Un noto filosofo britannico, Anthony Clifford Grayling, qualche tempo fa scriveva chel’idea di sconfitte positive – quelle in cui si impara o si dona qualcosa, oppure quelle in cui si fa un passo indietro per dare spazio al migliore – è un concetto importante”. Un’importanza che però non sembra sia stata ben recepita dalle parti del PD, reduce dalla terrificante sconfitta elettorale del 4 marzo 2018. Il partito è ancora popolato di dirigenti e militanti che non hanno capito o, probabilmente compiaciuti della loro mutazione genetica, non vogliono proprio capire i motivi di una tale crisi di consenso. Chi ha voluto indagare a fondo su questa débâcle è stato semmai Antonio Floridia, già docente presso la Cesare Alfieri di Firenze e presidente della Società Italiana Studi Elettorali. L’autore di “Un partito sbagliato” si è chiesto infatti se il Partito Democratico sia ancora riformabile; e la ricerca di una risposta plausibile in questo caso non investe l’identità dell’ennesimo leader che tutto rimedia. A fronte di una sconfitta elettorale in genere vengono discusse la linea del partito, si invoca un nuovo capo, sempre con la convinzione che da lì in avanti le cose possano cambiare in meglio. Floridia, con questa sua ricerca molto ben documentata, densa di concetti, che poco lascia allo stile divulgativo, è andato più in profondità, fino a toccare temi fondamentali ma spesso trascurati da chi ha poca confidenza con la scienza politica. Ci riferiamo a quello che viene definito “impianto genetico” di un partito, per poi proseguire con il suo profilo politico-culturale e il suo modello organizzativo.

L’autore è tornato ad analizzare i cosiddetti miti fondativi del PD, lo “spirito del Lingotto”, l’impianto dello Statuto PD, l’uso e l’abuso delle primarie, l’organizzazione post-democristiana e post-comunista: in parole povere un’analisi di come l’organizzazione, nonché illusorie norme statutarie abbiano molto a che fare con una democrazia di partito soltanto formale e non sostanziale.Tra le tante disfunzioni e tare costitutive prese in esame da Floridia possiamo ricordare quelle più eclatanti. Innanzitutto “quelle che hanno segnato profondamente la natura del Partito Democratico” e che l’autore riassume in tre fondamentali miti fondativi “che si sono rivelati forieri di conseguenze negative, talora anche disastrose: a) il mito del partito aperto; b) il mito del partito contendibile; c) il mito del partito post-ideologico” (pp.8). Primi spunti che definiscono il Pd un partito “sbagliato”, non fosse altro perché i fondatori avrebbero “preteso di poter fare a meno di una propria, specifica identità politica e culturale, di potersi reggere senza un patrimonio comune di idee e di principi” (pp.10).

Floridia scrive poi di un modello di democrazia interna tendenzialmente rigida, verticale, plebiscitaria, nonché di un partito “di eletti o di aspiranti eletti”, con una struttura “in franchising”, ovvero ispirato “da un particolare modello di organizzazione aziendale, con un leader nazionale che detta la linea e possiede il marchio, da una parte, e dall’altra una pluralità di potentati e gruppi dirigenti locali che controllano le filiali e contrattano il sostegno al leader nazionale in cambio di un pieno controllo sulla gestione del partito territoriale” (pp.19). Ovvero “una sorta di consacrazione della dinamica di tipo correntizio e, sempre più spesso, sub-correntizio, che ha caratterizzato, fin dalle origini, la vita del partito” (pp.51).

Un’organizzazione che – si veda l’esempio eclatante di Renzi – ha presto condotto alla rigidità del modello plebiscitario e presidenzialistico. L’assurdità delle finte dimissioni di un leader, che peraltro ancora non si capisce quanto sia ex leader, secondo Floridia si spiega anche con l’assenza di un’autonoma legittimità rappresentativa di coloro che sono parte degli organismi dirigenti. Così ci sono alcuni personaggi che, pur senza contemplare fedeltà e riconoscenza, fanno un calcolo razionale: ritenere “più conveniente restare nell’orbita di un leader sia pure azzoppato, in vista di future contrattazioni, piuttosto che il rischio di nuove, incerte affiliazioni” (p.55). Bisogna precisare che il libro – lo scrive chiaramente l’autore – non vuole essere un pamphlet, ha altra ambizione. In ogni caso è evidente che la politica spregiudicata di Matteo Renzi non è stata trascurata, alla fin fine esito nefasto di tutti gli errori fondativi che hanno caratterizzato la “fusione a freddo” PD: “l’assoluta approssimazione e volatilità della cultura politica di Matteo Renzi, e la disinvoltura con cui piegava ogni suo discorso alla contingenza del momento” (pp.149).

Errori madornali quindi anche riguardo l’idea di leader e leaderismo. Il fatto, come scrive lucidamente Nadia Urbinati nella postfazione, è che “il partito leggero non è il miglior amico della democrazia rappresentativa e costituzionale, mentre è una porta spalancata alla sua trasformazione in senso populista e plebiscitario […] Il modello Pd ha dimostrato di essere una sicura ricetta per leader autoreferenziali” (pp.175). Modello che Floridia, nelle sue conclusioni, condanna ancora una volta senza appello. Innanzitutto perché “una delle cause del vicolo cieco in cui si è cacciata il Partito Democratico va ricercata nella forma e nella natura del partito, nello strumento che avrebbe dovuto tradurre l’analisi della realtà in analisi politica” (pp.168). Detto in altri termini: “Un  partito più democratico non è un partito fondato sulla democrazia diretta (che rimanda, semmai a un modello plebiscitario), su confusi assemblearismi o su una permanente pratica elettorale: piuttosto, è un partito che renda trasparenti e inclusivi, visibili e tracciabili, i percorsi che legano una discussione pubblica e una decisione politica, e che si fondi su una permanente ‘circolarità comunicativa’ tra coloro che esercitano compiti di direzione politica e coloro che hanno concorso, in vario modo, alla definizione di una politica e di un programma” (pp.154). In tutta evidenza un’idea di organizzazione e di partito molto diversa da chi pensa che lo strumento più efficace per fare politica sia postare i pensierini su twitter.