La linea verticaleccBOOKMOBI!5e22.MOBI^g^ @EXTHdAlberto CarolloiLetteraturag

Viviamo in un’epoca di notevole spettacolarizzazione della malattia e dei suoi esiti – talvolta pure infausti. Pensiamo ai recenti outing  della compianta presentatrice di Le iene, Nadia Toffa, o della cantante Emma Marrone. Messaggi di …

j'Ven, 11 Ott 2019 11:46:23 +0200p*https://www.lankenauta.it/?p=18248eLankenautafLa linea verticale

Viviamo in un’epoca di notevole spettacolarizzazione della malattia e dei suoi esiti – talvolta pure infausti. Pensiamo ai recenti outing  della compianta presentatrice di Le iene, Nadia Toffa, o della cantante Emma Marrone. Messaggi di grande forza e intensità emotiva: tutto bene pensiamo ma talvolta, di fronte al rischio di una certa banalizzazione che promana dal circo massmediatico, ci viene da rimpiangere quando la malattia era una metafora (Il male oscuro di Giuseppe Berto, o il “mal sottile”, da Ippocrate e su fino a Thomas Mann). Susan Sontag ci ha liberati dalla prigionia della metafora («La maniera più sana di essere malati è quella più libera e aliena da pensieri metaforici», 1992) e Mattia Torre forse avrà pensato anche a lei nel congegnare questo godibile quanto sulfureo libretto ch’è La linea verticale.

La verticalità è una ritrovata condizione di equilibrio, di benessere e di salute, laddove perdere la capacità di stare in piedi ci compromette, ci precipita nel regno del disagio e delle più varie sofferenze. «Devi vivere in asse», dice Amed, «centrato come su una linea verticale. […] Orizzontale sei morto. Verticale sei vivo». Amed è un somalo assolutista, uno dei tanti personaggi che popolano questo breve romanzo nato assieme alla serie tivù omonima, che potete reperire su RaiPlay e che ha per protagonista il sempre bravo Valerio Mastandrea. Accanto a lui c’è uno stuolo di anziani inaciditi, un prete malato e in crisi spirituale, un intellettuale di poche parole e un ristoratore col pallino per la Medicina. Non è Montagna incantata, ma la concreta corsia di un reparto di urologia di eccellenza dove il protagonista, Luigi, è ricoverato per essere sottoposto a un delicato intervento chirurgico. Luigi ha quarant’anni: è un uomo sereno e felice con la sua famigliola: una bimba piccola e un altro figlio in arrivo. La sua bellissima moglie, Elena, è incinta e lui scopre quasi per caso, durante un banale esame medico, di avere un tumore al rene.

Non c’è nessuno più alieno dalle metafore di Mattia Torre; autore teatrale, sceneggiatore e regista che ha rivoluzionato la televisione e che molti ricorderanno essere stato tra gli autori di Parla con me di Serena Dandini, di «Dov’è Mario?» Con Corrado Guzzanti o del film Ogni maledetto Natale  (2014), assieme a Ciarrapico e Vendruscolo. Ci ha colpito la sua prematura scomparsa, nel luglio scorso, all’età di 47 anni, colpito da quello stesso male di cui soffre il suo personaggio. Mattia Torre ha vissuto nella sua pelle quelle situazioni, vi ha guardato con profondità e ha saputo restituirne una rappresentazione di rara pregnanza e attualità. La linea verticale  (il libro di cui sto parlando, non la serie tivù che non ho ancora visto) è una straordinaria alchimia di realismo e visionarietà, di dramma e comicità, di toccante emozione e cinico distacco.

Pochi come Mattia Torre hanno saputo raccontare la malattia e i luoghi dove la malattia è di casa, con poche pennellate, quasi naïve, ma con un disincanto e una consapevolezza brucianti. Si legge d’un fiato La linea verticale e non puoi non lasciarti sfuggire – se hai bazzicato qualche volta quei luoghi e intessuto contatti con altri degenti o coi sanitari – un meravigliato: «Oh, ma sai ch’è proprio così?». È la vita che pulsa (o la fine della medesima); è la rappresentazione perfetta, direi quasi (se non mi venisse da ridere) la “radiografia” dell’Italia odierna, quel paese, dice Torre, «dove ognuno vorrebbe stare da un’altra parte». E invece è ricoverato in ospedale, il paese, dico io, ma ecco che ci risiamo: l’ospedale metafora dell’Italia, siamo di nuovo caduti nel trabocchetto.

Ma poi leggi questa prosa asciutta e ficcante, i dialoghi intessuti con il ritmo e la sagacia dello sceneggiatore di lungo corso; situazioni agili, fluide, che esplorano con ironia le rigide gerarchie piramidali delle figure che ruotano attorno al paziente, dove la rabbia viene scaricata sempre verticalmente, verso il basso: dal medico rancoroso fino all’ultimo addetto al vitto o alle pulizie. C’è la caposala che impone l’ultimo successo di pop italiano ai suoi collaboratori e ai pazienti; c’è il medico che sbava per la seducente infermiera di turno; c’è la babele dei linguaggi specialistici che divide et impera sugli oncologi (etichettati come inoperosi classificatori dello scibile neoplastico) e i chirurghi-macellai, sempre in trincea. C’è tutta la vaghezza del sapere medico che, nonostante le evidenze scientifiche, sembra mutare da persona a persona. Poi ci sono loro, i pazienti, ospiti di un’istituzione che ne livella i destini. Tutti uguali: non c’è classe sociale, età, censo, cultura, orientamento politico o religioso. Sono dei disgraziati, dice Torre, che cercano solo una cosa: la salvezza. Venerano solo un Dio: Zamagna, il chirurgo capace di compiere miracoli. E per inseguire quel barlume di salvezza sono disposti a entrare anche «in una grotta umida e oscura», dove un oncologo è tranquillamente seduto a una scrivania, in compagnia della Morte, ed entrambi sembrano dire: venga, venga… Poi iniziano a stilare una lista dei possibili disturbi che potrebbe causare un farmaco chemioterapico. Una lista interminabile ma anche, in rarissimi casi, niente di tutto questo.

Nulla di certo, insomma. Ma anche se sappiamo com’è finita per il suo autore, La linea verticale  ci esorta a trovare un senso a tutto quel che ci accade: «Quando ho saputo di avere un tumore sono morto all’istante. E poi, da quel momento, ogni minuto trascorso, ogni ora, giorno, mese, è stato sorprendente e inaspettato». È stata un’altra opportunità, se vogliamo. Quella di vivere ancora un po’, come se non ci fosse un domani. In barba alle metafore. E alla Morte che annuisce, accanto alla scrivania, come a dire: «È così».

FLIS00 00 00 0800 4100 0000 00 00 00ff ff ff ff00 0100 0300 00 00 0300 00 00 01ff ff ff ffFCIS00 00 00 1400 00 00 1000 00 00 0100 00 00 0000 00 1b fc00 00 00 0000 00 00 2000 00 00 0800 0100 0100 00 00 0039184007