La Storia, quella con la S maiuscola, più che i vincitori, la fanno i confini (decisi, è vero, da chi ha vinto, ma non sempre o non del tutto, perché spesso i tavoli dei trattati distano centinaia di chilometri dalle zone contese): può ben dirlo chi  ci vive a ridosso e ha imparato da sempre a guardarsi le spalle. Il confine è anche naturale, spesso montuoso, impraticabile agli inesperti. Forgia caratteri guardinghi, sospettosi, poco inclini alla dolcezza: la fatica di trarre sostentamento da terre difficili e impervie condanna chi vive in questi luoghi a una durezza d’animo che supera i legami di sangue, e quelli del cuore.

La storia, quella piccina, invisibile, la fanno gli uomini, le donne, le famiglie. Ignare di costruire nelle loro vite, spesso insignificanti, pezzetti di futuro, che, intrecciandosi con le vite e le storie di chi è venuto prima, formano un “presente continuo”, nel quale rimangono incollati i desideri, le aspirazioni, i sogni che si ripetono, da una generazione all’altra, nella stessa sostanza, benché forma e modalità cambino e si trasformino.

Le due storie si rincorrono un po’ parallele e un po’ intersecandosi, fanno a  gara per vedere chi arriva prima al giudizio dei posteri, vero traguardo spesso impietoso, perché i posteri non sempre conoscono il luogo e l’ora in cui tutto ha avuto inizio.

Pier Giorgio Gri, buon conoscitore di partenze e arrivi nelle sfide del tempo, ci racconta una storia nella Storia. Un paese friulano, Flagogna e le sue frazioni, in una zona piuttosto nascosta di una Regione comunque dimenticata e confusa con territori molto altri da sé, un borgo che ne rappresenta decine di altri, dalla pianura alla Pedemontana, tra le montagne o allargati appena a lambire un fiume. La Storia passa, incredibilmente, anche di là, seguendo il nastro azzurro e argento dell’Arzino lungo la valle che ne porta il nome: in Friuli nessun torrente è solo tale, i fiumi giocano a nascondino, è un paese di acque in cielo, in terra e sottoterra, come nostro Signore, invocato a proposito – e soprattutto a sproposito – nelle preghiere e nelle bestemmie dei suoi abitanti.

La Storia passa, si aggiusta l’abito, si ferma quel poco che occorre a trasformare il paesaggio e la vita di chi ci vive, ma subito riparte, svelta, non ha tempo di voltarsi a guardare cosa accade, gli eventi come carri impazziti a spingerla avanti.

La storia la fanno gli uomini, le donne, le famiglie. Una famiglia, in particolare, attraversa un secolo intero, quel Novecento lunghissimo e avido, greve di morte nelle due guerre più estese della memoria recente, ricco di possibilità nel periodo di pace che allunga le dita all’oggi.

I personaggi di questa storia più piccola e umile, quotidiana e vera, come sul palco di un teatro di campagna (immagine scelta dallo stesso Autore al termine del nucleo principale della narrazione), si susseguono e si danno il cambio sulla scena: c’è il vecchio Paulìn, duro come le rocce della terra che lo ha plasmato, una moglie evanescente e condannata, e i loro figli che solcheranno il secolo denso di promesse e di nubi nere. Perché la Storia corre ed è già tempo di un’altra generazione, cui tocca una gioventù segnata dalla “guerra grande”, e figli nati delle violenze di chi si crede padrone, talvolta vittime sacrificali di un dopoguerra avaro. Angelo e Vire, Marianna, Felicita… i piccoli “Tonini” senza padre, e senza futuro.

Partenze e ritorni, nuovi bambini, un nuovo ordine, nuovi ideali per una nuova guerra che si prepara, non sembra neppure finita quella di prima. Tutto si muove attorno a poche case, nelle frazioni, con la chiesa, la stazione, la via ferrata che assieme alla strada porta civiltà e tragedia lungo la stessa direttrice, e il fulcro della vita contadina delle terre nostre, in Friuli: l’osteria. Luogo di guerra e di pace, di carte e di bevute, raramente di parole, se non quelle dette a mezza voce, magari con durezza, per raccontare di antiche battaglie che ormai nessuno ha più voglia di sentire, perché ci sono quelle nuove all’orizzonte. Ancora a combattere: addii, lacrime, promesse e treni che partono verso confini ignoti o che passano, nel 1943, all’indomani dell’Armistizio, per portare i “traditori” verso luoghi nefandi. Qualcuno sceglie di tornare: disonore in cambio della vita, rimorso senza fine in cambio della libertà.

