La nutria è un roditore originario del Sud America, introdotto in Europa e nel nostro paese per allevamenti da pelliccia. Essendo una specie piuttosto invasiva si è comportata come tale, e per questo ne vediamo oggi spesso esemplari lungo corsi d’acqua più o meno grandi. Il mio primo incontro con le nutrie fu a metà anni ‘90, a Firenze. Un piccolo gruppo nuotava placido nell’Arno e noi adolescenti ci chiedemmo cosa mai fossero, senza avere una risposta subitanea come può accadere oggi tirando fuori uno smartphone e premendo qualche tasto. La nutria, si diceva, è un roditore che nuota molto bene, si nutre prevalentemente di piante acquatiche e, quando non fa queste cose, scava tane lungo gli argini, dorme o copula. È considerata ospite poco gradito soprattutto da chi ha attività agricole nei pressi di corsi d’acqua per la sua fame, per la sua capacità riproduttiva, e per il fatto che scavando possa danneggiare gli argini.

Il giorno della nutria è il titolo del romanzo d’esordio di Andrea Zandomeneghi, toscano di Capalbio, pubblicato da Tunué nella collana Romanzi diretta da Vanni Santoni (toscano pure lui, ma d’altre parti). Un libro atteso e poi molto recensito (basti vedere la sua pagina sul sito della casa editrice), che è stato in lizza anche per il Premio Opera Prima (che è andato però a Lux, di Eleonora Marangoni, edito da Neri Pozza) e che reca in copertina l’immagine, dall’alto, di un cervello.

Titolo e copertina dicono, credo, già qualcosa. Per quanto riguarda il primo, a me ricorda quello del film Il giorno della marmotta (uscito da noi come Ricomincio da capo), una commedia dei primi anni ‘90 in cui il meteorologo Bill Murray viene spedito a fare un servizio televisivo in uno sperduto paesino della provincia statunitense per la festa del Giorno della marmotta (giorno di festa sia in U.S.A. che in Canada) e che si trova a rivivere lo stesso giorno per motivi inspiegabili fino a quando non riesce, in qualche modo, a sgrovigliare la situazione. Non so quanto però questo abbia influito sulla scelta di mettere un roditore nel titolo. La copertina, poi, con il cervello, potrebbe richiamare i cunicoli nutrieschi, o un labirinto mentale. Potremmo avere a questo punto una serie di informazioni, forse giuste forse sbagliate, su ciò che troveremo all’interno del libro. Se pensiamo al film: un giorno che viene ripetuto e ripetuto fino a che non accade qualcosa; se pensiamo alla copertina: un rimuginìo mentale.

Di cosa parla, dunque, questo romanzo?

Le vicende seguono il percorso dei ricordi del protagonista, cefalalgico cronico, Davide Aloisi da Capalbio (Borgo Carige per l’esattezza, che è una sua frazione), sconvolto dal ritrovamento davanti casa del cadavere scuoiato di una nutria, in fase di scongelamento. Chi legge si ritrova nei meandri cerebellari a cercare, insieme al personaggio, di capire il motivo per cui l’animale sia finito quasi sulla porta di casa e chi sia stata la persona responsabile. È un’indagine mentale (alla ricerca del ricordo perduto) che bascula tra episodi rimembrati e divagazioni che ora dilatano ora restringono, ora dilatano di nuovo, gli spazi tra i due fuochi dell’ellisse in cui si agita (se così si può dire) Davide. I due fuochi nati dalla cefalalgia cronica (gli emisferi del cervello così ben divisi nella copertina, e a questo punto mi viene in mente un’antica dea e una canzone dei Bluvertigo) sono, a mio avviso, rappresentati dalle varie dipendenze/ossessioni (alcol, farmaci, sesso omo-etero, lettura, droghe meno legali, gioco, sensi e nonsensi di colpa) e dai fatti che sono realmente avvenuti, reinterpretati da una mente che non si può dire certo del tutto affidabile. A tale proposito basti pensare che l’azione si svolge in un unico giorno la cui ricostruzione parte dalla notte precedente, e che in questo lasso di tempo il protagonista beve birre doppio malto, porto, vino rosso, caffè, fuma canne, sigarette, assume vari farmaci, cade varie volte (mi viene in mente Cortázar, che ne Il giro del giorno in ottanta mondi parla del cadere e ricadere, ma pure lo stracitato Dante).

