Matteo è un bambino del nostro tempo, molto benestante, abituato agli agi e al benessere: ha una bella casa, dotata di tutte le comodità, due genitori premurosi e attenti, arriva a scuola in macchina, accompagnato dalla mamma, il buon cibo non gli manca e, oltre alla scuola, frequenta varie attività pomeridiane. I suoi genitori vogliono dargli un’educazione di qualità e lo portano a visitare città rinomate e a mangiare in ristoranti di lusso, in modo che sviluppi gusti fini.

Insomma a Matteo non manca proprio nulla, è un figlio del benessere e i suoi sognano che diventi medico e primeggi in ciò che fa. Tutto il loro impegno è orientato in questo senso. Matteo sembra avere proprio ogni cosa, è coccolatissimo e sempre al centro di premure e attenzioni.

Un giorno però, a scuola, scopre di non saper descrivere un bosco, perché…..non l’ha mai visto!

Appena possibile allora i suoi genitori decidono di colmare questa lacuna e lo portano in gita in montagna.

È proprio qui che si verifica l’esperienza che cambierà la vita di Matteo e della sua famiglia.

In una casupola diroccata, semicoperta dalla vegetazione, Matteo scopre in una finestrella cieca un piccolo presepe, molto povero: la Madonna e san Giuseppe sono di terracotta, il Bambinello è di legno, il bue e l’asino sono disegnati su un foglio di carta. Accanto a Gesù Bambino c’è un vecchio pacchetto legato con una fettuccia, come se fosse un regalo. È un antico diario di una bambina che si chiamava Rosina e che abitava lì. Matteo, curiosissimo, se ne impossessa e lo legge avidamente, scoprendo un mondo per lui arcaico, del quale ignorava completamente l’esistenza.

Davanti ai suoi occhi si presenta una civiltà contadina molto semplice, povera dal punto di vista materiale, ma ricca di valori e di affetti. La vita di Rosina segue il ritmo delle stagioni e dei lavori agricoli, dopo la scuola, la bimba aiuta la famiglia, non ha certo tutte le comodità di Matteo e neppure è mai uscita dal suo piccolo mondo contadino. Esiste però, in questa comunità così semplice, un’umanità calda e viva, un senso di profonda solidarietà, la capacità di condividere quel poco che c’è: cibi semplici, compagnia. Vi è una costante attenzione per chi è solo e il ricordo per chi non c’è più.

Il diario di Rosina rivela un profondo amore per la propria terra e, purtroppo, anche la dura realtà dell’emigrazione. Un giorno infatti la bimba con la sua famiglia ha dovuto partire dal paese, dove non si riusciva più a vivere, per emigrare in Canada. Il diario, deposto davanti al presepe, è il ricordo di sé che Rosina ha voluto lasciare, nella speranza che appunto qualcuno lo trovi.

Leggendo la vasta bibliografia di Alessandro Petruccelli, mi sembra che qui l’autore abbia voluto riprendere, a misura di bambino, alcuni suoi temi caratteristici: la scomparsa della civiltà contadina, il contatto con la natura e con gli animali, il rapporto città/campagna, l’emigrazione.

Non si tratta di una rievocazione nostalgica del passato, ma di una presa di consapevolezza: in quella civiltà risiedono le nostre origini e certi valori come la solidarietà e il senso di appartenenza possono essere validi anche per noi oggi.

La lettura del diario di Rosina dischiude al piccolo Matteo un mondo nuovo che lo porterà a cambiare la sua vita e anche quella dei suoi genitori.

“Vorrei che il mondo fosse tutto un presepe” dice la vedova Esterina, che ha entrambi i figli emigrati. E alla fine così dice anche Matteo con la sua famiglia.

Piacevolmente illustrato da Emiliano Billai, questo piccolo libro è certamente adattissimo ai bambini di oggi, che ormai hanno perduto anche il ricordo della civiltà contadina e può essere usato per attività didattiche sia a scuola che a catechismo ad esempio.

Pur non essendo un libro confessionale e non facendo riferimento ai vangeli, ci mostra pur sempre il Presepe e il Natale come elementi di aggregazione e di fraternità.