Con uno stile sobrio e misurato, che non disdegna anche slanci coraggiosi che sconfinano a volte in una vibrante prosa poetica, Tempo curvo a Krems, breve raccolta di racconti di Claudio Magris edita da Garzanti, si propone sin dal titolo come una significativa e ponderata meditazione sul tempo e sulla sua percezione, avanzata attraverso le storie di vita di cinque personaggi, tutti molto simili tra loro per ruolo e collocazione, alle prese con gli eventi di un passato che non appare quasi mai come un qualcosa di ordinato e razionale, di totalmente comprensibile, a causa per lo più dell’incessante sovrapposizione di immagini e volti, di episodi che ritornano e si riformulano con gli anni (“due eventi, […] non possono essere ordinati nel tempo in modo assoluto” ci dice lo scrittore).

Accomunati dal fatto che volgano con nostalgia lo sguardo indietro, cioè verso ciò che è stato, soprattutto alle proprie origini, “al familiare bisunto Oriente [degli] antenati, a quell’altra Europa”, a vicende che vedono al centro la Trieste asburgica o la Grande Guerra di cui hanno patito le conseguenze o a cui ingenuamente si sono affidati con la speranza di far nascere un nuovo uomo, un nuovo Adamo, questi personaggi mettono in atto, quindi, un tentativo non privo di rischi, dalle conseguenze immediate, che li costringe molto spesso a fare i conti col disagio o con un’amara consapevolezza o, peggio ancora, con un forte senso di estraneità al contesto e alle persone che li circondano.

Ne Il custode, per esempio, il racconto meno in linea con gli altri testi della raccolta, apprendiamo in poche pagine buona parte della vita di un uomo che, dopo tanto affanni che lo hanno visto imporsi nei consigli di amministrazione e far fortuna con le proprie aziende, decide volontariamente di allentare la presa, di ritirarsi e di cercare un impiego modesto, pur non avendone alcuna necessità, grazie al quale può godersi però il privilegio di rimanere a guardare, per assaporare una condizione simile a quando da giovane correva libero per i prati della Moravia. Una scelta che gli permette di abbandonare una forma, una maschera, ma anche di potersi finalmente stupire delle piccole cose, di un geranio al sole o della frescura ombrosa di un androne, delle frasi di circostanza della gente, di cui può apprezzare finalmente l’umanità fatta di poche cose, di gesti ripetitivi e di frasi di circostanza, lui felice di essere finalmente se stesso.

È una situazione molto simile a quella riportata in Lezioni di musica, in cui troviamo un insegnante di musica la cui vicenda viene ritratta nell’occasione di un ritorno nella bella villa dove ha insegnato per tanto tempo e nella quale ripercorre in un attimo tutta la sua vita di ebreo polacco giunto a Trieste negli anni Trenta e tradito da Mussolini che, con le leggi razziali, lo costrinse all’esilio.

Tempo curvo a Krems ci propone invece un viaggiatore, o meglio un conferenziere, che nella piccola e tranquilla cittadina di Krems, in Austria, viene indotto da una coincidenza all’apparenza insignificante (la figura evocata della bellissima Nori, un tempo sua compagna di classe) a fare i conti con il ricordo di un amore impossibile e adolescenziale, reminiscenza che lo conduce a una serie di riflessioni sul tempo e a scoprire “il non tempo della vita e dell’amore” in cui tutto è presente e simultaneo.

Ne Il premio, racconto non meno significativo per capire quale sia il ruolo giocato dal passato nella vita di ognuno, conosciamo le vicissitudini di uno scrittore la cui famiglia fu colpita dalle leggi razziali del regime e che si è ritirato a vivere in un piccolo paesino del Monferrato, che con fatica sta al gioco dei premi letterari, costretto a far buon viso ad ogni occasione, dopo essersi volontariamente autoescluso dal mondo.

Il quinto e ultimo pezzo, anche questo dal valore esemplare, porta il titolo di Esterno giorno Val Rosandra e ci propone la figura di uno sceneggiatore che assiste alle riprese di un film dedicato a una vicenda della sua giovinezza e che stenta a riconoscersi in quella rappresentazione (partecipò alla Grande Guerra da studente irredentista e ne tornò sconvolto). Da qui l’impressione, a cui si perviene a fine lettura, che sia difficile, se non impossibile, secondo l’autore, riproporre fedelmente ciò che è stato (in forma scritta o filmica), che ci sia sempre, in ogni caso, un qualcosa che sfugge, che rimane tale anche a distanza di anni, e che non può essere attinto, assunto confermato dall’io narrante quando afferma, circa il tempo: “Sempre mentitore, perché mette in ordine ciò che non ha e non può – non deve? – avere ordine: gli anni, i minuti, le storie […] carta o celluloide, fa poca differenza.”

È uno scacco che sembra investire di riflesso anche il fare letterario e la volontà ad esso sottesa di dirimere, di capire il passato, di decifrare i segni di una vita per ricomporli in un’immagine coerente, o di aprire mondi che invece sembrano sfuggirci nel momento esatto in cui ci accingiamo a posarvi sopra lo sguardo (Heisenberg), uno sforzo del tutto inadeguato da cui i protagonisti danno comunque l’idea di attendere, in modo indefesso, un senso o forse un viatico per andare oltre, il lasciapassare o l’assoluzione che li liberi dai loro fantasmi, siano essi dovuti a tragici eventi storici, sempre in un certo qual modo traumatici, sia amorosi, che tanto possono averli segnati.

Se si può da ciò dedurre e avanzare l’idea che neanche la letteratura (o il cinema) in questo caso può aiutarci, in quanto non può che restituirci degli eventi una lettura deformata, parziale, cioè appunto una narrazione, come quella che più o meno tutti, consapevolmente, nella nostra mente elaboriamo e nella quale spesso ogni distinzione tra finzione e realtà è destinata ad annullarsi, proprio questa però, in quanto tale, può rivelarsi in ultimo specchio fedele della vita e di quel quid di incomprensibile che ci portiamo dietro, che cerchiamo di recuperare, di capire con i nostri sforzi, con tutte le domande che ci poniamo e che restano, molte volte, inevase.