Il termine “gaijin”, titolo del romanzo d’esordio di Maximiliano Matayoshi, è parola di origine giapponese che alla lettera significa “straniero”, persona esterna, con una connotazione sostanzialmente negativa. Una parola che il giovanissimo protagonista pronuncia più volte nel suo Giappone del 1950, precisamente nell’isola di Okinawa: pochi anni dopo la disfatta della seconda guerra mondiale il Paese del Sol levante è ancora in gran parte occupato e gli occidentali agli occhi dei vinti appaiono ancora arroganti, vittoriosi senza alcun merito. Ma guai a pronunciare con troppa disinvoltura questa parola piena di disprezzo: quasi fosse una sorta contrappasso è poi lo stesso narratore a dover vivere per lungo tempo da “gaijin”. La vita nel dopoguerra giapponese, tanto più per una famiglia che ha perso il capofamiglia, è difficile, il boom economico sembra lontano e il nostro protagonista, appena undicenne, è costretto a lasciare mamma e sorella per imbarcarsi da solo verso l’Argentina e lì sperare di ottenere un lavoro dignitoso. Gran parte del romanzo infatti è incentrato su questo lunghissimo viaggio tra tre continenti e tre oceani (partenza dal Giappone, percorso lungo coste dell’estremo oriente, Africa e infine America del Sud), durante il quale il giovanissimo narratore prende coscienza di un’umanità diversificata, di stranieri privilegiati, di una maggioranza di sfruttati, fino agli estremi del puro schiavismo (si veda l’episodio ambientato nel Mozambico portoghese).

Un viaggio interminabile, confortato da freschi ricordi, dall’impressione e dal sogno di una famiglia nuovamente raggiungibile da lì a poco – di fatto gli accadimenti nell’immaginario del ragazzino vengono ricondotti ad una dimensione familiare e intimistica -, con la reale compagnia di pochi conoscenti, poi forse amici, più o meno coetanei che saranno ancora con lui periodicamente una volta sbarcati all’altro capo del mondo. Se però il caos del viaggio poteva incoraggiare fragili solidarietà, l’approdo mostra subito una realtà deprimente: “Poco era cambiato: solo un pavimento che non ondeggiava e una solitudine più profonda” (pp.94). Ma soprattutto era sopraggiunto un brusco risveglio: “Una porta si chiuse rumorosamente e il sogno di essere a casa restò solo un sogno” (pp.95).

L’immaginazione non basta più e la narrazione, descrivendo gli anni di formazione ed adattamento ad un nuovo mondo, prosegue piuttosto rapida, con diversi salti temporali, sicuramente senza cedere ad una sorta di vittimismo, ma in cui si colgono dei chiari momenti di “non –appartenenza”: ad esempio il rapporto con gli immigrati di origine giapponese e non solo giapponese, spesso compagni cordiali nel contesto di surrogati di famiglia, e nello stesso tempo anche estranei che rivelano di punto in bianco la loro natura di datori di lavoro. Come dicevamo nessuna gratuita autocommiserazione, semmai la presa d’atto di una realtà magari non drammatica come quella osservata durante il viaggio per l’Argentina, ma certo, complice la personalità timida e sobria del giovane giapponese, niente che faccia pensare all’entusiasmo di un self made man: “Così ora portavo un cognome che non era il mio, vivevo in un paese al quale non appartenevo e con una famiglia della quale non facevo parte” (pp.227).

La scrittura di Matayoshi è sempre controllata e fluida, nella quale i vividi ricordi del protagonista sul padre morto in guerra, sulla sua vita a Okinawa, nonché veri e propri sogni del recente passato in luoghi ormai lontanissimi si inseriscono senza apparente artificiosità tra le parole del giovane “gaijin” intento a farsi strada nella vita e nel lavoro. Un racconto denso di avvenimenti,  lungo quattordici anni, caratterizzati dall’incontro con le culture di altri immigrati (latini, italiani), dalla fatica di imparare un’altra lingua, e soprattutto, con l’abbandono progressivo delle ingenuità adolescenziali, da una progressiva emancipazione personale e lavorativa (dalla tintoria all’università e al mestiere intellettuale), intesa innanzitutto come palestra di intraprendenza e autonomia. Poi finalmente l’occasione di un ritorno a casa, almeno per rivedere dopo tanti anni la madre e la sorella, in un Giappone che finalmente inizia a conoscere una nuova prosperità; come in fondo è accaduto al  giovanissimo emigrante partito anni prima a bordo della Ruys. Non è un caso – qui sicuramente si coglie l’attenzione dell’autore al reale significato di “gaijin” – che l’identità, ovvero il nome di battesimo di un protagonista adesso meno estraneo al mondo circostante, finalmente venga pronunciata nero su bianco.

“Gaijin” potrà quindi essere catalogato sia come un apprezzabile e poetico “bildungsroman” scritto da un argentino di seconda generazione, ben consapevole della cultura giapponese, sia come un esempio di “letteratura migrante”; non tanto per una biografia che non c’è, se non in parte (la postfazione sul padre di  Matayoshi chiarisce qualcosa), e nemmeno in virtù di autore che è nato a Buenos Aires, quanto sulla prospettiva dell’emigrante – un racconto condotto sempre in prima persona – e su idee di appartenenza, di viaggio e di estraneità che in fondo prescindono dal dato geografico e da confini stabiliti per convenzione.