Caso ha voluto che abbia letto questo libro proprio durante la nuova invasione turca del nord della Siria ai danni del popolo curdo che qui vive. Si tratta solo dell’ultimo atto in ordine cronologico del conflitto tra questi due popoli e fortunatamente non è passato sotto il silenzio dei media internazionali.

Come spiegato nelle prefazioni del libro, “Tu” è il primo romanzo tradotto direttamente dal kurmanji, la lingua curda, all’italiano e a quanto pare è solo il primo di una collana più ampia che la casa editrice sta sviluppando.

I curdi sono uno di quei popoli, come i palestinesi, i royingia o gli yazidi o anni fa anche i ceceni, che sentiamo spesso nominare al telegiornale ma di cui effettivamente sappiamo molto poco. Popoli dalla storia spesso antichissima e altrettanto complessa e che spesso li ha visti dalla parte degli sconfitti. Forse proprio per questo sono poco conosciuti ed ecco perché libri come questo sono degli strumenti preziosissimi per farsi un’idea. Si possono avere differenti opinioni sulle complesse relazioni turco-curde, ma la presenza di letteratura e storie che le riguardano sono importanti e quindi complimenti agli editori ed ideatori di questo progetto.

L’autore, Medhmed Uzun, è considerato il principale autore in lingua curda del secolo scorso, ha vissuto sulla sua pelle le violenze dello stato turco essendo stato imprigionato negli anni ’70 proprio a causa del suo attivismo per il riconoscimento della lingua e cultura curda. Una volta esiliato in Svezia si rese conto di non essere in grado di scrivere adeguatamente nella sua lingua e così dopo anni di studio approfondito riuscì a portare a termine questo libro.

Il romanzo è un chiaro riferimento alla sua esperienza come “terrorista” agli occhi della giustizia turca. L’ambientazione è la città di Diyarbakır, considerata la capitale non ufficiale del Kurdistan settentrionale e per questo spesso teatro di repressioni da parte del governo turco. Nell’utilissima introduzione di Francesco Marilungo scopriamo che la città ha radici molto antiche ed una storia complessa come i suoi abitanti.

I capitoli si dividono in due tipologie: nella prima abbiamo il protagonista, già incarcerato dai turchi e che trova uno scarabeo nella sua cella, l’unica forma di vita nei paraggi con cui può relazionarsi senza paura di essere picchiato e torturato. Lo scarabeo assume il ruolo di confidente e il nostro gli racconta le sue sensazioni, qualche pezzo della sua storia, le sue idee. Quando si tratta d’insetti e letteratura è automatico fare collegamenti con Kafka. In questo caso però il legame si stringe ulteriormente nella seconda tipologia di capitoli, dove il protagonista, usando la seconda persona singolare, ecco quindi spiegato il titolo, racconta i fatti che l’hanno portato in prigione e tra questi c’è un assurdo processo ai limiti del tragicomico, altro collegamento diretto con Kakfa.

Il protagonista è un giovane abitante curdo di Diyarbakır che s’interessa della preservazione della cultura e della lingua curda. Il tutto sembra essere ambientato negli anni ’70 circa, quindi contemporaneamente alla prigionia dell’autore: una notte dei poliziotti irrompono nella casa della sua famiglia e lo portano via, insieme a centinaia di altri attivisti o sospetti tali. Qui inizia un calvario di prigionia, ingiustizie e sofferenze. Tutte queste però non finiscono con il libro, questo non è uno di quei romanzi dove assistiamo alla scarcerazione finale. Forse però è un espediente dell’autore per farci capire che si, il popolo curdo è ancora vivo e combatte per la sua sopravvivenza, ma che la sua prigionia non è ancora finita, un pensiero che appunto risulta più attuale che mai proprio in queste settimane.

Le pagine dedicate alla narrazione scorrono più velocemente rispetto a quelle dove il protagonista si relaziona con lo scarabeo, anche se quest’ultime hanno forse un valore letterario e lirico maggiore. Lo stile generale è insolitamente piatto, sicuramente una sensazione data dall’utilizzo del “tu” che in effetti non è molto comune per un intero romanzo. Pare quasi di ascoltare una persona affetta da sindrome post traumatica che rivive quelle esperienze come se si trattasse di un film.

Il tempismo tra la nuova ribalta della questione curda sulla scena internazionale e la pubblicazione di questo libro è ironicamente tragico ma credo sia un motivo in più per interessarsi a questa pubblicazione, ottenere maggiori informazioni su una questione certamente complessa ma che merita di essere affrontata.

Consiglio questo libro a tutti coloro che vogliono riempire un buco nella propria cultura generale ma soprattutto a coloro che si chiedono chi siano i curdi quando li sentono nominare al telegiornale.