“Talvolta, di fronte a un falò serale, mentre in lontananza si udivano canti nostalgici in tedesco, Stanis parlava con alcuni commilitoni, tutti ragazzi della sua età o poco più grandi. Tutti con storie simili alla sua alle spalle. Tra di loro c’era Arturo, il giovane che combatteva chiunque, ‘sempre per l’Italia’, e col quale aveva stretto il rapporto più solido, forte della conoscenza pregressa. Ogni loro discorso era basato sull’onore della Patria da salvare e sull’ansia del combattimento. Fremevano all’idea di partire per il fronte per riscattare la vergogna dell’armistizio e del tradimento dei propri padri. Il fascismo era qualcosa di cui non si parlava mai. E anche Mussolini era scomparso dai loro discorsi. Restava solo l’Italia, l’onore e l’accettazione del sacrificio, oltre al rancore nei confronti della monarchia”. pp.49-50

Partirei proprio da qui, dalla parola “Patria”, tanto vituperata nei primi 50 anni dell’Italia repubblicana fin quasi a decretarne l’oblio, per introdurre il primo romanzo di Vincenzo Salfi, letterato classe 1972, che ha scelto di misurarsi col tema spinoso, complesso e doloroso della guerra civile che ha investito il Bel Paese dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, nel quale il Maresciallo Pietro Badoglio – divenuto capo del governo a seguito della sfiducia che il Gran Consiglio del Fascismo decretò nei confronti di Benito Mussolini, con conseguente destituzione – proclamò all’intera nazione la resa nei confronti degli anglo-americani. Fatti noti, studiati, riletti e reinterpretati non solo dagli storici, ma da tutti i media possibili e immaginabili e da chiunque abbia voluto farsi legittimamente un’idea sulla nostra storia recente. Fatti che sono storia, “storia patria” per l’appunto, ma che in forma romanzata si prestano ad un’interpretazione meno vincolante, per così dire, ancorché talmente gravi e importanti in quanto propedeutici alla nascita della repubblica che attualmente siamo. Salfi fotografa quegli anni attraverso le vicende di cinque personaggi paradigmatici, esemplificativi delle tensioni e dei conflitti in atto, ma soprattutto del disorientamento che la scelta di Vittorio Emanuele III, ed anche, indirettamente, di Mussolini – ovvero consegnarsi spontaneamente nelle mani del Re -, provocò nel popolo italiano. L’effetto di tutto ciò fu una sorta di “liberi tutti”, che portò alle tristi ed estreme conseguenze che oggi noi tutti, in qualche modo, conosciamo.

È il luglio 1943 e la guerra non è ancora finita, nonostante in molti incautamente lo credano. In questo scenario confuso e disperato, un ragazzo, Stanis, sceglie di combattere per un fascismo già in profonda decadenza e un altro, Agostino, prova a salvarsi la vita giocando a calcio in un campionato mai entrato negli annali. Un ufficiale del Regio esercito, Salvatore, è disposto a tutto per tornare a casa e un agente segreto britannico, William, ordisce il peggiore degli inganni, coinvolgendo anche un’ingenua ed ignara ragazza, Anna, per compiere la sua missione. Intanto, su un mondo in decomposizione, infuria il vento impetuoso della storia che tutto travolge e tutto cambia, specie i piani degli esseri umani.

Da contrari venti, già dal titolo, tradisce l’intrinseca natura dinamica e inevitabilmente conflittuale di una vicenda che tocca le corde profonde di un popolo intero trovatosi improvvisamente senza approdi certi, costretto ad agire confusamente nel tentativo di trovare una sponda a cui aggrapparsi. In questo senso, Salfi restituisce bene il senso di sradicamento dei suoi personaggi nello scegliere di stare da una parte o dall’altra, fino addirittura a scambiarle laddove la necessità o l’impeto di una gioventù costretta a diventare improvvisamente adulta lo richiedessero. Le vicende di Stanis e Agostino, di Anna e Salvatore, ma anche a conti fatti quella di William hanno uno stesso comune denominatore, ciò che per dirla con Nietzsche è la “trasvalutazione di tutti i valori”, quel mondo reale che improvvisamente diventa una fiaba dall’epilogo incerto ed oscuro. In siffatte circostanze la tanto sbandierata coerenza di idee ed atteggiamenti conseguenti si può tranquillamente far andare a benedire, e Salfi lo sa bene. Lo sa talmente bene che costruisce una storia nella Storia, il cui epilogo consegnato ai posteri è a grandi linee a tutti noto, ma quello delle singole vicende dei suoi protagonisti incerto fino alla fine.

