Negare che le camere a gas siano mai esistite non è una semplice opinione. Così come non è una semplice opinione affermare che l’olocausto non ci sia mai stato. Confondere le opinioni e la libertà di espressione con la distorsione o la manipolazione di un fatto storico come la Shoah solo per difendere un’ideologia criminale è un errore pericolosissimo. Donatella Di Cesare, professoressa ordinaria di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, attraverso il breve saggio “Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo”, pubblicato da Il Melangolo nel 2012, si addentra in una materia complessa analizzandone le numerose componenti e, di conseguenza, evidenziandone le gravi conseguenze. E a proposito del negazionismo considerato come frutto di una libera espressione, la Di Cesare scrive: “Il negazionismo non è un ornamento della cultura contemporanea. Non è un’opinione come un’altra. Piuttosto è la soppressione delle condizioni per un confronto. È un’attività fantasmatica, non una ricerca intellettuale. E come tale si esercita in una vuota, spettrale, funerea negazione, non per questo meno temibile. Non c’è dunque un’opinione che si scontri con una “verità di stato”, perché l’opinione è un mero negare, e inoltre non si nega una verità, bensì il luogo fragile, e imprescindibile, della condivisione“.

La negazione, concettualmente, può essere considerata una visione per lo più arbitraria e univoca: esattamente ciò che la storia non può essere. Negare non riesce ad essere un’opinione perché, al contrario, tende a porsi come unica interpretazione veritiera, quindi elevarsi a dogma e, in quanto tale, lontanissimo da un’interpretazione che possa dirsi critica. Ciò implica che tutte le altre interpretazioni diventino automaticamente false. In verità, spiega la professoressa Di Cesare: “…bisogna parlare di un’interpretazione “giusta”, che rende giustizia all’evento, ma anche al testo che viene letto e all’opera che viene eseguita. Tuttavia “giusta” non vuol dire giusta in assoluto. Altrimenti si chiuderebbero dogmaticamente le porte del processo interpretativo. Come, però, non c’è una interpretazione fissata una volta per tutte, così non c’è neppure l’arbitrio dell’interpretazione“. L’arbitrio di chi nega, dunque, sta nel nascondere o celare, con le proprie presupposizioni ciò che andrebbe più saggiamente e lealmente interpretato.Se poi dal nascondere, per inconsapevolezza o incapacità, si passa al negare intenzionale, si esce dal luogo aperto delle possibili interpretazioni, che tengono in vita la verità, per entrare nel blocco chiuso della logica totalitaria ridotta all’alternativa tra nulla e tutto“.

Come si evince dai passaggi riportati, il negazionismo, spiegato dalla Di Cesare, diviene motivo di riflessione etica e filosofica. Ma la studiosa non si risparmia e procede in un’indagine che vuole scavare oltre le solite metodologie. Gli storici, infatti, hanno sempre concentrato le loro analisi sul “come” il negazionismo trovi consistenza e diffusione. La menzogna negazionista è stata smembrata, le strategie di persuasione sono state rivelate, le logiche sono state chiarite ma per farlo spesso “si insegue il negazionista nei meandri delle sue perverse argomentazioni, restando intrappolati in un vortice senza fine“. Lo storico che vuole smontare le tesi negazioniste è costretto a “provare ciò che è successo”. Una posizione difensiva e scorretta che, paradossalmente, rischia di accettare e animare la menzogna negazionista. “Contraddire il negazionista, che si trincera nel luogo della sua negazione, significa legittimarlo. Ogni controversia presuppone una reciprocità, ammette una liceità delle tesi opposte. Questa uguaglianza a priori delle tesi offre al negazionista il crisma della legittimità. La domanda va sollevata dal come al perché“.

Ecco il salto: passare dal come al perché. “Ci si deve dunque chiedere: perché nega, chi nega?” La negazione, come pratica dialettica, è essenziale perché apre la possibilità all’alterità. Eppure la negazione dei negazionisti è diversa. Nel dire che la Shoah non è, essi dicono che la Shoah non esiste: “…il non-essere nega l’essere, lo annienta e lo nullifica. Il loro negare emerge dal nulla e affonda nel nulla. Si tratta dunque di una negazione che oltrepassa l’uso legittimo del discorso e, nella sua assolutezza, si erge a sistema, a negazione sistematica e nullificante. È una negazione nichilistica in stretta continuità con l’annientamento“. In questa negazione non c’è analisi critica ma solo certezze elevate a dogmi: il negazionista non cerca la verità perché si rifiuta di dialogare per appurare quale sia e dove sia la verità. “È lì, dove ogni traccia potrebbe sparire, che il maestro della negazione si prende la briga di ultimare il lavoro dei nazisti“.

Soffermarsi su ogni singolo concetto che viene enunciato e illustrato in “Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo” è impossibile. Ciò che è chiaro fin dalle prime pagine è che si tratta di un saggio estremamente significativo, in cui tutto è affrontato con profondità di pensiero e imponente capacità analitica. La professoressa Di Cesare è riuscita, attraverso un testo piuttosto breve, a spiegare i paradossi, le anomalie, i non-sensi di una corrente che, storicamente parlando, ha preso l’avvio prima che il negazionismo venisse anche solo identificato come tale. “I primi negazionisti sono stati i nazisti stessi. Già nell’estate del 1944 le SS cominciarono a cancellare ad Auschwitz le tracce dei loro crimini bruciando gli elenchi dei convogli dei deportati. Nel 1945 fecero saltare le camere a gas e i forni crematori“. La negazione/cancellazione della memoria è iniziata qui.