Josif Džugašvili a Venezia

Venezia è notoriamente città di misteri e leggende e, in questo caso, la vicenda ha come protagonista un personaggio storico sinistramente noto.

“Bepi del giasso”: i veneziani hanno sempre sentito questo soprannome, divenuto leggendario e proverbiale. “Varda che ‘riva Bepi del giasso!”

Ma chi era questo fantomatico personaggio? Era Stalin in persona, il terribile e spietato dittatore. Si narra infatti che nella primavera del 1907, il giovane rivoluzionario sia rimasto per un breve periodo a Venezia, nell’isola degli Armeni, unico luogo della città di cui conosceva la lingua.

Ospite dei monaci, avrebbe fatto il sacrestano. Il giovane georgiano, che ancora non aveva assunto lo pseudonimo di Stalin era partito da Odessa come clandestino in un cargo ed era arrivato ad Ancona, dove era stato ospitato dagli anarchici della città, trovando impiego come portiere notturno presso un noto hotel. Successivamente aveva raggiunto Venezia e l’isola degli Armeni. Si trattò di un soggiorno molto breve, perché la sua vera meta era Berlino, nella quale doveva incontrarsi con Lenin per organizzare la rivoluzione. Fin qui la leggenda. O si tratta di un fatto storico? Gli indizi e le prove sono estremamente esili, eppure è su queste tracce che Emanuele Termini si muove come un segugio, indagando, recandosi più volte nella splendida isola di san Lazzaro, la piccola Armenia, gioiellino ordinato e oasi di pace nella laguna.

Dimostrare il soggiorno di Stalin a Venezia diventa per l’autore quasi un punto d’onore e anche il modo per cercare e incontrare numerose persone in qualche modo coinvolte nella vicenda. Si inizia da Alberto Toso Fei, il noto scrittore veneziano che nel suo “Misteri della laguna e racconti di streghe” accenna alla vicenda di questo misterioso georgiano e si prosegue con Claudio Dall’Orso, esperto di cose veneziane, “archivio degli archivi” e con la figlia di un giornalista sparito nel dimenticatoio, Gustavo Traglia.

Questi aveva pubblicato un articolo sul “Candido”, rivista di Giovannino Guareschi, il 22 dicembre 1957, in cui parlava di un anarchico passato per la laguna.

Nel suo pezzo sul “Candido” Traglia diceva di aver già scritto sulla vicenda qualche anno prima sul “Corriere Adriatico”, ma poi non gli era stato permesso di approfondire l’argomento a causa di una discussione con l’allora redattore de “L’Unità”, secondo il quale non era opportuno indagare su quel personaggio. Traglia, dopo la fine del fascismo, sembrava scomparso nel nulla, non si parlava di lui e i libri che aveva pubblicato risultavano introvabili. Nei primi anni Cinquanta il direttore de “L’Unità” era Pietro Ingrao. Termini gli scrive, ma il leader è troppo anziano, quasi centenario, e fa rispondere, tramite la nipote, che lui non si ricorda più niente di quella faccenda.

Di contatto in contatto, le ricerche si allargano, viene coinvolto il giornalista Carlo Della Corte, che avrebbe poi fatto leggere l’articolo del “Candido” a Hugo Pratt, il celebre fumettista, che in una delle avventure di Corto Maltese fa entrare il georgiano.

Le vicende si dilatano e si complicano, soprattutto perché l’anarchico in fuga dalla polizia zarista è molto furbo, cambia continuamente pseudonimo, attentissimo a non lasciare tracce, è sfuggente e, appena si crede di averlo raggiunto, scompare.

Nasce così una sorta di caccia al tesoro, un libro che è un po’ saggio e un po’ romanzo, avvincente come un giallo, che alterna capitoli dedicati alla figura del giovane Josif a capitoli in cui si raccontano le avventure dell’autore all’inseguimento dell’evanescente georgiano.

Scopriamo dettagli stravaganti sul futuro Stalin: aveva i piedi palmati e un danno permanente al braccio sinistro a causa di una caduta da un carro, scriveva poesie, aveva studiato in seminario, il sistema più semplice per dare una cultura ai figli meritevoli di povera gente.

In parallelo, il nostro autore approfondisce gli studi e gli incontri, riesce a reperire, consultando l’elenco del telefono e provando i vari numeri, la figlia di Traglia e gli eredi degli albergatori di Ancona che avevano ospitato il georgiano. Sono divertenti i suoi colloqui telefonici con alcuni anconetani: un’umanità assai varia entra in questo libro ed entra soprattutto Venezia, la protagonista, perché accompagna, accoglie e avvolge il narratore, che la percorre generalmente a piedi, come si deve fare, sfidando le terribili orde turistiche. Eppure basta deviare per qualche calle meno conosciuta per ritrovarsi in un angolo di tranquillità.

Luogo di incontri e punto di riferimento è l’originale e stravagante libreria Acqua Alta a Santa Maria Formosa, una vera miniera di libri. Infine ci sono i colloqui con i monaci armeni, vaghi sull’argomento. L’ultimo possibile testimone, anzianissimo, non è più in grado di raccontare nulla, in quanto colpito da un ictus che gli ha fatto perdere la memoria. Sembra che l’ombra lunga di Bepi del giasso sia arrivata fino al 2000 inoltrato, impegnata a far perdere le sue tracce, eppure ci piace immaginare il suo inquietante fantasma che, in qualche modo, osserva Venezia da san Lazzaro, già proteso verso i suoi progetti rivoluzionari.