Da contrari venti, pertanto, è un’opera che si presta a diverse chiavi di lettura e a differenti valutazioni in merito a quattro contesti d’analisi che viene spontaneo portare ad evidenza. Dal punto di vista storico, l’autore dimostra di padroneggiare bene la complicata materia, lasciando trasparire dalla voluminosa narrazione (666 pagine, un numero sinistro già di per sé) una conoscenza delle fonti (indicata nelle note bibliografiche) non indifferente. Per ciò che riguarda l’aspetto eminentemente narrativo, Salfi, ancorché alla sua opera prima, denota padronanza della forma romanzo riuscendo a incastrare le vicende in maniera convincente, nonostante si perda un po’ nel finale. Più complicato è stato invece forse caratterizzare i suoi protagonisti, territorio in cui l’autore tradisce in alcuni frangenti l’ansia di voler restituire una “natura umana” in un contesto che a tratti di umano aveva davvero poco. Ed anche i personaggi di contorno maggiormente connotati storicamente, come fascisti, tedeschi e partigiani, sono sovente stereotipati e qualche volta fin troppo macchiettistici. L’ultimo tassello della valutazione è rivolto alla visione d’insieme e al giudizio di fondo che, inevitabilmente, da una simile vicenda l’autore sembra derivarne. Qui il discorso sarebbe lungo, ma non è una semplice recensione il territorio più adatto a tale complessità d’analisi. Quello che si può dire è che Salfi riesce a trovare un fragile equilibrio – per quanto lo si può fare in una storia che da tempo ha decretato chi sono i vinti e vincitori, i “buoni” e i “cattivi” -, senza prendere in maniera eclatante o manichea le parti per nessuno dei contendenti sul campo. Restituisce bene il senso di precarietà e di smarrimento di quel periodo, di necessità di sopravvivere sopra ogni altra cosa. Stigmatizza inoltre efficacemente le colpe dei padri, attraverso pagine ora liriche ora dolorose in cui la giovinezza è sacrificata sull’altare della realpolitik e dei soliti noti, quelli che comandano in ogni tempo e con ogni forma di governo.

Proprio le pagine dedicate a Stanis, il ragazzo partito per combattere gli anglo-americani e trovatosi nel vortice di sangue e di morte che ha investito i suoi stessi coetanei compatrioti, di una parte come dell’altra, sono le più efficaci dell’intera narrazione. Delle quattro storie che muovono in parallelo nel romanzo, quelle di Stanis, William e Anna sono le più coinvolgenti. Forse un po’ monocorde, invece, quella che vede protagonista Salvatore, nonostante in apparenza più drammatica. Quella di Agostino, l’unica che immagina una sorta di pur malinconico lieto fine, è forse troppo marginale, ancorché in una prima parte legata all’interessante progressione degli episodi del campionato di calcio mai finito negli annali. Ma a prescindere dal giudizio sulle singole storie e sulla loro possibile interpretazione, Vincenzo Salfi dimostra di aver amato visceralmente i suoi personaggi, accompagnandoli per mano in un finale tragico e doloroso per i più. Questo amore che traspare pagina dopo pagina, fino a scriverne oltre 600, gli è costato probabilmente qualche leziosità nell’epilogo. Ma è il suo primo romanzo, ed è normale e immagino anche giusto sia stato così.

“Bene bene, cari italiani, eccomi in partenza per l’America. Non credo tornerò più. Quindici anni sono abbastanza. Ne ho imparate di cose su da voi… Quella più importante è che i conti con la vostra storia non li farete mai. Gli anni della guerra civile sono lontani e fate ancora fatica a chiamarla così. Sembra incredibile, ma è vero. Com’è andata? Come vuoi che vada nel Paese del Gattopardo? Il romanzo sarà recente ma ve la spiattella bene la vostra condanna antica… ma voi l’avete capita? D’accordo, qualcuno lo avete fucilato. Quanti sono i ragazzini che avete fatto fuori? Quelli a cui avete insegnato a ripetere a memoria che bisognava ‘credere obbedire combattere’, e che quando hanno provato a fare quello che dicevate voi li avete messi al muro. Anzi, li avete fatti mettere al muro e vi siete girati dall’altra parte”. p.657

Federico Magi, luglio 2019.