Se è vero che la letteratura può avere un ruolo essenziale nella nostra vita perché ci aiuta a conoscere noi stessi e quindi il mondo, dandoci la chiave per stabilire relazioni e interrogarci sui significati ultimi delle cose, ha ben ragione Todorov in questo agile saggio dal titolo La letteratura in pericolo (Garzanti, 2018) a prendersela con certi metodi di insegnamento e con alcuni approcci tecnici al testo che, per quanto vogliano essere assoluti nella loro intenzione di esaurire la spiegazione di un’opera, corrono spesso il rischio di sminuirla o di banalizzarla.

Il bersaglio principale di queste pagine è infatti un sistema scolastico “tradizionale” che vuole parlare di letteratura prescindendo dalle opere, dando cioè voce più ai critici che agli autori delle stesse, fino ad originare la situazione paradossale in cui gli studenti studiano più le teorie e l’illustrazione dei mezzi necessari all’analisi dei testi che i testi medesimi, rinunciando con questo a riflettere sulla condizione umana, sull’individuo e sulla società, sui sentimenti e sulle emozioni più varie, cosa che solo il contatto vero e autentico con un libro ci consente di fare (“solo questa emoziona, […] solo il significato e la bellezza delle opere emozionano”).

Ciò, ovviamente, non implica da parte di Todorov il rifiuto delle innovazioni proposte da alcuni approcci al testo, come quello strutturale (“perché rinunciare a ciò che c’è di buono, quando aiutano a capirne meglio il significato?”), purché queste mantengano la loro funzione di strumenti e non diventino fini. Non si legge, cioè, per padroneggiare un metodo di lettura (come accade col formalismo, che fa apparire l’opera un oggetto linguistico chiuso, autosufficiente, privo di rapporti col mondo) quanto per trovare un significato che ci permetta di comprendere l’uomo e gli eventi che lo riguardano, per scoprire la bellezza delle cose e meravigliarci (da qui una critica anche al decostruzionismo che pecca del preconcetto di ritenere che l’opera sia fatalmente incoerente e incapace di affermare alcunché del mondo, svalutandolo). Va però riconosciuto, a suo dire, che è a causa di questi metodi, ormai egemoni nell’accademia e nelle scuole di ogni ordine e grado nonché tra la critica (che loda spesso la costruzione, gli schemi, le simmetrie, gli echi e le allusioni interne all’opera), che sono state sdoganate tante odierne narrazioni in cui prevalgono il rifiuto e il distacco dal mondo, il disinteresse del contesto storico, a favore delle descrizioni minuziose delle più piccole emozioni e delle più insignificanti esperienze sessuali, delle più futili reminiscenze (“tanto più il mondo appare ripugnante, tanto il sé è affascinante”).

Ma quando ha preso avvio, quando si è affermato questo deleterio distacco dal mondo? In un momento storico ben preciso, quando cioè l’estetica dell’illuminismo, allontanandosi dalle teorie classiche, ha spostato il baricentro dall’imitazione alla bellezza e ha affermato l’autonomia dell’opera d’arte (“Lo scopo della vera arte non è l’imitazione della natura, ma la creazione della bellezza” dirà Winckelmann), rifiutando così tutta la dimensione cognitiva dell’opera. Il mondo fenomenico, a questo punto, non è più degno di attenzione, e l’arte e la letteratura non hanno più alcun rapporto significativo con esso (e questa tendenza è giunta fino alle avanguardie, formali e astratte, del Novecento, che condividono questo presupposto coi formalisti russi, con gli specialisti di studi stilistici o «morfologici» in Germania e i seguaci di Mallarmé in Francia, i sostenitori del New Criticism negli Stati Uniti).

Pertanto non sbagliamo a ritenere questo saggio come un appello o un’esortazione a liberare la letteratura dal rigore soffocante dei giochi formali, dai lamenti nichilisti e dall’egocentrismo solipsistico. La letteratura, secondo Todorov, ha ancora un ruolo vitale da giocare se viene presa nell’accezione ampia e pregnante che è prevalsa in Europa fino alla fine del XIX secolo. Un buon libro può aiutarci a dare un nome ai sentimenti che proviamo, a mettere ordine nel fiume impetuoso degli avvenimenti della nostra vita, può farci sognare, tremare d’inquietudine o cadere nella disperazione. Può tenderci la mano quando siamo depressi, o condurci verso gli esseri umani che ci circondano e aiutarci a vivere. Può anche trasformarci nel profondo. La letteratura, insomma, può fare tanto. E il lettore comune, continuando a cercare nelle opere che legge come dare un senso alla propria vita, può essere più giudizioso di un insegnante, di un critico e di uno scrittore quando gli dicono che la letteratura parla solo di sé o che insegna solo a disperare. È con la lettura, infatti, e più propriamente con l’adozione del punto di vista degli altri, anche quello dei personaggi letterari, che possiamo andare oltre il breve limite della nostra esistenza, oltre il nostro cieco egocentrismo e giungere più lontano (l’idea è di Rorty). Ed è per questo che bisogna incoraggiare la lettura con ogni mezzo, compresa quella di libri che il critico di professione disprezza, dai Tre moschettieri a Harry Potter, perché non solo questi romanzi popolari hanno avvicinato alla lettura milioni di adolescenti ma hanno anche permesso loro di costruirsi una prima immagine coerente del mondo.

In questo modo, chi la legge e la comprende non diventerà probabilmente un esperto di analisi letteraria, ma di sicuro un abile conoscitore dell’essere umano, dei comportamenti e dei sentimenti umani, opera a cui i grandi scrittori si dedicano da millenni. E allora quale migliore preparazione per tutte le professioni basate sui rapporti umani, dice Todorov, quale aiuto più prezioso potrebbero trovare il futuro studente di diritto o di scienze politiche, l’operatore sociale o chi si occupa di psicoterapia, lo storico o il sociologo, una volta che si è avuti come maestri Shakespeare e Sofocle, o Dostoevskij?