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j'Mar, 08 Set 2009 14:01:59 +0200p*https://www.lankenauta.it/?p=18268eLankenautafTrilogia dell'identità (Disorder-Pagano-Monteverde)

Dopo vari anni Franchi porta a compimento la sua “Trilogia dell’identità”, comprendente “Disorder. Unknown pleasures”, “Pagano” (editi da Il Foglio, di Piombino) e “Monteverde” (il cui titolo in bozze era “New Order”, edito da Castelvecchi). “Trilogia dell’identità”, definizione che mi era rimasta impressa, senza sapere dove l’avessi letta, poi lo stesso autore mi ha detto che era stato lui a coniarla, in “una qualche intervista”: qui. (aggiornamento 2019: ora non più disponibile)

I tre romanzi si possono leggere come un unico viaggio del/i protagonista/i, letterato/i del ventunesimo secolo, intimo e politico, nell’Italia a cavallo tra novecento e duemila. Identità, si diceva, perché all’interno dei libri si sviluppa una lotta tra ego ed alter ego dell’autore, tra Gianfranco Franchi e Guido Orsini, con finale deciso verso quest’ultimo. Se nel primo libro incontriamo entrambi, sia Gianfranco che Guido, nel secondo è Gianfranco, nel terzo è Guido. C’è una oscillazione tra le varie identità, nei vari libri si inseguono i vari “Io sono”, si riprendono tra l’uno e l’altro fino ad arrivare all’antefatto di Monteverde, con la presentazione “definitiva” del personaggio.

Negli altri due libri si era assistito ad un’altalena identitaria, con le definizioni di sé che via via maturavano, si modificavano, aggiungevano e toglievano. Faccio qualche esempio, e perdonate la loro non esaustività. Siamo a “Disorder”:

“Mi chiamo Guido Orsini, e non ho senso; sono un ruolo che non c’è in un mondo che mi sta disintegrando. Sono la polvere dell’antico sogno, la carta che domani brucerai. […] Sono una sigaretta che non si spegne e non dà pace… sono la verità negata e la menzogna impazzita. Mi chiamo Guido Orsini, non ho senso ma grondo significati… Sono la terra che voglio tornare, sono e rimango per sempre nel mare.” (pag. 53)

“Voglio essere un golem. […] Non voglio più essere: io. Scrivimi sopra, rubami l’arte e strangola il cigno. Odio la sua eleganza. M’assedia e oltraggia l’istinto. L’istinto è: terra. Terra, terra, terra. Dammi terra. Dammi terra. Dammi terra. Terra.” (pag. 111)

Alla fine, nell’ultimo brano, Gianfranco e Guido Orsini sono insieme per l’ultima volta. Gianfranco guida mentre Guido dorme. Guido si sveglia, svuota la macchina spinge via Gianfranco, se ne va.

“Sono un corteo di vissuti. E ti sto accompagnando là, dove volevi tornare. Da tempo. Sono giostra di memorie, ti restituisco alla terra. […] Non posso mentire e non posso inventare più… Sono creta che hai già impastato, golem impostato per una strada e una soltanto. […]

Come un’ombra t’ho sostituito, giorno dopo giorno; adesso t’abbandono, come un sacco.” (pag. 114)

Gianfranco vuole abbandonare Guido, gli dice, mentre lui dorme “… sei l’amarezza di chi pretendeva d’essere quel che non è… Tu sei la malinconia che prende chi voleva morire di una vita differente… Hai una gran voglia di vomitare tutto quel che t’ha intossicato. E… no, no che non si può. Adesso ti tieni tutto e ti lasci inquinare, cervello polmoni stomaco coglioni”. (pag. 114)

Sarà Guido ad andarsene con la macchina, e lasciare Gianfranco sulla strada. Gianfranco è abbandonato: eccolo, in “Pagano”:

“Non ho senso, ma grondo significati – questi, almeno, sì” (pag. 28)

“… ho la percezione di essere una foglia che non può aspettare che cambi il vento…” (pag. 65)

“Mi presento: sono un’isola, adesso sono una partita Iva” (pag. 79)

“… ho la sensazione di non essere altro che una foglia e allora voglio lasciare che qualche vento mi trascini via da qua…” (pag. 83)

“Voglio un navigatore satellitare che sappia restituirmi la direzione…” (pag. 99)

“E io, io sono differita. Ho le mani di carta e non conosco inchiostro adatto a questa carta.” (pag 102)

“La mia casa non è Roma, ma il mio quartiere: io, isola, appartengo al Gianicolo, sono di Monteverde Vecchio” (pag. 103)

“Sono un’isola. Mi presento direttamente: sono un’isola e non mi lascio popolare” (pag. 133)

Si conclude poco dopo questo libro, con una poesia d’amore per Roma.

