“Per amor del cielo, in che cosa credete che consista la legge? È scambio, accordo, compromesso, negoziato. Nient’altro che questo: una trattativa”. Queste le parole che leggiamo in “Always a Body to Trade” (titolo originale) quando ormai è chiaro l’epilogo di una vicenda criminale dove in fondo ci sono pochi misteri, piuttosto fatti plausibili, prevedibili, almeno per coloro che hanno i piedi in terra. Parole significative perché fanno pensare che forse “l’imperfezione” dello scambio – probabilmente riferito a Balzic costretto a venire patti con la poco appariscente malavita di Rocksburg – rappresenta una delle più evidenti contraddizioni di  una nazione dove, ad esempio, al cosiddetto “American Dream” si accompagna un’endemica discriminazione razziale. Per non parlare dell’America puritana, spietata, forcaiola che convive con l’arbitrio dei patteggiamenti e quindi con spietati criminali che la fanno franca a norma di legge. Sono tutti elementi che, seppur all’interno di una cornice poliziesca, possiamo ritrovare nello “scambio imperfetto” di K. C. Constantine, al secolo Carl Kosak. Se qualche mese fa, all’indomani della prima pubblicazione in lingua italiana de “Il mistero dell’orto di Rocksburg”, potevamo scrivere di “realtà sociali e psicologiche che descrivono un’America spesso inedita, sicuramente provinciale, percorsa da pregiudizi e da un costante disagio”, nonché di una scrittura che, in virtù dei tanti e lunghi dialoghi, potrebbe essere definita “teatrale piuttosto che letteraria” (meglio ancora, cinematografica), con “Lo scambio imperfetto” abbiamo netta la conferma che la fama dell’autore, autentico mito letterario d’oltreoceano, non è frutto di esagerazione o, peggio, di mera trovata pubblicitaria. La trama poliziesca in quanto tale è ridotta all’osso – in quel di Rocksburg, anno 1979, una giovane sconosciuta è stata uccisa con un colpo di pistola alla testa, mentre viene alla luce il plausibile coinvolgimento di agenti corrotti dell’antinarcotici –, il cosiddetto mistero si risolve con una sorta di colpo di scena che mette in luce l’imperfezione dello “scambio”; ma la lettura funziona, e funziona molto bene, proprio grazie all’abilità di Kosak nel tratteggiare personaggi a rigore nemmeno del tutto inediti, purtroppo di frequente raccontati – si pensi ai film e alla letteratura “di genere” – senza ironia oppure senza coglierne le grottesche contraddizioni. Ancora una volta protagonista del romanzo, e non poteva essere altrimenti, il capo della polizia di  Rocksburg, Mario Balzic, italo-serbo (evidente concentrato di America non-wasp), gran bevitore di vino, pessimo carattere, chiara rappresentazione di un servitore della Legge che ben conosce le storture del sistema giudiziario e del cosiddetto potere. Un esempio vivente di disincanto e di amara consapevolezza che questa volta avrà il suo da fare per arginare le iniziative improvvide del nuovo sindaco, il giovane filo-repubblicano Kenny Strohn, tanto inesperto e idealista quanto petulante. Contrasto tra realtà e ideali, tra pratica e teoria, che K. C. Constantine evidenzia, con una bravura certo non inferiore a quella di un Elmore Leonard, ancora una volta grazie ai fulminanti dialoghi, nell’originale quasi sicuramente ricchissimi di espressioni idiomatiche, al limite dell’onomatopeico, traducibili con grande difficoltà.

Molto di più che semplici siparietti, gli scambi verbali, lunghi, a volte nonsense, grotteschi, talmente vividi da sembrare brani tratti da una riuscita sceneggiatura cinematografica, sostituiscono le più ordinarie descrizioni di personaggi che, in realtà, si fanno facilmente riconoscere nonostante l’apparente torpore indotto da una anonima cittadina, periferia di una  Pennsylvania in declino e “post-industriale”: accanto a Mario Balzic, ruvido e smaliziato, gli avventori del Bar Muscotti, qualche poliziotto irreprensibile, molti altri meno irreprensibili, spacciatori e delinquenti al soldo di un originale reverendo nero, i cittadini molto poco cordiali di Rocksburg.

In questo modo si presenta l’hard boiled nella versione Kosak: il racconto di una criminalità che non conosce codici d’onore, sanguinaria e compromessa col potere costituito; da cui constatazioni avvilenti ed anche situazioni tacitamente accettate, ma che talvolta  rischiano di far uscire di testa Balzic, solo in apparenza cinico e distaccato. Un hard boiled degno di un “cronista sociale” – così è stato definito K. C. Constantine – che nelle pagine dello “scambio imperfetto”, proprio in virtù di un realismo non costruito per stereotipi, si sposa felicemente con dialoghi incalzanti e tragicomici. Al punto che nonostante quel turbinio di oscenità che escono dalle bocche degli abitanti di Rocksburg, di poliziotti e delinquenti, che in altri contesti avrebbero forse infastidito il lettore, nelle pagine del romanzo poco o nulla appare gratuito e contribuisce semmai ad un atmosfera grottesca, a volte proprio comica e quasi straniante: “Il complimento più gentile che la signora Carlucci gli rivolse su schiavista. Le altre espressioni che la vecchia utilizzò, Balzic non avrebbe mai pensato non solo che quella donna potesse mai pronunciarle, ma anche solo averle ascoltate. Cazzone, per esempio” (pp.78).

Insomma, un romanzo che, pur battezzato come “poliziesco”, difficilmente potrà essere svalutato come puro e semplice intrattenimento, come qualcosa di para-letterario. Classificazioni che spesso non trovano riscontro nella realtà e che, anche nel caso di Costantine e dei suoi ruvidi poliziotti, danno ragione alle parole di un noto scrittore, molto popolare, scomparso da poco: “La critica letteraria, o parte di essa, predilige le classificazioni schematiche, dentro le quali si addormenta. Allora Camilleri è stato classificato come scrittore di gialli. Tutto deve rientrare in questo schemino.”. Schemino che, infatti, per “Lo scambio imperfetto” non funziona affatto.