Risulta difficile parlare de La meravigliosa lampada di Paolo Lunare  senza il timore – consistente – di spoilerarne in parte l’intreccio e pregiudicare un poco al lettore la bella esperienza di leggerselo per conto suo. Ci muoveremo pertanto su un terreno cedevole (e forse minato) per consigliarvi, ammirati, quest’ultima fatica di Cristò. Siete pronti? Allora: ci sono Petra e Paolo, una coppia sposata come tante, una coppia che si conosce dai banchi del liceo. A unirli è stata, forse, una cosa molto personale che si erano confessati fin dai primi incontri: erano entrambi orfani. Paolo di padre, Petra di madre. Si erano sposati dopo che lui aveva ereditato dal nonno la casa e il garage di via Bartolomeo; Petra aveva accettato la sua proposta ma aveva anche aggiunto: «Sai che dovremo fare qualcosa per l’orribile illuminazione di quella casa, vero?»

E anche diversi anni dopo, sempre a lamentarsi che nessuna lampadina riuscisse a sostituire l’illuminazione naturale. Così il volenteroso Paolo decise che per il loro quindicesimo anniversario di matrimonio avrebbe costruito e regalato a sua moglie una lampada che riproducesse «la luce del sole così com’è». C’è da dire che stava lavorando a questo progetto da ben tre anni; non era un esperto d’illuminazione e neanche di elettrotecnica: aveva, piuttosto, assemblato circuiti in maniera rizomatica, da appassionato di Sudoku. Ecco, lo schema si era rivelato perfetto ma forse l’esito del lavoro non era quello preventivato. La luce emessa dalla lampada di Paolo è fredda e fioca, l’esatto opposto di quel che cercava di riprodurre, eppure in grado di rischiarare sezioni di mondi-altri, una sorta di oblò su universi paralleli.

Paolo aveva sempre sperato di non doversi giustificare con una bugia per le svariate notti trascorse nel suo garage, a costruire la lampada. Ma Petra non gliene aveva mai chiesto conto, anche se in cuor suo la turbava il pensiero di cosa facesse là sotto, tutte le notti. Lui pensava, talvolta, che a lei non interessasse di rimanere sola, e finire per addormentarsi senza di lui. Petra, forse, non desiderava sapere la verità sulle sue assenze perché, tutto sommato, aveva anche lei dei piccoli segreti da non svelare. Ma l’omissione è da mettere sullo stesso piano della menzogna, oppure no? E il sommarsi di tante piccole-grandi bugie può logorare una relazione nel tempo, minarla nelle sue fondamenta più solide?

Sono queste le ombre e le luci di questa narrazione, una complexio oppositorum che si mantiene coesa da sottili diaframmi, i capitoli titolati ora a Petra, ora a Paolo, che nel prosieguo della lettura condividono momenti di coabitazione. In una recente intervista, Cristò Chiapparino ha affermato: «[…] in fondo il confine tra verità e menzogna è più sfumato di come lo immaginiamo. In fondo mentiamo ogni volta che parliamo o scriviamo perché il linguaggio è una semplificazione della complessità del reale. In definitiva la verità è indicibile». Ma c’è molto di più in questo libello dal respiro breve (poco più di un’ottantina di pagine): c’è il rapporto genitori-figli che lascia ferite talvolta insanabili – o perlomeno che marchiano a vita; c’è un’autopsia del rapporto di coppia, l’estrema difficoltà del trovare (anche se l’amore, nonostante qualche blackout, è sempre l’astro che splende nel cielo) un linguaggio articolato, profondo e condiviso, vero momento ermeneutico per entrambi i poli del rapporto; ci sono i sogni irrealizzati, le aspirazioni abortite, le mezze verità o le mezze menzogne, il pudore di rivelare aspetti scomodi di sé e della propria vita. Allora la lampada di Paolo Lunare diviene una potente metafora dell’invenzione che forse in tanti desidereremmo; uno strumento magico, diretta filiazione delle fatagioni che hanno attraversato tanta buona letteratura: uno scandaglio col quale esplorare il proprio dark side, liberare dalla loro prigionia i fantasmi che albergano nei nostri armadi.

Cristò Chiapparino è autore da tener d’occhio: mi aveva già colpito col precedente Restiamo Così quando ve ne andate, sempre pubblicato con TerraRossa, giovane e promettente casa editrice pugliese. Con La meravigliosa lampada di Paolo Lunare, uscito da pochi giorni nelle librerie, il nostro si è abbondantemente superato. La sua è una scrittura lieve e asciutta, che procede per sottrazione, senza enfasi, per restituire i contorni della pura storia, qui improntata a un realismo magico che potrebbe trovare echi nelle narrazioni di Buzzati e Landolfi, persino nelle novelle pirandelliane (ma che porta la sigla già ben caratterizzata del solo Cristò).

Guardatelo come se fosse un film di Tim Burton – e la pregevole copertina di Francesco Dezio potrebbe facilitarvi il compito. Ascoltatelo col sottofondo di una murder ballad  di Nick Cave, se vi va. Leggetelo come se non ci fosse un domani, La meravigliosa lampada di Paolo Lunare, lasciandovi condurre dal suo potere immaginifico, che deborda sovente nella poesia. Consigliatelo, così come l’ho consegnato a mia moglie. L’ha divorato in un paio di sere. Mi ha detto che in apertura l’aveva un po’ destabilizzata e sprofondata in un gorgo di malinconia, ma poi è diventato qualcosa di struggente che le ha lasciato un senso di pace. Io le ho sorriso e ho annuito, compiaciuto.