Un gallone di kerosenecw[Qcw[QBOOKMOBIv;R~/MOBI00h @EXTHpdEttore FoboiLetteraturag

Ogni poeta crea un suo proprio linguaggio e ogni libro di poesia è una sfida non tanto a capirlo quanto a entrare nei varchi che la creazione poetica porta alla luce. Il linguaggio umano è …

j'Sab, 14 Set 2019 11:46:07 +0100p*https://www.lankenauta.it/?p=18100eLankenautafUn gallone di kerosene

Ogni poeta crea un suo proprio linguaggio e ogni libro di poesia è una sfida non tanto a capirlo quanto a entrare nei varchi che la creazione poetica porta alla luce. Il linguaggio umano è una nebbia di luoghi comuni, la poesia è quella luce che permette di intravedere qualcosa oltre questi luoghi, per un attimo, prima che la nebbia si riprenda la scena.
Così questo libro di Henry Ariemma, ”Un gallone di kerosene”, edito da Transeuropa nel giugno del 2019, si rivela, sin dal folgorante incipit, un tentativo di esplorare quelle zone del linguaggio in cui esso sembra affondare nel suo stesso principio prelinguistico, a cui solo si può alludere; da qui l’aspetto criptico che spesso questa poesia assume.

“Parola di sacrificio/ per ogni dove, congela/ amori nella casa della lingua”.

Ariemma è consapevole che più che “molto da dire” vi è “molto da dis-dire”, per accedere a quella dimensione in cui la parola diventa la chiave che apre quelle che, con William Blake, potremmo chiamare le “porte della percezione”. Ma nulla di rutilante o psichedelico in ciò, qualcosa si spalanca, certo, nuove strade neuronali, nuovi sguardi, nuovi valori; nomadismo della parola fatta fremere nelle sue intensità variabili. Si sviluppano nuove modalità per vedere il mondo umano, che, come sappiamo, è un fatto linguistico, prevalentemente. A tutto ciò si accenna soltanto, il poeta alza il sipario e per un attimo vediamo qualcosa e poi? Il sipario si chiude ma un’altra fantasmagoria linguistica incombe.

Questa poesia di Ariemma, così elusiva, fonda un linguaggio nuovo e lo fa con nonchalance, con leggerezza; per far scintillare un’idea bisogna aggirarla linguisticamente perché nella “casa della lingua” la parola congela ogni cosa, persino l’amore.

Più che “parole in libertà” queste sono parole in fuga, forse dalla stessa libertà perché reclamano una necessità ferrea, in fuga come uno sciame di api o di neutrini, esse rifiutano di farsi identificare alla frontiera che separa il senso dal non senso, la verità dalla menzogna, la parola dal silenzio, per cui si ha il paradosso semantico come regola, un gesto e un sorriso possono essere senza parole, cioè non significare più, arrendersi, dare le dimissioni in quanto gesto e in quanto sorriso.

Ariemma esplora i territori linguistici in cerca di un “silenzio dosato esempio” che possa essere “la parola migliore” quasi la sintesi di questo “balbo parlare” montaliano che è la poesia. Spesso c’è un immaginario “tu” a cui il poeta si rivolge ed è il segno dell’amicizia, tema questo che attraversa diversi testi, perché, come scrive Plinio Perilli nella postfazione: “Tutto il libro è un inno, affranto infranto e ricomposto, all’amicizia che possiamo essere, incontrare, frequentare vivere nutrire ricambiare…” La parola amico così rintocca come un refrain, a significare una comunione necessaria fra gli individui. In filigrana il tema di una perpetua erranza.

“Amico al treno preso/al caso dei giorni”. Ci sono sentenze che racchiudono un vortice denso di pensiero: “Non ho cambiato casa/per cambiare polvere/ alle cose vane”. C’è la scrittura di una stralunata quotidianità, dove ciascuno” al casinò del vivere” fa la sua puntata, una “varia umanità” si incontra in un bar dove non vengono pronunciate ”parole sbagliate”, in “giorni girovaghi” un agente immobiliare vende case in cui la gente si rinchiuderà come in un fortino, un atleta forgia un linguaggio fatto di numeri (pulsazioni, km percorsi) una “bellezza statuaria” cammina distrattamente ignara degli sguardi che attira su di sé. Tutto è descritto attraverso questa scrittura misteriosa, che traccia i suoi percorsi, fra una parola detta e una intravista, quasi sognata, periplo intorno a un nucleo semantico infuocato dalle contraddizioni del reale.

“Il mare parla per ognuno di noi” , “L’inizio è di terra” , “La fine è il cielo come ogni inizio” “pitture ubriache negli occhi” con questi frammenti oracolari Ariemma puntella un discorso in realtà sobrio, lucido, dove le colpe sono innocenti e la “vita scellerata”.

“ Tu investi tutto al tuo sentire
per una parola: “ intensità”
dici che è come un urlo trattenuto questo amore,
sul punto di esplodere gelosie mal controllate
per piangere e capire tutto. “

In questa consonanza ambigua fra il piangere e il capire c’è forse un indizio per comprendere meglio il pensiero poetante di Henry Ariemma, così sfuggente, a tratti rapsodico, sicuramente controllato, da cui emerge una visione originale e persuasiva, anche se come incompiuta, perché non si può dire che il proprio incespicare nel linguaggio; l’autore sembra tacere l’ultima parola che probabilmente, come sempre, è affidata al silenzio e non potrebbe essere altrimenti.

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