Davide viaggia tra i suoi ricordi, da quelli più recenti a quelli più lontani, ripassa conviventi e indiziati (quale il discrimine? Viene in mente qualcosa di Agatha Christie?), dalla madre Eufemia, malata, a Giulio, nipote orfano che vive con loro; a Dorota, governante e badante della madre; a Esteban, figlio di Dorota; a Don Stefano, parroco forse non proprio ligio ai dettami ecclesiastici; e poi la casa a forma di mantide e vari altri personaggi secondari ma non meno importanti dal punto di vista dello scioglimento della trama, come nei migliori film di Hitchcock. Che poi la trama non sia così importante in un romanzo che comincia così: “E comunque, quando la sciagurata vicenda principiò, quel martedì mattina di fine aprile, io non ero granché lucido, anzi sarebbe più corretto dire che versavo in un penoso stato di rincoglionimento stordito e dolorante. Correnti poderose di agonia cefalgica e umorale da post-sbronza. Anche per questo, soprattutto per questo, credo, fui così turbato dal rinvenimento del cadavere di nutria scorticato che andava oscenamente scongelandosi, infatti era stato inequivocabilmente congelato in precedenza, buttato sulle scale esterne – che non danno direttamente sulla strada, danno sul giardino recintato con muretti bassi sovrastati da gelsomini rampicanti – di casa mia, a Borgo Carige, Capalbio; a metà strada tra le lagune di Orbetello e la foce dell’impianto di raffreddamento della centrale elettrica di Montalto, o, se si preferisce, a metà strada tra l’estuario del Fiora e quello dell’Albegna.” (pag. 9) credo sia evidente. D’altronde la soluzione è abbastanza scontata, mentre il finale non lo è.

Un romanzo coraggioso, che propone una voce che si fa spazio, che scava, che tende alla logorrea, capace di unire l’alto al basso, il filosofico al grottesco (a proposito: c’è molta differenza?), il divertimento citazionista al simbolismo, che cerca di creare un’iconografia della provincia toscana più reale nella sua tendenza macchiettistica-fumettosa, addomesticata dal lavoro di chi ci vive da secoli. C’è il dosso e il paradosso, perché da qualcosa bisogna sempre pararsi (si perdoni il gioco non etimologico). Eppure, nonostante tutto, verso la fine ho avvertito una stonatura, come di un qualcosa tenuto a freno, addomesticato appunto per rientrare entro certi limiti, ma sforandoli giusto un poco per non dire di non averlo fatto. Nelle interviste poi lette lo stesso Zandomeneghi afferma come il testo fosse più lungo e che “In fase di editing si è provveduto – grazie a Vanni Santoni – a togliere o ridurre materiali in eccesso, favorendo l’equilibrio tra narrazione e digressione e la leggibilità.” (da Nazione Indiana, intervista a cura di Marino Magliani), e della decisiva influenza del lavoro con l’editor di Tunué ne parla spesso. Riflettendo meglio sulla stonatura cui accennavo prima, dipendente dai miei gusti personali più che da un effettivo difetto del libro, e alla luce delle parole dell’autore, forse questa ricerca di equilibrio se ha dato compattezza al tutto ha anche tolto, o forse non tolto abbastanza. Nella parte finale, che da un punto di vista della struttura funziona, ho avvertito una sorta di stanchezza, e il crollo che avviene, coerente con la pratica delle nutrie sugli argini e con quella dei tarli sui mobili, arriva per me in un momento in cui già era previsto da tempo, e non mi è stato improvviso né mi ha sorpreso. In questo, ecco, ho notato che Il giorno della nutria è un esordio e non opera di uno scrittore più maturo: nella scelta del quando far finire il testo. Da cui scaturiscono aspettative ancora più alte per i prossimi lavori di Zandomeneghi, perché con un’opera prima così forte e variegata i passi successivi diventano più impegnativi.