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j'Mer, 28 Set 2011 15:34:45 +0100p*https://www.lankenauta.it/?p=17737eLankenautafLa fine

“La fine” – romanzo d’esordio dello scrittore italo-americano Salvatore Scibona, che ha impiegato 10 anni per portarlo a compimento, nominato al National Book Award (2008) statunitense, vincitore di vari altri premi letterari, per cui il suo autore è stato indicato come uno tra i 20 migliori scrittori under 40 degli U.S.A. dalla rivista New Yorker – cerca di narrare un luogo spazio-temporale di passaggio, poiché la fine del titolo si riferisce ad una mutazione, e se definisce lo fa per portare altrove, in un altro tempo. “La fine” è quel momento in cui il film finisce, le luci del cinema si accendono, e ti alzi e te ne vai; è il momento in cui hai letto l’ultimo punto del libro e lo richiudi, e vai; è il momento – ma individua anche lo spazio di quel momento – in cui torni. Torni a fare ciò che facevi prima, ma con una consapevolezza diversa. Da cui agisci in maniera diversa, o almeno dovresti. Ma non sempre succede così, perché non si vuole tornare, perché il cambiamento è insopportabile da accettare, perché la fine non si accetta, quando ci tocca, quando tocca qualcosa/qualcuno cui siamo legati. Perché della fine non vediamo ciò che porta ma ciò che sembra togliere, o questa seconda cosa ci appare come immensamente più grande della prima.

“La fine” è, come dice Romagnoli su Repubblica, un romanzo sull’accettazione e non è facile accettarne (appunto) la sfida. È un romanzo cerebrale, intellettuale, costruito, che non cela tutto questo, gioca a carte scoperte, per cui può piacere, oppure no, ma non fa giochetti con il lettore.

Una storia costruita ad incastri di più storie, con una stessa scena vista da più angolazioni, anche a distanza di pagine e pagine, poiché Scibona segue i suoi personaggi uno ad uno, dedicando loro, a rotazione, quell’attenzione che a suo avviso meritano. Certo ci sono protagonisti e comprimari, ma tutti condividono qualcosa, in modo diverso perché sono persone diverse. Persone che fanno i conti con la mancanza, con quanto questa ci permetta, anche, di identificarci come noi. È forte, in questi uomini, donne, ragazzi, la presenza dell’assenza. La mancanza. Di un figlio che è morto, di una madre che è andata via, di un padre che muore, di un marito…e così via.

Tutto si dipana dalla Festa dell’Assunzione, 15 agosto 1953, nel quartiere di Elephant Park, in Cleveland, Ohio. Elephant Park il quartiere italo-americano della città, in corso di trasformazione, con nuove presenze (quelle delle persone di colore) che si affacciano: “Continuava a sentire la parola moolinyans, e per un attimo volle bene a sé stesso, perché sapeva chi era, sapeva perché era legato ad alcune persone e non ad altre, sapeva che quella parola stava per <<melanzane>>, o <<negri>>, e lo sapeva per via del suo cognome, perché: Suo padre era stato chi era stato.” (pag. 344). Così si scopre questo quartiere, e chi lo viveva, come vedeva il paese in cui era, “Si rendeva conto che l’America era diventata grande perché aveva esteso il diritto di fare soldi perfino ai soldi stessi, ma questa nella sua mente era una pratica della più turpe corruzione, giacché da quali tasche il primo denaro tirava fuori il secondo denaro, se non da quelle dell’uomo che l’aveva guadagnato con il sudore della fronte?” (pag. 13-14). Da questo giorno di Festa si viene portati indietro nel tempo, per vedere come quelle persone siano arrivate proprio lì, in quel momento, punto di partenza e di fine. Giorno afoso d’agosto che si chiuderà in tempesta.

Un libro difficile, in cui la mano autoriale si sente, forse anche troppo, un libro che chiede a chi legge uno sforzo, ma a mio avviso è uno sforzo che vale la pena di fare, sarà che sono quel tipo di lettore cui piace avere un confronto con ciò che legge, mi piace sentire che chi scrive crede in ciò che ha scritto e si mette in gioco, rischiando per oltrepassare certi limiti, a volte riuscendoci, altre no. Così, questo libro non sempre riesce a mantenere lo stesso livello, ma in ogni parola se ne avverte la cura, l’attenzione, il portato intellettuale ed emotivo, e questo si trasmette a chi legge e mostra, a mio avviso, al lettore lo sguardo dell’autore, glielo dona, lo condivide. Forse proprio in questo voler condividere da parte di chi scrive con chi legge sta parte della sua forza e debolezza, nel senso che la voce autoriale è sempre molto presente, ma ne colgo più gli aspetti positivi che non quelli negativi. E, d’altronde, rimango un lettore a cui piace questo tipo di scrittura, per cui sono di parte.

Sono di parte anche perché, mentre il romanzo si avvia alla sua conclusione, uno dei personaggi di cui viene narrata la storia ricorda un sogno, un sogno ricorrente, ed in questo sogno ho visto (molto probabilmente al di là delle intenzioni autoriali) un omaggio ad un racconto che amo, e che si intitola “Per sempre lassù”, di D. F. Wallace.

Riporto il brano di Scibona:

“..il sogno di un bambino che si compie. Una volta che cominciamo a cadere e dimenarci in aria pieni di paura, la nostra volontà ci appare chiara; voltiamo la faccia verso il basso; non diciamo <<cadere>>, ma <<tuffarsi>> ; osserviamo la terra che corre verso di noi a incontrare i nostri occhi. Eccola. Non è uno schianto. Siamo una linea che interseca un piano. Ci passiamo attraverso come proiettili.” (pag. 360)

Tutto qui. E ciao.

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