia, come una gonna di taffetà sul pavimento“. E di Grace molto traspare durante gli incontri con il dottore. Anche il suo carisma, la sua fragilità, i suoi limiti, il suo fascino. Grace rimane una donna molto bella e ha imparato a fidarsi poco di chiunque, ha imparato a dare di sé un’immagine appropriata alle circostanze, ha imparato a non farsi scoprire oltre un certo limite. “Se hai un bisogno o un desiderio e loro lo scoprono, lo useranno contro di te. La cosa migliore è non volere più niente“.

La voce del romanzo muta regolarmente angolazione. I vari “io” narranti si susseguono stabilmente costruendo un affascinante puzzle composto di finzione letteraria e realtà storica. Margaret Atwood ha saputo generare un ritmo narrativo sempre nuovo e inaspettato. A volte l’atmosfera si fa rarefatta e velata come accade sempre quando ci si addentra nella psiche di un essere umano, tra i suoi sogni e le sue rappresentazioni andando a sbiadire i confini tra ciò che è sanità mentale e ciò che non lo è. La magia de “L’altra Grace” si trova tutta nel mistero che circonda Grace. Nessuno è in grado di capire chi sia e cosa abbia fatto veramente. La Atwood ha danzato con talento tra le ambiguità e le confusioni di una donna che, evidentemente, è stata penalizzata da dinamiche sociali a lei ostili. Grace non è istruita, non è ricca e, soprattutto, è solo una donna: condizioni decisamente svantaggiate in una società maschilista e piena di suggestioni. D’altro canto Grace è stata asservita a qualcuno da quando è nata quindi costretta ad adeguarsi, suo malgrado, a ciò che le viene chiesto e a chi glielo chiede. Una soggezione femminile mentale ed emotiva che la Atwood è riuscita a delineare con estrema sottigliezza e che, tra le righe, sa divenire anche un’esplicita denuncia.

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