È la generazione di Giacomo e Iole, di sogni annegati all’estero dove si cerca di vivere o sopravvivere, assiderati nelle distese immense di una terra lontanissima, ricamati a casa, al buio, mentre si aspetta che qualcuno torni o che qualcosa cambi. Dio è lontano come gli uomini al fronte, le donne a snocciolare Rosari senza fede e senza speranza, le processioni e i riti servono a mendicare un’attenzione celeste che si capisce perduta, e si sospetta mai esistita.

Finisce anche il secondo grande sconvolgimento bellico, appena accennata una vicenda solo nostra, quella dei Cosacchi illusi di potersi prendere la terra friulana. Ogni paese ne porta il segno, ogni casa ne conserva i segreti.

Alcuni tornano e la vita in qualche modo riprende, la Storia rallenta, ha corso come una pazza per mezzo secolo, si riposa un poco, aspetta la sorella piccola, impelagata in un mondo in crescita, fatto di idee e di mode, con le divisioni ereditarie che ora minano la pace familiare più delle guerre. Più delle catastrofi. Se ne prepara una diversa, senza colpevoli e senza armi, qui per la verità senza il numero di vittime di altre zone: è il terremoto del 1976, lo spartiacque di un prima e un dopo per quasi tutto il Friuli. Ancora partenze, ancora ritorni appena il peggio è passato: le macerie della vita di prima, le baracche e le case da ricostruire per quella presente. I vecchi sono stanchi, prendono commiato uno dopo l’altro, in fila ordinata, hanno angeli a visitarli e parenti a tormentarli, e gente venuta dall’Est ad aiutarli a terminare i loro percorsi. È ora di lasciare il posto ai figli dei figli, poco legati ai luoghi antichi dove le radici degli alberi si aggrappano salde al terreno, poco inclini all’ascolto di vecchie storie, ormai smaliziati davanti alla tecnologia che faceva aprire la bocca di meraviglia ai nonni, protesi verso altri posti, altre prospettive, altre esistenze.

Un racconto della memoria questo (lo spiega bene, alla fine delle sue fatiche, l’Autore, cos’è questa memoria che come un setaccio fa scorrere il tempo liquefatto trattenendo le pietruzze dorate dei particolari), forse per lasciare ai posteri una luce, un segnale di orientamento, un’incisione su un tronco a memoria delle proprie origini.

Aldo Colonnello nella postfazione si chiede se sia un libro di storia o di poesia, perché indubbiamente la scrittura di Pier Giorgio Gri è anche poetica, stillante di sensazioni olfattive e visive, e lo stile del racconto, intervallato da dialoghi brevi, permette di salvare con eleganza l’impossibilità di riprodurre la lingua originale di questi posti, senza togliere incanto alla narrazione.

Un libro di storie nella Storia, insomma, in certo modo necessario alle nuove generazioni distratte e distanti da accadimenti relativamente lontani, narrati con la medesima passione con cui l’Autore, tanto tempo fa, spiegava quella stessa materia a una classe di un liceo di provincia, nella quale c’ero anch’io.

Per i vecchi la guerra è finita: l’azione concitata non sopporta spettatori inerti, e loro non tollerano più quell’agitazione. Perché loro erano stati a guardare, diffidenti e ombrosi: ne avranno abbastanza di scannarsi e di urlare, di assordare la vallata di spari e motori! Perché loro hanno cumulato visioni estranee e rabbiose, adesso serve tempo per decantare e riordinare. Loro si contentano di provare a restaurare lo stile antico fingendo: niente di nuovo, nessuna sorpresa, è tutto uguale. Non è stato niente di irrimediabile – pensavano supponenti e disincantati.  [p. 83]