Da lunedì a sabato, una settimana meno un giorno. Questo è l’arco temporale in cui si dipana la storia di “Uomini e cani”. Un titolo che richiama, per una consonanza più che evidente, il celebre “Uomini e topi” di John Steinbeck. Il romanzo che ho letto è quello ripubblicato per Adelphi nel 2018 non quello originario di ISBN del 2007. Per l’edizione più recente, l’autore ha provveduto a compiere un lavoro di restyling che, onestamente, non so quanto abbia stravolto la prima versione di “Uomini e cani”. Ciò che so è che mi sono ritrovata immersa nelle descrizioni tracimanti e sanguigne di una terra lacerata e sconsolata, tra le parole meticce di gente che delinque perché non ha altra scelta, tra le storie di personaggi brutti, sporchi e cattivi, proprio come quelli di filmacci western che nemmeno mi piace vedere. Eppure, non posso non ammettere che questa scrittura baroccheggiante, inzaccherata di metafore esasperate e costruita su periodi che a volte gorgheggiano senza fiato per via di una lunghezza quasi esasperante, ha il suo fascino e la sua ragion d’essere.

Protagonista una fittizia e dispersa provincia pugliese, fatta di giovani che se ne vanno o non vedono l’ora di andarsene, ma anche di uomini che, tra sputi distribuiti generosamente dove capita e cagnacci ottusi allevati come demoni, non si schiodano dalle loro catapecchie nemmeno pagandoli oro. Una Puglia immaginaria nella quale Omar Di Monopoli piazza storie che, per molti versi, raccolgono la disperazione e la miseria umana che hanno fatto la letteratura del meridione d’Italia fin dai tempi di Verga. Di speranza, in “Uomini e cani”, non ce ne è traccia. Al suo posto ci sono i contrasti congeniti di generazioni di uomini che intanto imparano ad odiare e poi a sopravvivere come possono. Persone sconfitte dalla vita che, comunque, continuano a combattere contro un destino impietoso coi mezzi che hanno a disposizione e che sono, per lo più, mezzi violenti e illegali.

Il romanzo non ha un solo protagonista, ma una serie di personaggi che si incrociano e, se serve, si sparano addosso volentieri. Un western con sfumature salentine, per l’appunto. E non mi pare proprio un caso che “Uomini e cani” possieda un stile particolarmente visivo e filmico: descrizioni scenografiche dettagliatissime e figure umane che paiono uscire da una pellicola di Hollywood. Il tempo e il modo di descrivere la psiche di chi popola le pagine del romanzo non è contemplato, tutto risalta e traspare da atti, misure, silenzi, brutalità e forzature. Ovviamente il conflitto tra chi dovrebbe rappresentare lo Stato e chi dello Stato non sa che farsene è l’ossatura che regge la storia. Un’oasi naturalistica da creare in una zona di terra e di mare che chiunque ha sempre usato come territorio di caccia, come discarica abusiva, come arena per i combattimenti tra cani o come cantiere per costruire ciò che vuole. Un’oasi naturalistica che per la gente non ha alcun senso: “qua abbasciu, dove ormai pure le lacrime e i sorrisi ciànno arrubbato, non ci possiamo proprio credere che qualche papera spennacchiata tiene più diritto di noi a vivere una vita degna di questo nome…“.

Languore è il nome del paese e Torre Languorina è il nome della sua frazione balneare. Una toponomastica di fantasia che di per sé dice già molto. Nomi che raccontano la stanchezza, il torpore e la disfatta di chi questi posti, immaginari ma non troppo, li abita. I sei giorni di narrazione si riempiono di accadimenti che non lasciano scampo. Le situazioni precipitano e si frantumano senza tregua. Non c’è nessuno che non abbia un peccato da scontare o una colpa da nascondere. Chi in un modo, chi in un altro, tutti sono invischiati in qualche brutta storia. Va detto che non c’è bellezza né armonia né buon gusto. Tutto appare prossimo al disfacimento proprio come accade spesso nei territori ai margini popolati da persone ai margini, “… intanto in paese non esiste una biblioteca, un cinema o un circolo ricreativo, né un diavolo di bar dove i giovani possono incontrarsi senza pagare il pizzo a qualcuno…“.