Quello che subito emerge in quest’ultimo libro di Marina Torossi Tevini (Trieste. La resa dei conti, Campanotto Editore, 2019) è senza ombra di dubbio la grande abilità messa in campo dall’autrice nel gestire una materia narrativa così articolata, così ricca di temi e di riflessioni, di spunti, di episodi privati e storici che coprono incredibilmente un arco temporale molto lungo. Il romanzo, infatti, ripercorre gran parte delle vicende politiche giuliane e italiane degli ultimi ottant’anni, riuscendo felicemente nell’intento di calarci nella vita quotidiana di una nazione e di una città, a suo modo unica per gli avvenimenti di cui è stata protagonista nel corso del Novecento, giungendo a toccare persino i fatti della più stretta attualità, e questo sempre coi giusti tempi, con le giuste pause, con un ritmo che non conosce mai passi falsi o cadute di tono.

Partita da una storia vera, cioè dalla rielaborazione degli appunti e del materiale lasciatole dal padre sulla sua militanza nel CVL sul finire della Seconda guerra mondiale, l’autrice ci pone innanzitutto di fronte a un ritorno, a un nostos dai profondi risvolti esistenziali, che ha il sapore immediato di una resa dei conti, quella di fronte alla quale si trova il giovane Alessandro al suo rientro a Trieste nella casa natale nel momento in cui rinviene il manoscritto redatto dal padre sugli anni della lotta partigiana condotta sul Carso, un espediente narrativo assai fecondo da cui il filo della memoria si dipana per ripercorrere gli eventi di una storia familiare lunga tre generazioni, propostaci attraverso l’alternarsi di più narratori.

Prendono consistenza così, nel corso delle pagine, più figure: in primis quella di Gianni, il padre, poi quella di Alessandro, dei suoi amici Antonio e Paolo, del figlio Luca. Giusta appare, anche in questo caso, la scelta dell’uso di una diversa focalizzazione per le voci narranti (interna per il padre, esterna per il figlio), che ben restituisce la lontananza (non solo fisica) esistente tra le due generazioni, ma anche il loro differente modo di stare al mondo: sicura, tutta d’un pezzo, la prima, quella di Gianni, uomo abituato a prendere di petto la vita e quello che gli sta a cuore, che lotta con coraggio per la propria patria e per gli ideali libertari in cui crede; incerta, nostalgica, incapace in ogni caso di darsi delle risposte alle tante domande che si pone, quella di Alessandro, che ben incarna col suo percorso “la parabola di una generazione, quella nata nel dopoguerra, che ha creduto di reinventare il mondo (…) – ci dice l’autrice, – ma nel suo entusiasmo (…) ha commesso moltissimi errori di cui l’oggi sta pagando in modo evidente le conseguenze” e che di fronte al vitalismo con cui il padre era uscito dalla guerra, al suo grande desiderio di afferrare a piene mani le cose, non può che dirsi “sono passato accanto alla vita senza capirla affatto“. Una generazione, quest’ultima, fatta soprattutto di illusi e di sognatori (“Noi, la generazione degli illusi e poi dei delusi“), avversi un tempo all’autoritarismo dei padri, che non hanno compreso, e risultati a loro volta padri permissivi dei propri figli, venuti su molto spesso privi di valori. Solo Luca, il nipote, pare distinguersi come fulgido esempio di ragazzo consapevole e animato da buoni propositi, con il suo senso spiccato per il sociale, con il suo amore per la natura, col fatto di credere fermamente nella giustizia e nell’onestà, costretto anch’egli a fare i conti con l’incomprensione dei propri coetanei ma che non ha paura di essere criticato per le proprie idee.

È in tale congiuntura di elementi familiari e storici che, un po’ alla volta, quella che era apparsa all’inizio una resa dei conti si rivela allora agli occhi di Alessandro come l’occasione preziosa per capire tante cose, per trovare finalmente i tasselli che gli mancavano, le risposte alle domande di tutta una vita. La lettura del manoscritto del padre, infatti, non fa che riportare alla luce il dialogo che gli era mancato, gli consente di scoprire un uomo che non aveva mai conosciuto, per lo meno non in quel modo, e di ritrovare nei suoi confronti una sorta di vicinanza, di comprensione: “La sua scrittura solitaria, i fogli che aveva lasciato, il racconto di un tempo lontano – ci dice il narratore, – erano un atto di amore che li congiungeva al di là del tempo. Suo padre aveva pensato a lui. Lo aveva amato. Gli aveva donato qualche indizio perché potesse metabolizzare la storia della sua città. Perché potessi capirla.“, parole che potremmo ben spendere, senza problemi, anche per questo libro della Tevini, per designare il dono che l’autrice ha voluto lasciare alle generazioni future.

Ne risulta, in conclusione, un’opera dal grande respiro morale, dal nobile intento educativo, che calandoci nel vivo degli avvenimenti e nei pensieri, nella vita di chi ha vissuto sulla propria pelle i tragici eventi della guerra, come anche quelli successivi, ci ricorda a piena voce quanto sia importante conoscere a fondo il nostro passato comune, quello di cui noi tutti siamo figli, e come ciò sia fondamentale per capire il presente; un’opera che vuole essere anche un invito, o un monito, a darci da fare, a non delegare, ad essere cittadini attivi e consapevoli, come ci ricordano le parole di Giacomo e di Luca nel finale: “Non basta dire di essere democratici progressisti anti anti anti, garantisti, libertari e via discorrendo. Non basta riempirsi la bocca di belle parole“; un romanzo, in definitiva, che vuole indicarci in modo netto il percorso necessario per ritrovare una identità, personale e collettiva, tanto più indispensabile, oggi, in un paese senza memoria.