Mi è successo, parlando di questo romanzo una volta terminata la lettura, di dire: È un libro che si divora. La prosa veloce e scorrevole, i capitoli brevi, le azioni che si susseguono velocemente, tutto contribuisce a che il lettore si immerga nelle trame e sottotrame, con una pagina che tira l’altra come fossero ciliegie, e intorrempere diventa non scontato, sei lì che volti pagina e magari ti dici: Ora smetto, ora devo andare, ora devo dormire, ora faccio altro. Ti ritrovi invece con gli occhi ancora piantati sulle lettere, sulle parole, sulle frasi, e il rischio diventa di farne indigestione, di non riuscire a metabolizzare tutto quanto è scritto, di non cogliere le sfumature di un narrato denso e leggero al tempo stesso. Bravo Paolo Grugni a maneggiare un materiale così ricco lavorando sulle superfici e riuscendo a rendere il senso di ciò che si agita in profondità.

Ma da quale materiale è composto questo libro?

La geografia delle piogge ha per protagonista Mauro Casagrande, ex-giornalista d’inchiesta dedito adesso alla vendita di libri usati su internet. La storia comincia con il funerale di sua madre, l’incontro con il padre, che da anni non sentiva più, e con lo zio. Quindi entrano gli altri personaggi: la sua compagna Federica, avvocato in un grande studio legale, e il suo collega di lavoro, Stefano, direttore di una biblioteca, che rifornisce di libri il suo commercio.

E tutto precipita, come pioggia.

La madre di Federica che sta male, Stefano che ha bisogno di soldi, una donna, Gloria Massari, che ha provocato la morte del proprio neonato, portatore di handicap, e che difesa da Federica chiede l’aiuto di Mauro, e suo zio Nino, gestore di un bar di provincia, che paga il pizzo alla ‘ndrangheta (siamo in quel Nord dove qualcuno negava ci fosse la malavita organizzata).

In mezzo a tutto questo, le dediche dei libri usati, che Mauro annota e sceglie per farne un libro, che porta a compimento verso la fine, e che interrompono ed al tempo stesso integrano la narrazione.

Non si può proprio dire che i temi d’attualità manchino. Si possono scrivere pagine e pagine su ognuno di questi, e da un punto di vista narrativo le difficoltà sono, a mio avviso, nel donare loro una sorta di leggerezza.

Se la scrittura di Grugni, centrata sul protagonista come io narrante, con il fondersi dei dialoghi nella narrazione, riesce a fare questo, d’altra parte, come scrivevo prima, il rischio di farne indigestione è reale ed ecco che le dediche che Casagrande trova nei libri usati diventano quasi pause di riflessione, atte a far rifiatare e pesare meglio quel che accade.

Le dediche sono d’amore, d’addio, di arrivederci, e sono di persone che le hanno ricevute e adesso, dando via i libri, se ne vogliono liberare. Quelle che Mauro sceglie compongono “una raccolta di cicatrici. Ho cassato ogni romanticheria regressiva e ho selezionato quasi esclusivamente messaggi che non escono dal recinto psichiatrico della frustrazione. L’amore è per gli altri speranza e rigenerazione, per me, ne trovo ora conferma, è avaria.” (pag. 153)

Nonostante questo, le sue azioni vanno in altra direzione: scrive, dopo avere passato ore con la Massari, una dichiarazione che lei leggerà in tribunale (ecco l’aiuto che richiedeva l’imputata); sta al fianco dello zio perché la ‘ndrangheta non l’abbia vinta. E Federica, e Stefano.

C’è, secondo me, uno scarto fra pensiero e l’atto che genera, che magari non è speranza e rigenerazione, e neppure avaria, è qualcosa che avviene dopo quest’ultima, e prima delle precedenti, se possibile, un movimento che possa rendere il terreno fertile per altro.

La geografia delle piogge non va letto di corsa, anche se corre. O almeno, come mi dice un ricordo di anni fa, quando leggete, “accelerate piano”.