Datosi che di questo libro del casertano Gero Mannella già si parla qui, su questo stesso identico sito, e (tra l’altro) in un pezzo uscito poche ore fa, forse è il caso di rinunciare a una recensione standard o, come direbbe un asperger classicista, ripudiare canoni policletei della disamina letteraria e procedere al di là della trama e andare a braccio. Anche perché la trama la trovate nel bel pezzo di Luca Menichetti, sempre qui. Andatela a leggere prima di proseguire queste righe. (È un atteggiamento un po’ burbero e autoritario, l’ho copiato dalle prime pagine del Mondo di Schopenhauer, dove mi sgridava perché non avevo letto dei testi giovanili sulla teoria dei colori che lui considerava assolutamente necessari per proseguire fino alla Rappresentazione. Del resto era un genio. Come quando buttò dalle scale la domestica perché aveva sparlato di lui – poi in tribunale l’ebbe vinta lei. Si consolò carezzando i gatti).

Orbene, eccoci qui. La recensione è fatta, il libro di Mannella lo conosciamo. Qualche mese fa sono stato personalmente contattato dall’autore che mi chiedeva se avessi voglia di leggere il suo libro. A dirla tutta non mi entusiasma più scrivere perché mi sento una persona mediocre, però c’è stata una cosa che mi ha spinto ad accettare: nell’oggetto della mail aveva scritto “ove mai”. A me quell’ove mai presagiva qualcosa di formicolante, brulicante e serpentino sottocute, per cui eccoci qua a parlarne. Sono trascorsi dei mesi: mi ha spedito il libro, il libro non arrivava. Le poste non mi hanno mai recapitato Scheletri nell’armadio. Allora ci siamo affidati al pdf che, tra i suoi pregi, ha che si può zoomare.

Mannella ha un difetto: è un cinefilo. Gli piacciono i film e purtroppo questi si affacciano nella narrazione, a volte incurvati in avanti, altre proprio sfacciatamente dichiarati. Difetto lieve, in verità, dato che purtroppo in pochi siamo guariti da questo morbo che ci spinge a cercare il cinema dove non c’è (in letteratura, per esempio, con la sola eccezione joyciana).

Adesso, proviamo a eliminare tutte le citazioni cinematografiche da questo libro. Il cardine di Mannella è evidentemente l’umorismo, la gag, la gag in serie: lo slapstick. Eliminiamolo. Togliamo le gag a ripetizione, le gag visuali, i moscerini che planando si spiaccicano alle finestre, proviamo a non contemplare gli omaggi al grande schermo. Cosa resta? Una trama? Basta con la trama, nel 2020 non ce ne frega una minchia. Un libro degno di tale definizione può anche essere strappato e letto partendo dal centro. E accidenti, stavolta con Mannella lo possiamo fare.

Perché Scheletri nell’armadio ha uno stile che – malgrado sia eccezionalmente visivo – è invece profondamente letterario e (sono quasi sinonimi) decisamente musicale. È lo stile narrativo (anche se ignoriamo la narrazione nel senso di intreccio) la sua forza perché non vola via come il moscone del libro e neppure si inciampa: ogni frase è calorosamente, artigianalmente cesellata per il puro piacere di leggere (nel suo caso: per il puro piacere di scrivere). Non è una sceneggiatura e non dovrebbe più esserlo, è uno spartito, e le immagini (nel senso di metafore) che va a suggerire e creare restano assolutamente incastonate in un ambito letterario. Chi se ne importa di come va a finire? Ma io rileggerei tre volte di fila il terzo capitolo per il solo piacere di vedere com’è descritto questo scatolone per umani, per le improvvise incursioni della voce narrante che dissacra i personaggi che descrive, commenta, gioca con le parole (un gioco che deve essere fine a se stesso, altrimenti non è più gioco ma complicità adulta che dell’incanto fanciullesco tutto perde) e che dice le parolacce, e borbotta e osserva e ridisegna le forme degli sterili umani che popolano questo pianeta senza senso. Si tagliano le sequenze, si sospende il tempo, si passa da una scena all’altra come in un film: certo. Ma il meglio è quando il taglio si fa più netto e, dal nulla, si comincia a parlare del formichiere e delle sue peculiarità faunistiche.

C’è una bipolarità dell’autore che emerge e punta a scuotere il lettore. Qualcuno parla e racconta, parlano poi i suoi personaggi ed è come se il narratore facesse (doppiasse) tutte le voci per poi, quasi sussurrando, commentare (dissociandosi) lo stesso racconto. E l’umorismo si basa sia sui personaggi essenzialmente comici e sul susseguirsi del racconto assolutamente comico (il giallo si presta come pochi altri) sia sulla presenza totalmente invasiva – mai invadente – di Mannella, che sta là a divertirsi mentre divaga sugli attori della sua commedia schizofrenica. Però, come ogni libro che merita di essere salvaguardato dall’estinzione (non quella del Sole, lì non possiamo farci niente), la sua forza è nella parola, nella frase breve, nel periodo, che si presenta curato, ben confezionato, benvoluto e ritagliato: ecco perché la trama può anche andare a farsi benedire. Perché si può leggerne una pagina al giorno e ci fa stare bene così.

Devo chiedere scusa a Gero se ho fatto trascorrere dei mesi da quando ho ricevuto gli scheletri ma – tu guarda quanto è pazzerella la vita – stavo proprio studiando l’apparato locomotore e nella fattispecie il cingolo e ancor più nella fattispecie mi ero perso tra l’acromion e il processo coracoideo della scapola. Da stasera comincio il grande gluteo, chissà che non porti fortuna a entrambi.