Questa interessante raccolta di saggi di Michel Butor (Sei saggi e sei risposte su Proust e sul romanzo, pp. 190), disponibile al momento solo nell’edizione del 1977 di Pratiche Editrice (collana Le forme del discorso), si compone di cinque, significativi, interventi databili tra il 1960 e il 1974 dedicati dal poeta e romanziere francese all’analisi di alcuni aspetti della Recherche e del romanzo in generale (la coincidenza tra quest’ultimo e la Recherche, nel corso delle pagine, è pressoché totale) e, di riflesso, all’esplicazione del rapporto esistente tra le proprie opere letterarie e quella monumentale di Marcel Proust.

Ad introdurre il tutto troviamo un’intervista rilasciata da Butor a Mario Lavagetto, una sorta di ouverture in cui possiamo rintracciare per sommi capi una dichiarazione di poetica di Butor, i cui elementi vengono meglio esposti nei saggi che seguono, e da cui si evince il solido legame tra l’opera proustiana e quella del nostro. Nelle brevi pagine che la compongono, i due si intrattengono principalmente sulla funzione che le opere d’arte immaginarie (di Elstir, di Vinteuil, di Bergotte, di Marcel narratore) assolvono nell’economia della Recherche, messe in relazione col romanzo L’emploi du temps, vero commento alla stessa e che senza la lettura della quale non potrebbe essere compreso. Sempre alla Recherche viene accostato un altro libro di Butor, Dialogo con 33 variazioni di Ludwig van Beethoven su un tema di Diabelli, poiché condivide con essa il fatto che il tema iniziale si sfranga completamente in tante variazioni (come già osservato da Roland Barthes, in una tavola rotonda del 1972), originando “la distruzione della metafora”, o per lo meno “la cancellazione delle origini di una metafora” (cit. Lavagetto) – o, secondo le parole di Butor, una torsione della vecchia struttura romanzesca – che, nel caso della Recherche, la fa uscire sicuramente ringiovanita. Tanto è forte il legame che Butor sente con il sommo Marcel, da giungere ad affermare che i suoi romanzi (quelli che lo accostano al nouveau roman), i suoi poemi, i suoi studi, “possono essere considerati come esercizi di deformazione (…) dell’opera di Proust”, in cui è tornato a deformare ciò che deformava già, con la rifrazione del linguaggio e dell’ambiente storico, la realtà.

Venendo ai contenuti, il primo saggio di Butor (I “momenti” di Marcel Proust) ci parla dei momenti di rivelazione di Marcel Proust (i cosiddetti momenti magici), delle reminiscenze disseminate nella Recherche, in cui la riproduzione fedele di un dettaglio dell’avvenimento passato è solita conferire allo stesso “una presenza ancora più marcata che nel momento stesso della sua realizzazione” (le reminiscenze “nascondono una verità nuova”, dice Proust, “un’immagine preziosa che cercavo di scoprire con sforzi simili a quelli che si fanno per ricordare qualcosa…” R.T.P. III). È in questo modo che il passato si fa presente, come nel celebre episodio della madeleine, ma in una resurrezione trasfigurata.

Più circostanziato appare invece il secondo contributo del libro (Le opere d’arte immaginarie in Proust), dedicato all’importanza delle opere d’arte immaginarie proposte nella Recherche. Dei tre grandi artisti ritratti da Proust: Bergotte, Vinteuil, ed Elstir, sono in particolar modo le opere degli ultimi due, più che i libri di Bergotte, ad essere oggetto di lunghe analisi nel romanzo monumentale. Le tesi sostenuta da Butor è che è proprio attraverso queste analisi Proust acquisisca nel corso della stesura una maggiore coscienza dello sviluppo del proprio lavoro. Il riferimento principale è alla piccola frase di Vinteuil (che nel Jean Santeuil era attribuita a Saint-Saëns), che ricorre più volte nelle vicende riportate dal narratore e le cui descrizioni si sviluppano progressivamente, favorendo ricordi e richiami intratestuali; non meno importante appare Il porto di Carquethuit di Elstir, metafora vivente dell’artista come prisma, il prisma che determina il passaggio dalla frase (di un’unica tinta) al Settimino (con i sette strumenti), cioè dal bianco ai sette “gradini” luminosi dello spettro. Lo studio dei manoscritti della Recherche dimostra infatti che la trasformazione della Sonata di Vinteuil in Settimino si è prodotta a tappe, corrispondenti allo sviluppo della stessa Recherche in sette volumi.

Nel terzo contributo (Le sette mogli di Gilberto il Malo) Butor passa in rassegna le sette camere del narratore, da Combray (già presente in Contre Sainte-Beuve, come quella di Tansonville e le altre) a Parigi, a Balbec, in pratica una per ogni libro, ognuna consacrata ad un amore diverso, dalla nonna a Gilbert, ad Albertine, a Saint-Loup, spiegandoci come a queste camere intime e chiuse si contrapponga il salotto, o meglio i salotti, quelli frequentati dal narratore per la sua ascesa mondana.

Vi fa seguito il quarto saggio (L’uso dei pronomi personali nel romanzo), una riflessione piuttosto articolata sull’uso dei pronomi personali nel genere romanzo e sulle loro implicazioni più varie circa la credibilità della narrazione e il ruolo giocato all’interno del patto narrativo col lettore.

Nel quinto intervento (Individuo e gruppo nel romanzo) Butor dichiara infondata la consueta opposizione tra romanzo ed epopea, tesa ad individuare nel primo la storia di un singolo e nella seconda quella di un gruppo. È l’occasione per ripercorrere le tappe che vanno dall’epopea dei nobili al romanzo dello scrittore parvenu, che sale i gradini di una gerarchia ed entra nei salotti nobili, non ancora capito dalla classe borghese, a cui farà seguito l’individuo non nobile di nascita ma di qualità che si oppone a una folla opaca in cui non si riconosce. In ogni caso il romanzo rimane una forma aperta, in cui il punto di vista del singolo, o la proliferazione dei punti di vista (costruzione polifonica), non servono ad altro che a parlarci dell’individuo e delle persone, dei gruppi, che lo circondano.

Nel sesto e ultimo saggio della raccolta (Ricerche sulla tecnica del romanzo) si avanza invece l’idea di vedere nel romanzo ciò che ci permette di collocare nel giusto quadro le informazioni che abbiamo sul mondo, trasformando il tutto in poesia. Questo sarebbe il suo ruolo nel pensiero contemporaneo, da mettere in essere scegliendo le giuste strutture di successione temporale (il filo cronologico degli avvenimenti) nonché i riferimenti spaziali più adeguati.

Sono pagine, insomma, in cui Butor dà libero sfogo alla sua verve critica senza limitarsi in alcun modo. Basta un particolare, un elemento, un pre-testo per dare origine ad analisi vivaci ed originali, a riflessioni acute e ponderate. È l’esempio, almeno questa è l’impressione, di un modus operandi critico e asistematico che prende avvio di volta in volta da un aspetto linguistico, storico, strutturale, per approfondire soprattutto l’esperienza di quello che è il libro dei libri del Novecento, ossia la Recherche, vero interlocutore di Butor lungo tutta una vita. Sono divagazioni prismatiche, come lui le definisce, che proliferano di dettagli, di associazioni, di intuizioni, sono “capricci critici”, che potrebbero far pensare a una sua somiglianza con Elstir, l’autore che dà luce, che separa la luce dal buio lasciando emergere i particolari, accostamento che di certo avrebbe gradito.