Domenica 14 luglio, Kilkenny, qualche nuvola in cielo ma sarebbe bizzarro il contrario, è una giornata soleggiata come raramente se ne vedono qui in Irlanda. I pub della città sono strapieni per l’attesissimo quarto di finale del torneo nazionale di hurling, lo sport gaelico più seguito, contro i rivali di sempre di Cork. Alla folla nei pub si mischia quella che invece è diretta all’evento musicale dell’estate irlandese: il concerto di Neil Young e Bob Dylan.

Una settimana fa i biglietti non erano ancora esauriti e così sono miracolosamente riuscito a trovarne uno, non ho mai pagato così tanto per un concerto, ma volendo essere realistici, quei due insieme hanno 151 anni (73 Neil Young e 78 Bob Dylan), che è già un’età veneranda per due che hanno passato la vita a fare rock’n’roll. Potrebbe essere l’ultima occasione che mi capita.

Due giorni fa hanno entrambi suonato ad un altro festival a Londra, ma non si sono esibiti insieme, chissà che non succeda oggi. Ad ospitare l’evento è il Nowlan Park, uno stadio da circa 27.000 posti che di solito ospita partite di hurling o calcio gaelico ma che ha visto suonare alcuni grandi nomi della musica come Rod Stewart, Dolly Parton e Bruce Springsteen.

Mi posiziono nel prato ad una distanza accettabile dal palco. Alle 17 spaccate arriva Glen Hansard: artista irlandese molto popolare in patria e oggi incaricato di scaldare il pubblico in attesa dei due pezzi da novanta. Si presenta da solo con la sua chitarra acustica, canta alcune delle sue canzoni più famose, nel mezzo racconta qualche aneddoto. Bella voce, molta energia, svolge bene il suo compito e dopo circa tre quarti d’ora ci lascia tra gli applausi.

I tecnici riassettano il palco, non c’è molto, solo qualche elemento decorativo. Poco dopo le 18 entra Neil Young seguito dalla sua band, I Promise Of The Real. Mr. Young si presenta tutto in nero, compreso il cappello, occhiali scuri necessari a causa del sole ma forse anche perché non dev’essere più abituato a suonare di giorno e specialmente a non essere l’ultimo artista della giornata.

Si comincia con “Like An Inca”, un lungo pezzo tratto dall’album “Trans” del 1982 e che ci fa subito capire come andrà il concerto: lunghi pezzi a base di chitarra elettrica interrotti da sezioni cantate più brevi.

Le cinque canzoni successive provengono dal suo vastissimo repertorio e il fatto che il resto della band abbia circa la metà dei suoi anni di sicuro dà un tocco d’improvvisazione alla performance.

Arriva il momento acustico: Young cala due assi, “Heart of Gold” e “Old Man” e il pubblico non può far altro che cantare con lui.

Si ritorna poi in elettrico con “Fucking Up”, anche qui lunghi pezzi strumentali a base di chitarra elettrica e pubblico ipnotizzato. Stesso risultato poco dopo con “Piece of Crap”, canzone con un ritornello molto adatto al live.

Gran finale con altri due assi: “Hey Hey My My”, in versione elettrica ed infine “Rockin’ In The Free World” con la quale è scientificamente impossibile restare fermi. Il pezzo va avanti fino a risultare quasi comico, la band infatti finge di terminarla cinque volte prima di salutarci davvero, sarebbe esagerato per qualsiasi altra canzone che non avesse un titolo così.

Neil Young e compagni se ne vanno tra le ovazioni del pubblico, un mezzo sorriso compare sul suo viso rugoso e cadente. A 73 anni questo pezzo di storia della musica ha ancora la voglia e la forza di onorare un concerto al meglio delle sue possibilità.

L’allestimento del palco resta molto minimalista e poco prima delle 21 entra Bob Dylan accompagnato dalla sua band: completo nero, camicia bianca con una sciarpa leggera, cappello bianco da cowboy. Non fa cenni di saluto, raggiunge il suo pianoforte e attacca con “Ballad Of a Thin Man”, tratta da Highway 61 Revisited del 1965 e il cui uno dei versi principali recita “qualcosa sta succedendo qui, ma non sai bene cosa sia”.

Nulla di più appropriato: da decenni ormai Dylan conduce i suoi concerti come piace a lui e non come piacerebbe alla maggior parte dei suoi fan. Si tratta di un artista talmente complesso e su cui si è scritto così tanto che a questo punto è forse più saggio sedersi, godersi lo spettacolo e appunto chiedersi “cosa stia succedendo qui”.

La scaletta prosegue con pezzi di tutto rispetto tra cui “It Ain’t Me”, “Highway 61 Revisited”, Make You Feel My Love”, Dylan resta al suo pianoforte, a volte seduto a volte in piedi, non una parola tra una canzone e l’altra, ma diversi sorrisi ghignanti verso pubblico. A volte si allontana dal piano e assume una posa alla Elvis guardando il pubblico. La sua voce è ormai rauca e consumata e le parole spesso si confondono, non aiuta il fatto che canti praticamente per frasi singole, ma il talento resta intatto.

Senza che nessuno se l’aspetti, finalmente succede quello che tutti volevano e spunta fuori Neil Young. Insieme attaccano una vecchia canzone popolare americana “Will The Circle Be Unbroken”, che ha un sapore gospel e country. Si tratta della prima volta dal 1994 che i due condividono il palco e la scena da sola vale il prezzo del biglietto. Questi due hanno contribuito così tanto alla musica degli ultimi decenni che è difficile rendersene conto. Una pacca sulla spalla a fine canzone e poi Dylan torna padrone della scena e attacca con “Like a Rolling Stone”. Ma è una versione talmente riarrangiata che il pubblico ci mette qualche istante a rendersene conto.

Sembra quasi che il suo obiettivo sia evitare a tutti i costi che qualcuno possa cantare con lui. Poco dopo arriva un altro pezzo famoso “Girl From The North County Fair”, momento più intimo e raccolto per una classica ballata d’amore. Chiude con “Gotta Serve Somebody”, sorta di rock gospel pubblicato nel 1979.

La band esce di scena ma torna dopo pochi minuti per il bis: arriva “Blowin’ In The Wind” e succede come per “Like a Rolling Stone”, la melodia è quasi irriconoscibile e il pubblico ha molta difficoltà a cantare insieme a lui. Il concerto termina con “It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry”, sempre da Highway 61 Revisited. Anche questa pesantemente riarrangiata.

Un inchino con la band, un’ultima posa sorniona verso il pubblico e la leggenda esce di scena. Non una parola, non un saluto, non un ringraziamento.

Dylan e le sue performance dividono i fan fin dal celebre Newport Folk Festival del 1965, quando venne contestato perché si presentò con una band elettrica invece che solo acustica. Risulta quindi quantomeno coerente che ancora oggi continui a fare come gli pare e a non ripetere le sue canzoni così come tutti le conoscono sera dopo sera. Chissà, forse è proprio per questo che continua a trovare la voglia di suonare e fare concerti regolarmente in giro per il mondo.

Sono contento di averlo visto dal vivo, non me ne sono andato del tutto appagato per aver sentito dal vivo le canzoni che tante volte ho ascoltato e forse ho preferito la performance di Neil Young, ma a livello artistico, Bob Dylan resta un personaggio unico che forse nessuno riuscirà mai a comprendere del tutto.