Simone Consorti, autore di questo breve romanzo La pioggia a Cracovia pubblicato da Ensemble Edizioni, è insegnante, scrittore di narrativa, poesia e teatro, e fotografo. Lo si potrebbe definire, credo, un esploratore, un curioso, uno che mette alla prova le proprie capacità, una persona a cui piace indagare le possibilità. Sono andato così sul suo sito e da lì sono passato a un articolo su Discorsi Fotografici Magazine del 2 dicembre 2014 in cui venivano presentati una poesia e un lavoro fotografico che portano lo stesso titolo del romanzo in questione. Dal 2014 a oggi Consorti ha pubblicato vari libri eppure la città, le fotografie, la pioggia, avevano ancora qualcosa da dire, da fargli dire.

Il romanzo breve, o racconto lungo, è costruito seguendo le orme di due personaggi nella città polacca: il fotografo e il vagabondo. Il fotografo scrive email alla sua ex compagna senza ricevere risposta; il vagabondo racconta la sua vita di vagabondo e accenna a quella precedente, di fotografo. I due si specchiano e rispecchiano l’altro: sembrano mettere le loro esistenze in un buco spaziotemporale, o forse solo in una pozzanghera che mostra un’immagine che, quando alzi lo sguardo, non c’è più, è svanita, fino a che la stessa pozzanghera si asciuga per poi riformarsi alla prossima pioggia. Sono soli e attorniati da mancanze, da assenze, da presenze fatue cui appoggiarsi e per questo si sorreggono l’uno all’altro, diventano l’uno l’altro e l’altro l’uno: il fotografo diventa il vagabondo che era fotografo come Chiara è Bianca è Chiara è la ragazza del museo è quella della panchina è la flautista; il progetto di mostra del fotografo e le foto del vagabondo in una chiavetta; le macchine fotografiche che si perdono, a Cracovia, come bottoni di una giacca; gli incontri che si fanno tra cimiteri e bar e panchine e piazze e stazioni di polizia. L’autore usa la città per ritrarre i due uomini, e i due uomini per offrire un ritratto singolare della città. La lettura, andando avanti con le pagine, sfoca ciò che all’inizio era chiaro, unisce ciò che era distinto e sembra quasi una perdita di senso quando poi diventa solo un senso sospeso: l’immagine di un senso in movimento perpetuo. Allora ecco il titolo della mostra immaginata, “Svanendo”, ecco il “gerundio, perché anche quello lo vivrò elaborandolo, ripensandoci, rimuginando, rispolverandolo, sporcandolo, dandomi pace, impazzendoci appresso, lentamente svanendo.” (pag. 67)

E svaniscono nelle parole i due esseri umani e svaniamo forse anche noi che leggiamo, fino a ricomparire una volta girata l’ultima pagina, come forse hanno fatto il fotografo e il vagabondo.