In Italia un libro dal titolo “L’ultima corvè” era già stato pubblicato oltre trent’anni fa, ma non aveva niente a che vedere col romanzo di Darryl Ponicsan. C’è voluto quindi l’impegno – e l’intuizione – della casa editrice Jimenez per consentire la lettura, in lingua italiana, di quella che, negli Stati Uniti, è considerata un’opera “di culto”. Espressione, quella “di culto”, spesso abusata e usata in maniera approssimativa, ma che in questo caso ha una sua ragion d’essere anche al di là dell’intrinseco valore letterario del romanzo d’esordio di Ponicsan. “The last detail”, pubblicato per la prima volta nel 1970, è in tutta evidenza un’opera rappresentativa delle contraddizioni dell’America dei primi anni settanta, sempre impregnata dal suo secolare razzismo e spietato puritanesimo, al tempo, in piena guerra del Vietnam, pure divisa tra patriottismo e contestazione. “L’ultima corvè” che, come molti sanno, nel 1973 è diventata un celebre film diretto da Hal Ashby e interpretato da Jack Nicholson nei panni di Billy Buddusky, nonché da Otis Young e Randy Quaid. Ponicsan, sceneggiatore a tutti gli effetti per qualche decennio, in quel caso lasciò il campo libero a Robert Towne e, come ricorda lo stesso autore nella prefazione al libro, la modifica del finale lì per lì lo fece parecchio arrabbiare. Poi leggiamo: “qualche anno più tardi, dopo che anch’io avevo scritto un paio di sceneggiature, compresi perché era stato cambiato il finale. Era stata una scelta intelligente” (pp.14). Una diversa prospettiva che, va detto, poi si rivelerà utile al momento di riproporre gli stessi personaggi trent’anni dopo, ovvero il seguito della vicenda con “Last Flag Flying” (romanzo pubblicato per la prima volta in Italia nel 2018, sempre dalla Jimenez).

Nel 1970 però non erano presenti le disillusioni dell’era Bush ed anche la spirale autodistruttiva nonché la protesta sociale che viene raccontata in non pochi momenti di “The last detail”, convive con uno spirito ribelle, che fa intravedere la speranza di una vita più dignitosa: nessuna concessione ad un antimilitarismo vero e proprio, semmai polemica nei confronti di una burocrazia militare che infierisce sui più deboli e si sposa al peggior puritanesimo, e nel contempo un certo ironico distacco rispetto all’anarchia dei contestatori e alle meschinità dei ricchi borghesi. Uno sguardo molto critico ma alieno da integralismo e da utopismo, che probabilmente si spiega grazie alla condizione in qualche modo privilegiata dell’autore: Ponicsan, al tempo della redazione del romanzo, non si era ancora congedato ufficialmente dalla U.S. Navy e proprio una vicenda a grandi linee simile a quella presente in “L’ultima corvè”  gli era stata raccontata da un commilitone che tempo addietro aveva scortato una giovanissima recluta in carcere.

Protagonista del romanzo è infatti il Segnalatore di Prima Classe Billy “Badass” Buddusky, cinico e  impenitente bevitore, ma anche persona colta, che legge molto – aspetto quindi che fa pensare a qualcosa di autobiografico – e che ha scelto la vita di marinaio grazie alla “scoperta della geografia”, un modo per migliorare i rapporti col padre: ovvero mettere più geografia “possibile tra sé e la sua famiglia” (pp.28). A lui e al nero Mule Mulhall, altro personaggio caratterialmente difficile, viene dato l’incarico di scortare il diciottenne Larry Meadows in carcere a Portsmouth. Questi si dice affetto da cleptomania e,  per aver rubato la misera somma di quaranta dollari dalla cassa delle offerte gestita dalla moglie del comandante, viene condannato a ben otto anni di carcere. Un’assurdità che subito colpisce i due lupi di mare, ben consapevoli delle ingiustizie presenti nella forza armata. Presto poi la conoscenza del ragazzo, disadattato e ingenuo  – “è un bravo ragazzo, ha il cuore al posto giusto”, pp. 121 -, li convincerà che nei pochi giorni a disposizione prima di giungere a Portsmouth è il caso di spassarsela insieme al povero Meadows, che ancora non ha potuto apprezzare cosa vuol dire la libertà. Il percorso verso il carcere diventa così sempre più tortuoso, abbondano le soste alcoliche e le deviazioni per trovare madre, ex moglie e via via si sprecano le occasioni per divertirsi, scatenarsi con feroci sarcasmi – su tutti si impone la figura del falso cinico Billy Badass -, mettersi alle spalle le rigide convenzioni militari e rimandare il più possibile il momento inevitabile della consegna del prigioniero. Giorni in cui, girovagando appresso a parenti anaffettivi, improbabili fricchettoni, squallidi sobborghi, tra risse, scurrilità marinaresche,  un’incursione last minute in un bordello e un’iniziazione meno squallida del previsto, per concludere con un’improbabile tentativo di fuga di Meadows, si rafforza uno spirito di solidarietà, in sostanza un inconfessato affetto che non sembra destinato a scomparire del tutto nemmeno una volta che il ragazzo è entrato in carcere.

Come anticipato, il finale particolarmente amaro dovrà poi essere riletto alla luce del sequel “Last Flag Flying”. Da questo punto di vista ci possiamo citare perché “l’impostazione quasi cinematografica” del primo e più celebre romanzo, pur a distanza di tanti anni, non sembra discostarsi molto dal suo seguito: “così il tempo presente, una sorta di presa diretta che sembra predisposta per una sceneggiatura”. Poche, quasi inesistenti infatti le descrizioni dei personaggi e tutto risulta sorretto da dialoghi disinvolti, aggressivi, caratterizzati da un perenne alternarsi di sarcasmo e un non sempre confessato coinvolgimento emotivo. Anche se nelle ultime pagine una lettera di Billy Badass all’ex moglie, mai realmente dimenticata, ci fa ancora una volta capire che i giorni dell’Ultima corvè hanno voluto dire molto per tutto il trio di improbabili carcerieri e improbabile prigioniero: “tutto quello che so è che di sicuro non sono più il marinaio che ero […] Per quanto riguarda l’altra cosa di cui ti parlavo, di tratta solo di avere pazienza e scoprire cosa farò” (pp. 166).