“Io so perché canta l’uccello in gabbia”, un titolo strano e bellissimo. Ho pensato di avvicinarmi a questo romanzo proprio grazie al suo titolo sorprendente che, solo più tardi, ho scoperto essere un verso tratto da “Sympathy”, poesia di Paul Laurence Dunbar. “Io so perché canta l’uccello in gabbia” è stato pubblicato, per la prima volta, nel 1969, titolo originale, rispettato anche in italiano, “I Know Why the Caged Bird Sings”. Maya Angelou, il cui vero nome è Marguerite Ann Johnson, è morta nel 2014 a 86 anni. Nella sua lunga vita letteraria e artistica ha scritto e pubblicato un’autobiografia divisa in sette parti, tre libri di saggistica e varie raccolte di poesia, a cui si uniscono libri per bambini, drammi teatrali, sceneggiature e programmi televisivi. “Io so perché canta l’uccello in gabbia” è il primo pezzo della sua autobiografia in cui la Angelou ha descritto, con profondità, ironia e vivace personalità, la propria vita fino all’età di diciassette anni. Esperienze minime ma anche sofferenze laceranti. In questo libro c’è soprattutto un percorso di crescita e di mutazione. A parlare non è la bambina Maya, ma l’adulta Maya che rivede se stessa bambina alla luce di consapevolezze ormai acquisite ed esperienze già accumulate.

Maya Angelou, nella sua vita, ha sempre avversato il razzismo perché il razzismo l’ha vissuto e patito fin da piccolissima quando venne spedita assieme a suo fratello Bailey nel Sud. “Eravamo arrivati nel piccolo paese ammuffito quando io avevo tre anni e Bailey quattro, con delle targhette al polso su cui era scritto: a tutti gli interessati, e i nostri nomi Marguerite e Bailey Johnson Jr. di Long Beach, California, diretti a Stamps, Arkansas, presso Mrs. Annie Henderson“. Momma è la Mrs. Annie Henderson citata. Momma sta per nonna ed è così che Bailey e Marguerite (Maya) chiamano la nonna paterna. Sono a Stamps, un paese sperduto dell’Arkansas, dalle parti di Texarkana, perché i genitori hanno deciso di separarsi. I due bambini crescono nell’emporio gestito da Momma e dall’altro figlio di lei, lo zoppo zio Willie. L’emporio sembra una sorta di Luna Park disseminato di ogni mercanzia ma è anche il luogo dove le stagioni della raccolta del cotone portano gente nera sfiancata dalla fatica: “… i raccoglitori scendevano dal retro degli autocarri e si piegavano giù fino a terra, delusissimi. Non importa quanto avessero raccolto, in ogni caso non era abbastanza. La loro paga non sarebbe stata sufficiente neanche a saldare il debito con mia nonna, per non parlare del conto esorbitante che li aspettava allo spaccio dei bianchi in centro“.

Siamo tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta, in una terra ancora profondamente razzista in cui la separazione tra i bianchi e i neri è abissale e fortissima. È una terra in cui ci sono quelli del Ku Klux Klan che vanno in giro a linciare neri solo perché un altro nero ha osato mettere gli occhi addosso a una donna bianca. È una terra in cui i neri devono nascondersi tra lo sterco delle galline per non essere fatti a pezzi. “Che cosa distingue un paese del Sud da un altro, piuttosto che da una cittadina, un villaggio o una metropoli del Nord? La risposta sta nell’esperienza condivisa dalla maggioranza inconsapevole (il paese) e la minoranza consapevole (tu). Tutti i quesiti irrisolti dell’infanzia devono alla fine essere rivolti al paese e trovare lì una risposta. Eroi e orchi, valori e avversioni si incontrano e si definiscono per la prima volta in quell’ambiente. Con il passare degli anni cambiano faccia, luogo, e forse razza, tattica, intensità e obiettivo, ma dietro quelle maschere penetrabili ci sono sempre i volti incappucciati dell’infanzia“.

Maya è come tutti i bambini neri di Stamps: non sa esattamente che aspetto abbiano i bianchi. Non lo sa perché non li vede e non sa immaginarseli, “erano diversi, temibili, e in quel timore era racchiusa l’ostilità dell’impotente verso il potente, del povero verso il ricco, del lavoratore verso il padrone e dello straccione verso chi è ben vestito. Ricordo di non aver mai creduto che i bianchi fossero veramente veri“. Le persone per la scrittrice bambina sono quelle che vede e tocca e sente e annusa anche se non le piacciono nemmeno. Le persone sono quelle che abitano dalla sua parte del paese di Stamps, “le creature pallide e strane che vivevano la loro non-vita sconosciuta, non erano considerate tali. Erano semplicemente i bianchi“. La Angelou ritorna alla sua infanzia per raccontarci episodi ed eventi che l’hanno resa quello che è stata. A volte un semplice capitolo di questo libro sembra raccogliere un piccolo romanzo a sé stante. Passaggi più o meno graduali verso momenti culminanti di un’esistenza.

Maya cresce e passa anche pezzi di vita assieme a sua madre a San Francisco o a suo padre altrove. Sa di non essere bella, sa di non essere simpatica, sa di non avere le qualità che altre hanno. Ama leggere e conosce tantissimi libri. Forse è in questa fase, tra l’infanzia e l’adolescenza, che nasce il suo amore per la poesia e per la letteratura. Amore che la scrittrice ha riversato, inevitabilmente, anche in “Io so perché canta l’uccello in gabbia”, un’opera ricca e spesso crudele, un romanzo scritto magnificamente che forse, in Italia, è conosciuto troppo poco. “Io so perché canta l’uccello in gabbia” è un romanzo che, nel 2019, ha compiuto cinquant’anni eppure dimostra di essere ancora vivido, splendido e inaspettatamente attuale. Maya incarna la fatica di crescere e l’ostinazione che serve nel voler crescere nonostante tutto. “Se crescere è doloroso per una bambina nera del Sud, rendersi conto di essere fuori posto è la ruggine sul rasoio puntato alla gola. È un insulto superfluo“.