Il libro di Simon Blackburn, “Mirror Mirror: The Uses and Abuses of Self-Love”, fin dalla sua prima edizione del 2014 è stato elogiato per la capacità dell’autore di delineare, con chiarezza espositiva e la giusta dose di sarcasmo, “i pregi e difetti del narcisismo” (così il sottotitolo dell’edizione italiana). Di certo non bisogna farsi ingannare dagli algoritmi di google che ha catalogato“Mirror mirror” come “libro di autoaiuto”. Niente a che vedere con la moda editoriale che ha fatto parlare, con qualche ragione, di “psico-balle”. “Specchio delle mie brame. Pregi e difetti del narcisismo” – questo il titolo italiano del libro finalmente edito in Italia dalla Carbonio – rappresenta semmai un attento percorso storico e comparativo che investe diversi campi della conoscenza umana: innanzitutto la filosofia (molte le citazioni dei grandi pensatori del passato da Aristotele a Iris Murdoch, passando per Platone, Rousseau, Kant e sopratutto Hume); e poi anche la psicologia, la sociologia, la letteratura, l’arte, la mitologia e la religione. Uno sguardo indagatore che per fortuna rifugge semplificazioni, supponenza, pedanteria e che soprattutto intende il “narcisismo” legato strettamente “ai complessi fenomeni che circondano il sé e il rispetto di sé, offrendo intuizioni profonde su concetti come orgoglio, ambizione, vanità, autenticità”.

In altri termini se di primo acchito il narcisismo lo possiamo intendere come abuso di selfie, in sostanza la versione tecnologica del mitico riflesso nell’acqua, l’analisi di Blackburn, pur partendo dalle osservazioni sulle forme contemporanee di mercificazione sociale, dagli abusi della chirurgia plastica, alle pubblicità ingannevoli e patinate, giunge presto all’esplorazione dei fenomeni che circondano il sé e il rispetto di sé, nonché di concetti come orgoglio, ambizione, vanità, autenticità.

Uno dei punti infatti su cui l’autore tende a tornare spesso, direttamente o indirettamente, è rappresentato dalla necessità di moderazione ed equilibrio. Lo stesso guardarsi allo specchio, ammettere le proprie qualità o al contrario i propri difetti, può diventare un atto di autentico coraggio, che ha poco o nulla a che vedere con “gli affascinati dal proprio riflesso nell’acqua”. Come ammette lo stesso Blackburn, “Mirror mirror” non perviene – e probabilmente nemmeno è sua ambizione farlo – ad una semplice e definitiva conclusione filosofica “riassumibile in uno slogan”. È la presa d’atto di un’indissolubile complessità che investe l’orgoglio e l’amor proprio: “è positivo quando si unisce al bisogno di far bene qualcosa, di non lasciarsi andare o di non accontentarsi. È negativo quando diventa hybris o nutre la convinzione di poter ignorare gli obblighi, i doveri o le esitazioni che  tormentano gli altri. L’autostima […] è negativa quando si tinge di eccessiva fiducia, di ingannevolezza o della convinzione di poter esigere dagli altri più quanto sia preparata a dare” (pp.196). Insomma, una complessità che impone un giusto mezzo, “a volte di un mezzo tra due estremi”.

E fin qui il discorso, con una lettura limitata alle conclusioni dell’autore, potrebbe apparire davvero soltanto moralistico, seppur ben supportato dalle parole di grandi filosofi del passato; come una sorta di mera storia dei concetti. In realtà Blackburn, che tende a cercare gli elementi compatibili tra gli apparenti opposti – ma nessuna indulgenza per “i mostruosi eccessi della cultura dell’avidità buona”, (pp.196) – nel suo libro ha sempre alternato le speculazioni filosofiche con esempi di vita vissuta, sicuramente controversi, spesso inquietanti e di stretta attualità. Da questo punto di vista possiamo cogliere ancora una volta come l’insofferenza per “lo schema di comportamento hybristico presente in alcuni leader” appaia sempre più globalizzata: il nostro autore dedica buona parte delle sue riflessioni al narcisista della letteratura psicologica che non sembra “particolarmente vicino al fanciullo del mito greco, né alla povera cliente convinta dall’industria dei cosmetici a pagare somme assurde per benefici scarsi o nulli” (pp.72). Problemi davvero molto gravi sorgono semmai quando narcisismo fa il paio con un’insana sicurezza di sé applicata, ad esempio, alla politica. I sintomi comportamentali elencati dal politico e medico David Owen, citati per intero nel capitolo “Hybris e io fragile”, ci mostrano senza troppi giri di parole quali siano i pericoli di leadership osannate oltre misura, concretamente affette da debolezze caratteriali spesso non riconosciute per tempo: “Owen spiega analiticamente come George Bush Jr., e più in particolare Tony Blair, hanno finito per cadere in tutti questi errori nel corso del proprio mandato. Margaret Thatcher ne era stata un’altra vittima, in precedenza, e la storia mostra molti precursori” (pp.81).

Viene quindi da pensare che in previsione di nuove edizioni di “Mirror mirror” o di “The Hubris Syndrome” di David Owen, come ulteriore ed efficace luogo di indagine culturale, filosofica, politica e psicologica, si possa consigliare il nostro bel paese: in mano ai Mattei, a ministri che comunicano a suon di selfie e a personaggi che sono ammirati proprio per la loro “sproporzionata preoccupazione per l’immagine e l’apparenza”, l’Italia potrà proporre tantissimo materiale umano per integrare un libro che, al termine del suo percorso di ricerca,  giustamente cita alcune parole di Adam Smith riguardo la nostra tendenza ad ammirare i ricchi o potenti invece delle persone virtuose e utili: “La grande e più universale causa di corruzione dei nostri sentimenti morali” (pp.198).