Helga Schneider, notissima autrice de “Il rogo di Berlino” (Adelphi 1995) e “Lasciami andare, madre” (Adelphi 2001), ci presenta qui dieci racconti ambientati nella Germania degli anni Trenta e Quaranta, durante il nazismo e il terzo Reich e poi alla fine della guerra, quando Berlino è ridotta a un cumulo di macerie. Immagine emblematica che ben rappresenta la città è quella di un parco pubblico deserto, pieno di detriti e devastato dai crateri delle granate e “nel mezzo, intatto e spettrale, uno scivolo”. Un tempo era rosso, ora è sbiadito e ha un colore di “sangue diluito”.

Si aggiungono alla fine due narrazioni autobiografiche sul fratello, morto nel 2010 e sulla madre.

Si tratta di storie di povertà, di fame, di desolazione, di solidarietà e disperazione, di tradimento e speranza, storie di ebrei discriminati e perseguitati e storie di sovietici, che si trovano a occupare Berlino e a compiere atti di violenza di cui non riescono poi a reggere il peso.

In uno stile semplice e scorrevole, ci viene presentata una varia umanità, spesso molto giovane e inesperta, che viene travolta dalla guerra e dal clima di sospetto e di odio inculcato dal nazismo, finendo per trovarsi immersa in un perverso meccanismo, una spirale di violenza e di morte, che porterà solo frutti di dolore e di rimorso.

Nel racconto eponimo una ragazzina tedesca finisce per diventare una delatrice all’interno della sua stessa famiglia, attirata dalle ghiottonerie (sono anni di fame!) che le offre una vicina di casa, fervente nazista e decisa a stanare chiunque non obbedisca ciecamente agli ordini del Fϋhrer.

Vicenda analoga capita alla ragazzina de “La bicicletta rossa”, che denuncerà un ebreo in cambio della sospirata bici.

Sono racconti che ci mostrano quanto infestante e dannosa sia stata la propaganda nazista, quante vite abbia rovinato, non solo tra i perseguitati, ma anche tra chi abbracciava la causa fanaticamente, senza neppure vedere come l’intera Germania venisse portata verso la barbarie e la morte.

Così è successo per la madre dell’autrice, che abbandonò Helga e il fratello minore Peter, ancora piccolissimo e con il padre già al fronte, per andare a fare la guardiana ad Auschwitz-Birkenau. Neppure dopo molti anni e neanche in punto di morte la donna rinnegherà la sua fede nel nazismo e per tutta la vita conserverà come una reliquia l’uniforme da SS. Helga la incontrerà, con grande delusione, nel 1971 a Vienna: la madre cercherà di farle indossare la divisa da SS e le offrirà dei gioielli rubati agli ebrei. All’abbandono della madre è dovuta anche la morte per alcolismo, di Peter, una persona problematica e sofferente, segnata per sempre dal terribile trauma infantile (aveva diciannove mesi quando la madre se ne andò).

Ritornando ai racconti non autobiografici, vediamo che si tratta di personaggi della quotidianità, persone spesso semplici e di umili origini: un soldato sovietico figlio di contadini siberiani, anziani poveri, vittime del Volkssturm, ossia la chiamata alle armi per tutti gli uomini tra i sedici e i sessant’anni fatta da un regime ormai agonizzante e disperato, ebrei costretti a vivere nascosti.

Si distingue per originalità la vicenda di Sep, un cagnolino che cresce in un rifugio antiaereo grazie alla pietà di un anziano, che lo raccoglie e lo sfama con le scatolette di cibo per cani rimasto nel magazzino del suo antico negozio. Sep con la sua storia rappresenta lo stravolgimento assoluto che la guerra provoca negli esseri viventi.

Ben diverso è invece il famoso scrittore, ex nazista, che una giovane e arrabbiata giornalista si accinge ad intervistare: il rimorso lo ha accompagnato per tutta la vita e ci dimostra che il ravvedimento è possibile anche in chi ha abbracciato una causa nefasta, accecato dalla propaganda e da false promesse.

Tra tutto quest’odio e tra i ruderi di una città sfinita dai bombardamenti, spuntano gesti di umanità e di solidarietà. Helga Schneider ci mostra che, anche in tempo di barbarie, si può e si deve rimanere umani.

Come testimone del Terzo Reich, l’autrice si è recata in moltissime scuole italiane, per sensibilizzare i ragazzi sulle leggi razziali e sulle loro conseguenze.

Per sua stessa dichiarazione, desidera offrire con i suoi racconti un affettuoso monito che ribadisce: “Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”.

Infine, un’osservazione sul sottotitolo “….e altri specchi rotti”.

Sul frontespizio del libro compare questa citazione di Jorge Luis Borges: “Noi siamo la nostra memoria, siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti”.

Specchi rotti sono i frammenti di memoria – per non dimenticare – ma specchi rotti sono anche le vite di quanti hanno subito terribili traumi e non si sono più ripresi. Così il fratello di Helga o, in modo diverso, sua madre e una ragazza di uno dei racconti: figure che non si sono liberate del passato e hanno continuato a vagheggiarlo, dopo il suo ineluttabile e tragico tramonto.