A voler essere precisi lo scheletro nell’armadio del titolo non è proprio uno scheletro ma un cadavere ancora caldo caldo:  si capisce subito che il morituro si era nascosto nell’armadio in piena emergenza, costretto ad interrompere di punto in bianco una sgropponata di quelle pese con fedifraga scatenata.

Una tragedia causata quindi dal ritorno inaspettato del marito cornuto e ancor di più da sua moglie Jessica, ninfomane di gran razza nonché degna discendente della mitologica Elena. Una volta spalancato l’armadio e crollato in terra il cadavere del terzo incomodo – terzo per modo di dire visto il gran numero di amici affettuosi – prendono il via una serie di vicende micidiali che coinvolgeranno in trame comico-criminali, tra i tanti, l’ignaro marito, giovane artista incompreso che sbarca il lunario facendo identikit in stile cubista; la consorte ingorda, maestra elementare con poca vocazione all’insegnamento ma più predisposta a prendersi cura di bidelli, giardinieri, colleghi; Valerio, giovane medico fidanzato con Daria e con l’istinto del dott. Frankenstein; Salvatore, ricattatore professionista che non disdegna il furto; un ispettore di polizia, Liberovici, che dà di stomaco ogni volta che vede il sangue; il suo assistente Caposito che, dopo aver collezionato tappi di birra, si è poi convertito alla raccolta di teste umane; un garbato signore con l’hobby del lancio di coltelli che ha sbagliato qualche colpo e che chiede al buon Liberovici la cortesia di smaltirgli il cadavere della moglie. Visto il campionario di umanità sarà facile intuire che questa sorta di polar parecchio bipolare, con Orazio e Jessica in primo piano, non avrà un epilogo eccessivamente tragico; forse addirittura potremo assistere ad una riappacificazione che riporti i giovani coniugi a quella serenità ed equilibrio di coppia che esisteva prima dell’incidente dell’armadio, tanto da poter dire che tutto è pene quel che finisce pene. In ogni caso la vicenda, che ci dicono si tinga di giallo, probabilmente sarà letta dai più come un brillante esercizio di surrealismo letterario. Un surrealismo in stile “verista”, inteso proprio come susseguirsi di situazioni assurde, sempre vissute e contemplate con aplomb quasi britannico (e partenopeo).

Il romanzo è stato pubblicato nel 2017 e le prime critiche (positive) hanno sostanzialmente confermato quanto possiamo leggere sul risvolto di copertina: “in questa storia c’è la vis comica di un Frankenstein Junior, il surreale di un Clouseau amplificato e il paradossale dialettico di Totò”.

Gli autori e personaggi che vengono spesso citati al momento di raccontare l’opera di Gero Mannella sono prestigiosi, autentiche icone della comicità e dell’umorismo più scatenato. L’ambizione di una narrazione condotta con un’impostazione così paradossale e creativa è in tutta evidenza quella di riproporre i canoni di un Achille Campanile – uno degli autori più citati dagli estimatori di Mannella –  aggiornati però ai nostri giorni. In realtà questa idea di giallo-comico, che di “giallo” a dire il vero non ha nulla, farebbe pensare di più al compianto Carlo “Carletto” Manzoni e ai suoi polizieschi tipo “Io, quella la faccio a fette!”, “Un colpo in testa e sei più bella, angelo!”, “Ti svito le tonsille, piccola!”,“Che pioggia di sberle, bambola!”. Il tutto chiaramente attualizzato e quindi con la presenza di un sesso farsesco, tette assassine ed altri ammennicoli hard che il buon Carletto non si poteva permettere.

Comunque la si pensi è un dato di fatto che nel leggere “Scheletri nell’armadio” c’è poco da interrogarsi su trama e struttura del romanzo: è una narrazione fumettistica che, pur volendo rinverdire i fasti di una tradizione umoristica troppo presto dimenticata, intende innanzitutto mostrare l’abilità di Mannella nello sfottere la letteratura di genere, scatenandosi in paradossi, giochi di parole, nonsense a raffica, non disdegnando la “rottura della quarta parete”, ovvero frequenti ammiccamenti al lettore. Pregio e forse limite del romanzo è rappresentato proprio da questo susseguirsi di “gag”, che lo stesso Mannella alla fin fine riconosce come colonna portante del suo “Scheletri”. Nei “Ringraziamenti” il nostro autore ringrazia calorosamente Gianfranco Manfredi che avrebbe infatti concepito un paio di gag da inserire nel romanzo “quando erano copione di un film mai realizzato”.

Peraltro quella di un film ispirato dagli “Scheletri” non è affatto una cattiva idea. Un lungometraggio che prenda le mosse dai cadaveri e dagli armadi di Mannella, nonché dai padri nobili dell’umorismo e del surrealismo, distante dalle banalità dei cinepanettoni, potrebbe piacerci.