Una fuga, una colpa, un’assenza e troppi silenzi. Queste le materie che fanno del romanzo “L’attesa” della scrittrice francese Gaëlle Josse una lettura affascinante ma anche dolorosa e, nel contempo, molto preziosa. Non è comune raccontare, senza scadere nella banalità di una penosa lagnanza, il dolore di una madre che perde suo figlio e si strugge nell’attesa che lui torni. Perché è esattamente questo ciò che accade alla donna protagonista e voce narrante de “L’attesa” che, nel suo titolo originale “Une longue impatience”, forse, fa trasparire ancora meglio il senso del tempo che trascorre vuoto nell’assenza stessa. Siamo negli anni che fanno seguito alla fine della Seconda Guerra mondiale, quella che ha trasformato Anne de Quémeneur nella vedova di Yvon Le Floch. Un giorno come tanti l’uomo è uscito in mare e non è tornato. Nel villaggio sulla costa atlantica della Francia hanno celebrato un funerale senza bara e Anne con il suo bambino Louis ha continuato a vivere nella casa con le persiane blu.

Aprile 1950, Louis ha ormai sedici anni. Sua madre Anne alcuni anni prima ha accettato di diventare la moglie del farmacista Étienne che l’ha portata a vivere, insieme a suo figlio, in una bellissima casa in Rue des Écuyers che in troppi, al villaggio, le invidiano così come le invidiano una vita di agi che lei, un’umile vedova, a parere di tutti, forse non meritava. Anne è diventata madre di altri due bambini e sembra che tutto, nella sua vita, abbia trovato un nuovo senso. Nell’aprile del 1950 accade l’imponderabile: “Stasera Louis non è rientrato. Ho acceso le lampade in soggiorno, in cucina, in corridoio. La luce calda e dorata, quella che accompagna il tramonto, così rassicurante, non serve a niente. Illumina solo un’assenza“. È così che si apre il romanzo. Gaëlle Josse ci mette di fronte al dramma di una madre già dalle primissime righe. Quello che ha spinto Louis a sparire verrà ricostruito pagina dopo pagina, in uno sprofondamento costante che ci conduce al centro della disperazione di una donna che non vuole smettere di aspettare né di sperare che suo figlio torni a casa.

Louis non è rientrato, né la sera successiva né tutte le altre sere. A tavola, continuo ad apparecchiare anche per lui. Non si è presentato a scuola, nessuno dei compagni l’ha visto, non ha lasciato alcun messaggio, alcun biglietto in camera sua, nei giorni precedenti non ha detto niente di particolare, niente che possa fornire una pista, una spiegazione, una speranza, niente da interpretare o comprendere. La sua assenza è la mia unica certezza, è un vuoto, un buco, su cui bisognerebbe appoggiarsi, ma è impossibile, in un vuoto, in un buco, si può solo sprofondare“. I sensi di una colpa lacerante e irreparabile arrivano più o meno in fretta. Forse Anne non è stata abbastanza brava da difendere il suo primo “bambino”. Non è stata abbastanza vicina al suo Louis da capire che il ragazzo aveva sopportato troppo per amor suo.

Étienne non aveva mantenuto la sua promessa. Quando si era presentato a casa di Anne per chiederle di sposarlo, dopo aver rispettato i due anni di lutto, secondo tradizione, le aveva anche promesso che si sarebbe preso cura di Louis come fosse stato figlio suo. Eppure Étienne, dopo aver avuto veramente dei figli suoi, aveva tramutato Louis in una sorta di nemico. “Da quando sono nati i bambini, Étienne non sopporta più mio figlio, il testimone scomodo di un’altra vita, il ricordo permanente che sono stata posseduta da un altro uomo, tutto questo è incancellabile. Louis è colui che gli impedisce di credere in una vita fatta solo della nostra storia, senza sofferenze e senza passato“. È qui che si annida l’origine della tragedia, qui che brucia il rogo della gelosia di un uomo che non sa accettare che la donna che ha sempre amato possa aver amato qualcun altro prima di lui. Louis sta lì a raccontargli ogni istante questo immenso, inaccettabile scandalo.

Louis ha taciuto a lungo, per me. Ogni giorno, c’era un pretesto per parole che feriscono, graffiano, straziano. Ci sono stati i gesti troppo energici, la tensione, le scenate. Le umiliazioni, le vessazioni“. Louis ha sopportato per tanto tempo, poi è diventato grande. A sedici anni ha preso il cinturone che il suo patrigno stava per usare nuovamente contro di lui, glielo ha strappato di mano incollando Étienne contro il muro senza dire una parola. Poi è uscito di casa e non ha fatto più ritorno. Anne non riesce a perdonarsi, non riesce a perdonare Étienne. Riesce solo a sapere che Louis si è imbarcato su una delle tante navi mercantili in cerca di mozzi o sguatteri. Non sa dove ma sa che suo figlio è in mare. Ogni giorno si reca sulla scogliera e spera che quella distesa roboante che osserva dall’alto dal Buco del Diavolo le riporti suo figlio. Inizia a scrivergli lettere immaginarie in cui racconta a Louis i preparativi per una tavola imbandita a festa per il suo ritorno. Cibo, bevande, formaggi, dolci: tutto quello che Louis ama mangiare. Perché una madre accudisce suo figlio prima di tutto nutrendolo, esattamente come capita da quando esistono le madri ed esistono i loro figli.

C’è struggimento nel cuore di Anne, uno struggimento che oltrepassa l’invenzione letteraria e si accosta, empaticamente, nell’anima di chi legge. E c’è un’infinita tenerezza nella scrittura di Gaëlle Josse che ha saputo raccontare con pagine toccanti, a tratti anche con lievi sfumature liriche, il peso specifico di un’assenza e, con essa, l’irrimediabilità di quel sentimento furioso e necessario che chiamano speranza.