“Le ragioni del Buddha”, il libro di Diego Infante edito da Meltemi, in tutta evidenza prova a rispondere positivamente ad un quesito a dir poco impegnativo: “Può l’Occidente costruire un’alternativa al proprio paradigma, meccanicistico e riduzionistico, senza per questo disconoscerne i presupposti?”. A domanda impegnativa seguono argomentazioni a rigore impegnative  e condotte su un piano multidisciplinare – questo forse l’aspetto più interessante e peculiare dello studio di Infante – ma non per questo indecifrabili; probabilmente grazie ad un approccio narrativo che unisce scientificità e divulgazione. È vero che le citazioni, soprattutto dei grandi pensatori che hanno intuito le risorse di un mondo apparentemente molto distante, sono molte – pensiamo a Schopenhauer, capace di “dimostrare, come mai prima d’ora che il pensiero non appannaggio del solo Occidente, ma che anzi, in altrove lontano, è possibile persino completare il proprio” (pp. 57) – ; ma l’intento di superare gli stereotipi, quelli che hanno diviso Occidente e Oriente, ha generato delle considerazioni tanto personali quanto ragionevoli. Uno dei punti chiave del saggio è sottolineato nel capitolo “Filosofia teoretica vs. gnosi soteriologica”: “Il fine della filosofia indiana (in realtà dovremmo parlare di strumento): la liberazione dal ciclo delle esistenze, così da trascendere il finito per sperimentare l’identità con l’Assoluto. Tale indirizzo precipuamente soteriologico, differenzia in modo netto la speculazione indiana da quella greco-occidentale cosiddetta teoretica, che si prefigge, fin dagli albori, l’obiettivo di spiegare il mondo su base razionale. Motivo per cui quest’ultima rimane sostanzialmente estranea alla dimensione pratico/religiosa, nonostante non manchino esempi di tenore diverso” (pp.74). Se poi il monoteismo, secondo Infante, ha lasciato frutti anche laddove era meno lecito attendersi (proprio il caso di Nietzsche), nel pensiero indiano non vi sarebbe “nessuno spazio o appiglio per interpretazioni totalitarie” (pp.93).

Leggiamo anche delle differenze di metodo, tra Occidente e Oriente, che si scontrano con dissonanze di merito, ben evidenziate argomentando sulla cosiddetta (post) modernità del buddhismo. Qui altro passaggio molto significativo: “mentre la moderna società dell’immagine vede trionfare la semplificazione e l’immediatezza di una rappresentazione figurativa che in genere rimane fine a se stessa, l’India insegna come dalla contemplazione estetica sia possibile ottenere l’unità della coscienza: caso unico in cui l’arte, ovvero la materia, riesce a trascendere se stessa e a veicolare qualcosa che materia non è”. Da questo punto di vista quindi un approccio all’estetica indiana potrebbe dire qualcosa ad un Occidente ubriacato di immagini: “il piano esteriore può costituire la porta d’accesso privilegiata per raggiungere territori totalmente altri” (pp.114).

Altre differenze e possibilità di incontro, tra le tante analizzate da Infante, nelle pagine dedicate al tema della “fuga”, fondata più precisamente sul rapporto cultura-religione, distacco in relazione all’accettazione e non accettazione delle contraddizioni della vita: “Ecco il risentimento che Nietzsche ascriveva al cristianesimo […] Nel buddhismo nulla di tutto ciò. La redenzione matura in ambienti aristocratici e non prende forma del risentimento. Ecco perché la liberazione è un appuntamento che non viene rinviato nell’aldilà” (pp.118). Queste le premesse per un passaggio ulteriore incentrato sul “senso di responsabilità nelle religioni”: “Ciò che fa la differenza è la presunzione di possedere il monopolio della verità più pura: un problema che non si pone sul fronte buddhista, dal momento che la radicalizzazione è in contrasto con l’idea di giusto mezzo” (pp.135). Il saggio di Infante prosegue col “caso Borobudur”, con la possibile conciliazione “Schopenhauer Hegel”, con  Slavoj Žižek e i paradossi del buddhismo occidentale; tutte premesse ad una seconda parte che evidenzia il passaggio da una sorta di geografia filosofica ad una vera e propria geografia fisica: “In Asia centrale sulle tracce del buddhismo d’occidente”.

Un viaggio nell’arte ispirata dal “Risvegliato” agli estremi del suo mondo religioso ma soprattutto in quell’Asia centrale di cui si evidenzia l’unicità: qui “l’europeo può intuire ciò  che egli sarebbe potuto diventare se il messaggio del Buddha fosse arrivato più a ovest, nonostante la dottrina del Risvegliato rimanga in questo terre tutto sommato marginale” (pp.198). E difatti è nella capitale del lontano Uzbekistan, Taškent, che  “Europa e India sono faccia a faccia, una di fronte all’altra”, come a testimoniare i “fasti del cosmopolitismo eurasiatico”. Altro approdo geografico, “estremo lembo di un al di qua”, quello di Termez (sempre Uzbekistan, al confine con l’Afghanistan), che regala “l’incanto di un buddhismo europeo, vuoi per l’adesione agli stilemi dell’Occidente greco romano, vuoi per una collocazione geografica che ha risentito di vicende storico politiche europee” (pp.229). È una città raccontata come vera e propria concretizzazione di un sogno: un luogo a metà tra due mondi, una sorta di metafora del giusto mezzo, in cui convivono le fattezze islamiche-cristiane con quelle buddhiste e iraniche/zoroastriane. Un lungo percorso intellettuale, poi un vero e proprio viaggio in luoghi che testimoniano fisicamente l’incontro non occasionale di Oriente e Occidente.

Come ha subito evidenziato Infante fin dalle prime pagine della sua opera, raccontando più dettagliatamente quei luoghi dopo un lungo percorso fatto di filosofia e di osservazione della modernità, è proprio l’Asia centrale l’insostituibile trait d’unione tra Est e Ovest; e, in particolare, l’arte greco – buddhista del Gandhāra la naturale porta d’accesso di un proficuo dialogo interculturale.