Siamo arrivati a “Monteverde”. Ritroviamo Guido, che era partito in macchina verso chi sa dove.

“Sono una foglia che pesa ottanta chili. Sogno refoli di vento. Sono una batteria che si sta ricaricando. Voglio ricaricare in pace, senza sbalzi di corrente. Sono un navigatore senza programma, non so orientarmi con le stelle. Sono lo stipite stanco di una vecchia porta. Sono un contratto firmato in bianco, sono una lettera senza mittente. Sono una tela d’acqua su una cornice di carta, un telecomando che non spegne niente; se mi punto sul cielo m’accendo, funziono. Sono un orologio che batte secondi sulle tempie della sua cassa. Sono un pallone bucato. Sono una sigaretta che non si spegne, fuma soltanto. Sono queste mani che dovresti mutilare.” (pag. 7)

Gianfranco e Guido, Guido e Gianfranco. Foglia, sigaretta, navigatore, senso, significato. Le stesse mani, pur non avendo portato esempi, si rincorrono nei libri, sono mani di pianista, che suonano e che poi non sanno suonare più, sono mani che si chiede ad altri di mangiare, che si chiede di mutilare.

Sono libri, questi, di cui a mio avviso solo il primo e l’ultimo si possono leggere separatamente, mentre il secondo, essendo di passaggio, acquista un senso maggiore se letto come percorso tra un inizio e una fine. L’autore, nell’intervista già citata, lo definisce come “antiromanzo: pamphlet politico + romanzo breve”. Definizione che mi trova d’accordo, e non amando io i pamphlet politici, quando lo lessi mi sembrò, nella prima parte, scritto più per l’autore che per il lettore, necessario a lui scrivente più che a me lettore. Adesso, dopo aver conosciuto “Monteverde”, il viaggio mi è più chiaro, e apprezzo “Pagano” in modo diverso (anche se rimane, a mio avviso, la parte più debole della trilogia. A me piace la letteratura, e nel pamphlet mi trovo d’accordo con il brano “Obiezioni” di Karlsen – ci vuole comunque coraggio ad inserire nel proprio libro una opinione contraria a quanto si sta scrivendo).

Peraltro, proprio in “Pagano”, si annida forse il segreto di questa trilogia dell’identità.

“Dammi appartenenza, restituiscimi ruoli: fonderemo identità. Letteratura, madre mia, non tradirmi – liberami, liberaci.” (Pagano, pag. 102)

Questa invocazione alla letteratura, questo domanda di appartenenza, di identità, sembra essere compiuta in modo deciso, sicuro, in “Monteverde”. L’ultimo romanzo, o raccolta di racconti, sembra essere anticipato, ancora in “Pagano”: “Potrei barare, adesso, e inventare un alter ego mezzo Hamsun e mezzo Drieu che affronta vicende più o meno di formazione” (pag. 37). E Guido Orsini non è forse un alter ego (non dico mezzo Hamsun e mezzo Drieu) che affronta vicende più o meno di formazione? Potrebbe essere una risposta plausibile.

Finisco così con l’affermare l’importanza della parte della trilogia che meno mi è piaciuta, d’altronde trovo che sia così, e non posso farci niente. Questa trilogia, per finire, secondo me è il viaggio di un letterato contemporaneo verso la letteratura. Con tutto ciò che implica l’aggettivo “contemporaneo”.

Da leggere. “Ho scelto come patria la Letteratura in lingua italiana con opportune commistioni dialettali e linguistiche perché io sono amalgamato così; ho scelto come patria la Letteratura perché è terra di menzogna e oasi di invenzioni e meraviglia, non ha pretese d’essere vera o realistica ad ogni costo, né d’essere Storia: è storia delle storie, è tante storie assieme. Come questo libro, che si fonda su migliaia di verità e di bugie, di ricordi e di congetture, di fotografie e di radiografie” (Monteverde, pag. 306)

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