“Eretica speciale” di Stampa Alternativa veniva descritta come operazione editoriale “contro il comune senso del pudore, contro la morale codificata, controcorrente”; ed inoltre si poteva leggere che “questa collana vuole abbattere i muri editoriali che ancora separano e nascondono coloro che non hanno voce”. Viste queste premesse, di primo acchito, potremmo pensare che “Il pornografo del regime” rappresenti davvero qualcosa di vietato ai minori. In realtà i disegni di Mameli Barbara (Trapani 28 ottobre 1908 – Roma 16 febbraio 2001), presentati da Salvatore Mugno, autore da tempo impegnato a raccontare le storie di trapanesi illustri e meno illustri, rientrano a pieno titolo nel campo della satira di costume, rappresentazione di un immaginario italico che pullula, dal tempo del fascismo ai giorni nostri, di  “maggiorate fisiche e minorati psichici e intellettuali”. La definizione di “pornografo del regime” nasce semmai dalle feroci polemiche politiche del dopoguerra. Come scrisse lo stesso Barbara a Mugno (parole poi riportate nel libro): “collaborai con il PLI e rifiutai l’invito a collaborare con Paese Sera, comunista, per coscienza anticomunista, guadagnandomi la definizione di ‘pornografo del regime’ da parte dell’Unità” (pp.15).

Una definizione che, se da un lato evidenziava il profondo moralismo tipico dei vertici del PCI staliniano, poteva essere letta in maniera più ironica soltanto ad avere in mente il mondo rappresentato da Mameli, in certo qual modo antagonista di un suo famoso collega nativo di Bari. Così Mugno: “La Signorina Grandi Firme di Boccasile, certamente tra le più precoci fanciulline italiane, impersonava per lo più, figure, sebbene semivestite, dall’aspetto bonario, rassicurante, materno, di brave mogli o solerti casalinghe; laddove le giovani di Mameli Barbara sono più ardite, provocanti, consapevoli e scaltrite” (pp.10). In altri termini l’artista trapanese, “leader dei disegnatori cosiddetti mondani”, soprattutto al tempo del fascismo e del “Marc’Aurelio”, si era dedicato ad una satira letteralmente spietata nei confronti di note debolezze italiane: l’ampio repertorio di vignette – forse meglio definirli disegni – ha messo alla berlina il gallismo italico nonché le speculari furbizie di donne, fidanzate, mogli fedifraghe ai danni di ometti tonti e fisicamente desolanti.

Titoli e didascalie fanno subito capire qualcosa: “Comprensione”: – Cara, giurami che mi sarai spesso fedele”; “Romanticismo: – Signorina, vi ho assunta dal primo momento che vi ho vista”. E poi le vignette decisamente più politiche del dopoguerra: “Amore oltre cortina: – Pensa, tesoro, forse un giorno potremo avere un campo di concentramento tutto per noi”.

Se da un lato Mugno ha voluto ricordare più volte come la sua satira fosse “talmente pungente ed efficace da procuragli censure e guai giudiziari, a suggello di un anticonformismo e di libertà di espressione”, possiamo anche cogliere un altro aspetto dell’umorista trapanese, peraltro comune a molti di coloro che hanno fatto fortuna al tempo del ventennio: la capacità di adattarsi. Se durante il regime chi era in buoni rapporti con i gerarchi poteva tutt’al più azzardare una fronda, talvolta tollerata – Mameli lo ha scritto con grande sincerità: “sono cresciuto nel pieno del regime fascista. Fui accolto con ammirazione tra i gerarchi”, pp.20 – una volta ricostruita una parvenza di democrazia, la contrapposizione politica era rappresentata da due antifascismi totalmente diversi, inconciliabili. A quel punto l’anticomunista Mameli Barbara in tutta evidenza non ebbe alcun dubbio da che parte stare. Il concetto di “fronda” però non veniva meno perché la satira, per essere tale, non conosce padroni. È vero che la democrazia del dopoguerra non poteva essere paragonata all’autoritarismo del ventennio, ma è altrettanto vero che l’approccio soffice del partito di maggioranza relativa ha consentito pur sempre che sopravvivessero forme altrettanto soffici e oleose – talvolta nemmeno troppo soffici, va detto – di censura. Ne consegue che  anche in questi anni il disegnatore e umorista trapanese, pur forte di un rivendicato anticonformismo, deve aver passato i suoi guai. E non solo a causa delle invettive comuniste. In un breve scritto autobiografico (appena tre pagine intitolate “Non è stata una cicogna”) presente nel libro, Mameli Barbara scrive: “Ho chiuso la mia carriera di vignettista a ‘Il Popolo’, quando la politica della D.C, rese impossibile satireggiare contro i partiti di destra e di sinistra” (pp.22).

“Una figura politica mutevole col mutare del vento” (sempre dallo scritto autobiografico) ma alla fin fine – questo lo possiamo cogliere sia leggendo il testo di Salvatore Mugno, sia osservando con attenzione le tante vignette di Mameli Barbara – coerente anche nel rivendicare il proprio ruolo di umorista che, per essere tale, deve saper maneggiare innanzitutto due indispensabili ferri del mestiere: anticonformismo e libertà di espressione.