La piccola casa editrice AsterioneLegge, il cui logo è un labirinto e rimanda, come il nome, al racconto di Borges, è nata nel 2018 e ha fin qui pubblicato pochi titoli: uno di questi è Di male in peggio, di Vittorio Orsenigo. Il volume, elegante nella fattura, è composto da una serie di brevi racconti, ricordi, finzioni, illusioni, sogni. Il suo autore, apprezzato da critici e scrittori come Onofri e Pontiggia, ha una scrittura frizzante, ironica, mai cinica: anche la gravità di quelle che possono essere alcune esperienze umane è trattata con leggerezza e lo sguardo che si posa sul mondo circostante accompagna chi legge come in una passeggiata in montagna fa qualcuno che è già stato su quei sentieri verso chi li vede la prima volta.

Orsenigo racconta, divertito, la realtà cogliendone gli aspetti surreali, osservandola attraverso un prisma che la deforma e scompone, che la rifrange. I brevi testi possono in effetti essere considerati come descrizioni di rifrazioni e di riflessioni, a volte le prime a volte le seconde, a volte un misto delle due.

La scrittura rifrange e/o riflette il reale: reale che è dato dalla continua relazione e dall’interscambio tra il mondo esteriore e quello interiore dei personaggi e del narratore. Tutto questo serve a far cogliere l’assurdo e il surreale presenti in ogni momento della nostra vita. Sono testi-quasi-monologhi teatrali, facili da immaginarli recitati su di un palco oppure detti per strada, comunque continuamente camminando perché sono parole e frasi che camminano, frenetiche, anzi che volano come api di fiore in fiore, di fatto in fatto, di pensiero in pensiero portando chi legge con sé, in luoghi mai visti così da vicino né così da lontano o forse, meglio, facendo soffermare chi legge sui luoghi da cui passa ogni giorno e che, per fretta, disattenzione o troppa attenzione ad altro, non ha ancora davvero notato. È, insomma, una scrittura che può lasciare spaesati, proprio come il titolo di uno dei racconti.

“Oh! Dio, che sta succedendo in città? E poi, mettiamo un po’ d’ordine, semmai ci riesca, in quel che provo mentre mi guardo attorno spaesato.

Se giro la testa verso l’alto (si comincia dal cielo, mi sembra ragionevole) e poi verso il basso dove la confusione è ben maggiore dato l’andirivieni di passanti a me sconosciuti e dal volto stracolmo d’indifferenza, mi pare che il sentirmi spaesato sia proprio il minimo.

Potrei capirli, in fondo: se io non so neppure chi siano, neppure loro sanno chi sono e, se lo sapessero, sarebbe probabilmente peggio. Hanno ben altro per la mente.

Potrebbero facilmente accorgersi di me ma se ne guardano bene dal farlo per i seguenti e tutt’altro che assurdi motivi: …” (da Spaesato, pag. 138).

Ma se un paese bisogna pur averlo, per riconoscerlo è necessario spaesarsi.

[Per un approfondimento sull’autore la pagina su wikipedia]