Cristiano Ronaldo è una leggenda che vive, con tutto ciò che questo fatto comporta. Sa farsi ammirare, adorare, idolatrare ma attorno a lui c’è spesso anche invidia, avversione, insofferenza. Va detto che sicuramente Ronaldo non ispira immediata simpatia. L‘arroganza, la sfrontatezza, la sicumera che ostenta in campo, e spesso anche fuori dal campo, non lo rendono di certo un personaggio gradevole o amabile a prescindere. Anche per questo scrivere di Cristiano Ronaldo per (il tifoso romanista) Fabrizio Gabrielli non deve essere stato semplice. Avvicinarsi al mito incarnato da Ronaldo può rappresentare comunque una sfida intrigante soprattutto se, come ha fatto Gabrielli, si cerca di raccontare CR7 spiegando e descrivendo tutto quello che lo ha circondato e lo circonda celebrando la sua stessa esistenza. L’autore, con intelligenza e buona scrittura, ha tracciato una mappa molto accurata del pianeta Ronaldo per definirne, quasi per contrasto o in controluce, la personalità, il successo, la carriera ma anche le fragilità, gli errori e i turbamenti.

Gabrielli confessa serenamente di non aver mai amato completamente Ronaldo. Eppure, come tutti quelli che non lo sopportano, non può non riconoscerne il fascino attrattivo e l’indubbio talento. Il viaggio attorno a Cristiano inizia da dove lui stesso ha iniziato, ossia dall’isola portoghese di Madeira. Qui è nato CR7, qui il suo mito si nutre e persiste al cospetto di resistenze che non hanno fiato a sufficienza per scalfire un’adorazione quasi assoluta. A Madeira la celebrazione di questo figlio così famoso e così perfetto è ovunque: persino l’aeroporto locale è stato intitolato a Ronaldo. Tutto a Madeira racconta e glorifica Cristiano Ronaldo. Ma chi ha davvero consentito la glorificazione, o quasi la divinizzazione, del Ronaldo calciatore è senza dubbio sua madre Dolores. Nel capitolo che Gabrielli dedica alla famiglia, si staglia come un totem la figura di questa donna a cui, evidentemente, si deve molto della costruzione, della pianificazione, della ostentazione del mito CR7.

La relazione tra Ronaldo e sua madre Dolores mette in discussione le fondamenta del patriarcato anzi celebra un matriarcato accentratore, quasi fagocitante“. Cristiano è una creatura voluta da sua madre. In ogni senso. “La storia di Dolores è una storia di fughe, di emigrazione, di perseveranza. Di sconfitte ma anche di grandi successi, che passano ovviamente attraverso la realizzazione di suo figlio. Se Dolores avesse avuto una vita diversa, più agiata, meno marcata dalle ristrettezze economiche, dagli affetti rubati e da quelli sui quali si era costruita castelli di illusioni, oggi avremmo un Cristiano Ronaldo simile a quello che conosciamo?“. La risposta è retorica almeno quanto la domanda. Non è un mistero: Ronaldo è cresciuto letteralmente all’ombra di sua madre. Il padre era più un’assenza che un punto di riferimento. Cristiano è cresciuto da una “visione programmatica” fondata da sua madre. Gabrielli avvicina Dolores allo stereotipo della “mamma tigre asiatica”, quella che, con determinazione e persistenza, inculca ai figli i principi di abnegazione, sacrificio, ossessione per il raggiungimento dell’obiettivo. E Ronaldo sembra aver assorbito gli insegnamenti materni in maniera totalizzante.

CR7 è l’uomo ossessionato dal consenso, dai risultati, dal numero dei gol, dalla perfezione di ogni movimento, dalla forma fisica, dalle vittorie conseguite e, ancora di più, da quelle da conseguire. Ronaldo concentra in sé l’essenza della competizione e della sfida che lo inducono a voler primeggiare e a mettersi in evidenza anche quando è del tutto superfluo. Essere tra i migliori non basta, lui deve dimostrare sempre di essere il migliore. Fabrizio Gabrielli si sofferma più volte sugli atteggiamenti estremamente agonistici di Ronaldo che, fin da giovanissimo, ha sempre puntato a ottenere quello che voleva con immensa caparbietà. L’esperienza, i successi ma, forse, ancora di più i fallimenti (perché anche Ronaldo a volte ha fallito) hanno forgiato il carattere di CR7 rendendolo quello che è sia dal punto di vista calcistico sia dal punto di vista umano.

Gabrielli, ovviamente, dà spazio alle imprese calcistiche del campione portoghese muovendosi, nel tempo, dietro i suoi trasferimenti e dietro le squadre per cui ha giocato e per lo più vinto. In questo libro si parla di calcio, come è giusto che sia, ma si parla anche di crescita, di mentalità, di mutamenti, di personalità. I passaggi migliori, a mio avviso, sono legati proprio all’analisi e al racconto degli elementi meno calcistici e più umani di Cristiano. L’autore sa descrivere anche ciò che c’è al di là di un’immagine fisica curata con ossessione o dietro a un ideale che ha trasformato Ronaldo in una sorta di divinità o oltre la gigantesca macchina commerciale che vede CR7 come una sorta di holding. Cristiano è meno perfetto di quanto si veda, meno gelido di quanto dimostri, meno robotico di quanto si mostri in campo.

Un’attenzione particolare merita, nel libro, la lunga parte dedicata all’ormai celeberrima rovesciata di Torino, nella sfida di andata dei quarti di finale di Champions tra Juventus e Real Madrid del 3 aprile 2018, quella che ha lasciato tutti, ma proprio tutti, senza fiato. Un gesto calcisticamente esemplare che gli stessi tifosi juventini celebrarono con applausi e standing ovation. Ed è stato forse quello il preciso istante in cui Ronaldo ha pensato che sarebbe potuto venire a giocare in Italia. Ciò che ha fatto da lì a qualche mese con una decisione che ha scatenato, inevitabilmente, un clamore mai visto prima.