Due notizie per iniziare, partendo da quella di carattere generale e editoriale: la casa editrice Unicopli, conosciuta perlopiù in ambito universitario, ha varato una nuova collana di narrativa editing-free per la cura di Flavio Santi. Tale collana, dal nome kurosawiano “La porta dei demoni”, al momento del lancio prevede in batteria i seguenti quattro titoli: Q.B. di Matteo Colombo, Tripoli di Roberto Vetrugno, Cristo si è fermato a Rio di Matteo Gennari e infine il libro di cui daremo più estesamente conto ora e il cui titolo pare più consonante con il nome di collana, Il Varco di Igor De Marchi. L’altra notizia coincide col rilevare l’esordio in prosa di De Marchi (Vittorio Veneto, 1971), autore di due raccolte poetiche importanti, la più recente Darwiniana pubblicata nel 2015 da Amos Edizioni, e di quella sorta di cult che fu Resoconto su reddito e salute, pubblicato da Nuova Dimensione nel 2003 con la prefazione di Umberto Fiori. Quest’ultima resta un’opera che, anche con soluzioni metriche peculiari, per antitesi mostra che è solo il poetico che uccide la poesia e probabilmente ne devasta rovinosamente il percepito pubblico.

Prima di procedere oltre, credo meriti un ralenti il concetto di collana editing-free (o quantomeno a basso editing o editing poco invasivo). Sulla questione dell’editing mi pare ci si possa ormai polarizzare: dalle posture concilianti di chi promuove l’editing come parte fondamentale del processo creativo (e soprattutto produttivo) di un libro, a chi, all’estremo opposto, lo ignora e lo relega al massimo a una posizione di correzione di bozze (pratica quant’altre mai necessaria, magari proprio tra quegli editori che esagerano con l’editing per poi licenziare libri nient’affatto esenti da refusi). Situate in questo estremo dell’editing-free ci sono ad esempio le dichiarazioni cesellate tra i periodi ipnotici di Works di Vitaliano Trevisan o nello spirito che impronta questa nuova collana di Unicopli. È evidente che si tratta di una questione sempre aperta. Proprio di recente mi è capitato di leggere un articolo di Giovanni Raboni scritto in seguito al Premio Strega a Le isole del paradiso di Stanislao Nievo. All’epoca (1987) erano molto in voga le discussioni sulla carenza di editing e Raboni concludeva, ingrossando la squadra dei contrari all’editing eccessivo, che erano benvenuti i libri stampati senza eccessivo editing, così almeno si poteva riconoscere subito uno scrittore vero. Cibo per i pensieri, direbbero in inglese. Tornando al caso di De Marchi, e a riprova della problematicità della faccenda, è interessante semmai ricordare che con Sebastiano Gatto e Giovanni Turra ha fondato la collana A27 Poesia di Amos Edizioni, un progetto editoriale che, stando alle dichiarazioni fatte in pubblico dai curatori, ha fatto dell’editing non certo minimalista e di una vocazione curatoriale massimalista un punto distintivo e interessante da monitorare.

