Credo di non essere la sola a non aver mai sentito parlare di William Sidis. Un nome che, prima di aver letto la biografia romanzata dello scrittore danese Morten Brask, non mi diceva assolutamente nulla. Eppure William Sidis è stato l’uomo con il più elevato quoziente intellettivo mai misurato al mondo. Un talento prodigioso che, come si spiega fin dalla premessa, “a 18 mesi legge il New York Times, a 4 anni impara da solo greco e latino, a 6 memorizza all’istante ogni libro che sfoglia, parla dieci lingue e ne inventa una nuova, il vendergood, e dopo aver scritto saggi di matematica e astronomia presenta undicenne a Harvard la sua teoria sulla Quarta dimensione“. Insomma un genio puro. Forse ancora più grande di Leonardo da Vinci o Albert Einstein. Ma William Sidis non ha mai raggiunto la fama che ha portato Leonardo o Einstein a diventare i miti che sono e che saranno per sempre. Sidis è stato forse troppo umile, troppo riservato, troppo schivo. La sua indole lo ha condotto a nascondersi, a fuggire ogni occasione di notorietà e di riconoscibilità.

Brask con “La vita perfetta di William Sidis” ha cercato di romanzare un’esistenza che pare essersi disfatta nel tempo. Lo ha fatto scegliendo uno stile molto semplice e piatto che, probabilmente, non restituisce alla figura di Sidis l’enfasi e la forza che sarebbe servita. L’autore ha deciso di organizzare la materia narrativa in tre segmenti temporali: l’infanzia di Sidis, l’adolescenza di Sidis e la maturità di Sidis. In sostanza, il romanzo è frammentato in numerosi capitoli ognuno dei quali è riferito a una delle tre età del geniale William, capitoli che si susseguono intersecandosi e sovrapponendo tempi ed eventi. Si può immaginare che non tutti i lettori possano trovare gradevole tale soluzione: per qualcuno leggere un romanzo così strutturato potrebbe essere faticoso e anche un po’ confusionario.

William Sidis nasce nel 1898 ed è figlio di una coppia di immigrati ucraini ebrei fuggiti dalla loro terra d’origine. Suo padre, Boris Sidis, giunto negli Stati Uniti alcuni anni prima, è riuscito con sacrificio a laurearsi ed è divenuto un importante e stimato studioso di psichiatria. Sembra sia stato proprio Boris ad aver avuto un ruolo fondamentale nel potenziamento delle capacità di suo figlio. La madre, Sarah Mandelbaum, è una figura abbastanza opprimente: una donna irritabile che rimprovera marito e figlio per ogni sciocchezza arrivando a divenire un personaggio fastidioso e detestabile. Boris è un punto di riferimento per William che, fin da bambino, cerca di stupire suo padre grazie all’innata predisposizione nel memorizzare e imparare tutto a primo sguardo.

Non ci sono dubbi: William ha facoltà che nessun altro bambino della sua età mostra di aver mai avuto. Ma le sue eccezionali doti di calcolo, di comprensione e apprendimento ben presto lo isolano da tutti gli altri bambini. Il piccolo Sidis non è come gli altri e questa “anomalia” sociale caratterizzerà la sua intera esistenza. È ancora un bambino quando viene introdotto in istituti scolastici frequentati da adolescenti. È poco meno di un adolescente quando gli viene concesso di frequentare gli ambienti accademici. Gli insegnanti lo trovano imbarazzante, i compagni di classe non lo capiscono e lo detestano. La storia di William Sidis è la storia di una persona estremamente speciale e complicata, una mente che supera tutte le altre in ogni campo e in ogni disciplina. Nessuno può avvicinarlo per rapidità di pensiero, di calcolo, di memorizzazione.

Una mente tanto prodigiosa avrebbe forse potuto far compiere progressi importanti in svariate scienze, ma nulla del genere è accaduto. Una volta divenuto adulto, sfuggito dalle grinfie di genitori fin troppo invadenti e apprensivi che lo hanno fatto persino dichiarare mentalmente instabile, William preferisce condurre una vita anonima e incolore. Non ha rapporti con nessuno, ad eccezione del compagno di studi Harvard Sharfman. Passa da un impiego all’altro e si licenzia ogni qual volta qualcuno mostra di rilevare le sue doti. William sembra voler scappare da se stesso, da quello che sa, dal genio che è sempre stato. Il suo talento è stata una condanna all’emarginazione, Sidis è una specie di “mostro” che per molto tempo è stato assillato dai giornalisti, esibito di fronte alle amiche della madre come fosse un fenomeno da baraccone e asfissiato dalle pretese di un padre che, ispirato a principi sperimentali della sua professione, ne ha condizionato inevitabilmente la crescita e l’infanzia. Il Sidis adulto ha rinunciato a tutto pur di poter vivere una quiete solitaria, quella che probabilmente accompagna chi vuole dedicarsi solo allo studio e alla conoscenza. William è semplicemente un “alieno”, una creatura fuori da ogni schema umano che il suo tempo non ha saputo comprendere, accettare e, per molti versi, proteggere.

Il genio di William Sidis somiglia a un’occasione sprecata. Eppure non si può non provare empatia per un essere umano tanto diverso e tanto bisognoso di normalità. Essere un individuo tanto eccezionale, in un momento storico preciso e, soprattutto, in una famiglia problematica, seppure apparentemente comune, avrebbe spinto chiunque a rincorrere l’anonimato, la decadenza, la solitudine e, infine, l’oblio.