“Ferdinando de’ Medici era in piedi, davanti alla nicchia a sedile di pietra serena nella grande stanza d’angolo del piano nobile di palazzo Ridolfi […] Il principe della chiesa stava immobile come una statua, con le braccia incrociate. Guardava il vuoto davanti a sé, distorto dai vetri piombati della finestra” (pp.9). Francesco I e la moglie Bianca Cappello sono morti da poco, apparentemente per cause naturali e subito leggiamo lo sconcerto e le preoccupazioni del cardinale Ferdinando, il fratello del defunto granduca, consapevole di cosa vorrà dire diventare Ferdinando I de’ Medici. Un futuro fatto di gloria, onori ma anche di tanti pericoli mortali. Vicende che peraltro erano state anticipate dal libro “L’oro dei Medici” – pubblicato non più di un anno fa nella collana dedicata della TEA – cronaca di un fallito complotto datato 1597. “La gemma del Cardinale” racconta infatti gli avvenimenti di dieci anni prima, A.D. 1587, quando ancora Ferdinando non aveva abbandonato l’abito talare e si aprivano complicati percorsi dinastici. In ogni caso le insidie, che si parli di 1597 o di 1587, rimangono intatte di fronte gli intrighi di palazzo, di parenti infedeli (si veda la tetra figura di Pietro de’ Medici) e soprattutto di fronte alla bulimia di potere dei regni stranieri e dei pretesti concessi dal fanatismo religioso. Se ancora una volta è la Spagna di Filippo II e una setta di “eletti” a tendere trappole mortali, un volto noto, il prestante e intelligente don Giovanni de’Medici, fratellastro del futuro Granduca, saprà contrastare i disegni di infidi e spietati personaggi al soldo di potenze nemiche e del fanatismo. Una battaglia funestata da innumerevoli morti e feriti ma combattuta vittoriosamente e tenuta nascosta fino all’ultimo grazie ad alleati come il generale Ottavio Colonna.

Il romanzo prende perciò le mosse dalla fortuita scoperta delle vere cause della morte di Francesco I e di sua moglie: avvelenamento da arsenico, il conseguente tentativo di coinvolgere nell’omicidio lo stesso Ferdinando e così demolire la dinastia in favore di un granduca fantoccio al servizio della Spagna. I nemici della Firenze medicea si rivelano così molto pericolosi, anche se col volto sorridente e garbato dei diplomatici stranieri e dei religiosi; e la prima mossa obbligata, nonché la miglior occasione per imbattersi in agguati di ogni genere, è recarsi a Praga presso l’imperatore del Sacro Romano Impero, Rodolfo II d’Asburgo, al fine di ottenere “la pergamena del privilegio”. Sostanzialmente la constatazione di come in piena età moderna, addirittura nel corso di un tardo rinascimento, convivessero, non senza difficoltà, vestigia feudali e aspirazioni alla piena sovranità.

Alle peripezie di Don Giovanni si aggiungono quelle dei potenti e perversi antagonisti, i burattinai che agiscono nell’ombra, nonché quelle dei parenti ed amici più vicini alla famiglia Medici, sotto attacco degli “eletti” e dei loro inconsapevoli alleati. Le pagine del romanzo in sostanza raccontano delle disavventure di Clelia Farnese (la “gemma” del titolo), del suo rapporto col cardinal Ferdinando, passando per le ossessioni di Filippo II e le alchimie diplomatiche presenti nello Stato Pontificio. Tanta carne al fuoco per tanti personaggi e vicende, frutto in parte della fantasia dell’autrice, altri in tutta evidenza ispirati a nobili e religiosi realmente esistiti e probabilmente inquadrati con maggior verosimiglianza psicologica rispetto quanto tramandato dalla tradizione e dalle opere d’arte. È vero che “La gemma del Cardinale” è un romanzo storico d’avventura che non disegna la rappresentazione di protagonisti impavidi ed eroici, ma al di là degli stereotipi bisogna ammettere che di “macchie” e di “paure”, almeno intese come debolezze umane, nel racconto ne troviamo parecchie. Lo stesso Filippo II, l’anima nera di tutti i complotti, ci appare, anche fisicamente, come un ambizioso e tormentato fanatico: un’immagine parzialmente diversa, per intenderci, dal monarca presente nell’opera verdiana. Nel romanzo sembra aver scambiato il suo ruolo con quello del Grande Inquisitore, per una sorta di scellerata fusione di ipocrisia, bigottismo e brama di potere. Un bigottismo che, al cospetto dei Medici, dei cardinali e degli altri nobili della penisola, si manifesta nei rapporti formali, diplomatici, ma risulta spesso di facciata: la realtà rappresentata nel racconto di Patrizia Debicke, nemmeno troppo nascosta agli occhi indiscreti, è semmai fatta di grandi appetiti sessuali, spesso soddisfatti, matrimoni di convenienza, figli naturali, relazioni extraconiugali del tutto plausibili. Anche l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo è descritto nella veste ormai più nota agli storici contemporanei: “quando non era afflitto da terribili attacchi di depressione, era un uomo intelligente, dotato, aperto di idee, che aveva maturato un’indiscutibile tolleranza su religioni e costumi” (pp.151). Un romanzo che, probabilmente, sarà apprezzato dai lettori più accorti non tanto per la presenza di protagonisti che in certi momenti potranno apparire senza macchia e senza paura, votati alla causa fino all’estremo sacrificio, quasi fossero vessilliferi del bene contro il male, quanto per la precisione dell’autrice nel trattare la materia storica, orientandosi con sicurezza in una sorta di “games of thrones” della penisola italiana, privo di elementi fantasy (al netto della profezia di un Rodolfo II in piena crisi epilettica) e nemmeno troppo sanguinoso. Pensiamo alle contraddizioni morali di molti dei personaggi storici, alle descrizioni minuziose della vita quotidiana dei nobili e a quella dei popolani al loro servizio.

È quindi evidente come l’autrice prima di dedicarsi alla stesura del romanzo abbia attinto da diverse fonti, almeno dalle più plausibili ed utili ad impostare una trama avventurosa. Lo dimostra la stessa idea dell’avvelenamento di Francesco I e di sua moglie Bianca Capello. Negli anni precedenti alla prima edizione del romanzo – pubblicato da Corbaccio e poi recuperato dalla TEA tempo dopo – il dibattito scientifico sulla morte del Granduca e della sua consorte era ancora acceso, tanto che anche nelle riviste specializzate si parlava di “un giallo lungo quattro secoli”. E infatti prima del 2009  prevaleva nettamente l’idea dell’avvelenamento. Il fatto che poco dopo ulteriori ricerche abbiano rintracciato reperti di plasmodium falciparum –  il protozoo parassita che causa la malaria –  in fondo poco importa. Possiamo sempre pensare che gli scienziati si siano sbagliati (non si parla di analisi sicure al 100%), e così che mettere in conto che lo zampino di Pietro de’ Medici non sia puro frutto di una fantasia romanzesca.