Ne Il varco ritroviamo subito l’accento relazionale con il paesaggio che s’era apprezzato nei libri di poesia. I protagonisti della vicenda sono uomini con il paesaggio e non soltanto uomini nel paesaggio. Si tratta di una torsione che si colloca al livello dell’estetica e mi è parso da subito uno dei motivi di interesse di questo romanzo, di cui non sveleremo troppo, a rispetto delle sempre più ingrossate frange terrorizzate dagli spoiler. Possiamo però dire che si pone come una sorta di giallo metafisico, per poi divagare, anzi, per poi sbandare e diventare altro, quasi una favola allegorica dove a un certo punto nel detto paesaggio compare persino un gorilla. È una scorribanda imprevedibile, se consideriamo che il punto di partenza ci mostra il signor Valeriano Valt, boscaiolo-imprenditore, nel momento in cui si ferisce gravemente a un macchinario uscito dal controllo del figlio Ettore e il loro conseguente litigio in auto vertente su quale fosse la strada migliore da prendere per raggiungere una vecchia conoscenza del padre che avrebbe potuto curarlo al posto dei medici del Pronto soccorso. Anziché costruire “il romanzo” a partire dal “tema degli infortuni sul lavoro” (categoria della comunicazione giornalistica), De Marchi parte comunque da un fatto di tragica attualità, un infortunio sul lavoro, ricavandone non tanto un trombone romanzesco bensì le scaturigini di un percorso altamente simbolico e gnoseologico, una discesa infernale collocata però nelle alture dolomitiche, un νόστος narrato al presente, proprio a partire dal momento in cui padre e figlio diventano elementi disgiunti e Ettore si prende la scena con altri torniti personaggi. Non sarebbe stata certo un’operazione nelle corde dell’autore quella di cavalcare l’attualità della cronaca, e anzi sia questa l’occasione per ricordare come il già citato Resoconto su reddito e salute precorse in realtà tematiche cavalcate e sfruttate fino alla nausea in seguito (lavoro e precariato esistenziale e relazionale). Queste riflessioni scaturite dalla lettura del libro di De Marchi costituiscono un invito: stiamo in guardia che la strada del romanzo industriale potrebbe prendere – se addirittura non l’ha già presa – questa perniciosa e appiccicosa direzione, ossia quella di attaccarsi al tema del momento, magari con un piglio benpensante di politicamente corretto cosparso come zucchero a velo. Non mi pare ciò che dobbiamo aspettarci dalla letteratura, né oggi né mai.

Il frammento dal Cormac McCarthy di Suttree citato in esergo (“Una vecchia scritta su una vecchia insegna diceva vagamente che era vietato entrare. Qualcuno doveva averla girata perché indicava il mondo esterno. […]”) non è un’indicazione di poetica, bensì propriamente un varco verso un’ulteriore torsione interno-esterno che questa prosa vuole compiere, per occuparsi di pertugi, limbi, aree di confine, come sono le Dolomiti dove buona parte dell’azione, inclusa quella sonnacchiosa se non accidiosa, si svolge. De Marchi ha facilità e felicità nella descrizione del gesto (si prendano ad esempio le scene che si svolgono in auto) e, sul versante narratologico, vanno rilevati i frequenti passi in corsivo che, conficcandosi come schegge nella prosa, creano un falsopiano che rompe il passo dell’io che narra. La via in salita e quella in discesa sono una sola e la medesima dice un frammento di Eraclito che pare adattarsi curiosamente a questo libro come una coperta della misura giusta. Ne Il varco non troverete però il passo della prosa di McCarthy e nemmeno uno degli scimmiottamenti sempre in agguato quando la narrativa italiana gioca a fare l’americana. Il punto di partenza per questo autore è noto e l’abbiamo ricordato, è la poesia. Si sente spesso dire che qualcuno “nasce poeta”, poi capita altrettanto spesso che questo qualcuno “passi alla prosa”. Si direbbe che questo sia anche il caso di De Marchi, ma alla fine credo che tutti nascano allo stesso modo, né poeti né narratori. Un’ovvietà quest’ultima, certo, ma è bene ripulire anche il linguaggio della critica o più semplicemente il linguaggio della chiacchiera letteraria da certi tic ormai insostenibili. Il già citato Raboni diceva ad esempio che Pasolini era poeta in tutto quello che faceva tranne che nelle sue poesie. Analogamente De Marchi potrebbe apparire più narratore quando scrive poesia e, al fondo, dimostra le sue lunghe frequentazioni poetiche quando si immerge nella narrazione. Non è necessariamente un “problema” a mio avviso, anzi. Una volta tanto potrebbe aver senso ascoltare gli psicologi del lavoro che suggeriscono di chiamare opportunità quello che a prima vista, a un lettore, potrebbe sembrare un problema. Sono gli stessi che magari parlano di “fertilizzazione incrociata”. Il panorama della narrativa contemporanea non necessita di nuove arroganti certezze, bensì di sempre nuove domande incarnate nell’opera o persino nella cornice editoriale che la ospita, come in questo caso.